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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #24-26 - Bloccare il traffico di armi, costruire strutture di resistenza (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Thu, 15 Oct 2026 08:44:39 +0300
La vicenda ---- Nella serata del 24 agosto un Boeing C-17A Globemaster
III della Kuwait Air Force, matricola KAF343, è atterrato all'aeroporto
di Pisa. Mentre dalle immagini si deduce che l'aereo si trovasse lì per
caricare o scaricare materiale compatibile con sistemi di artiglieria
contraerea, dai tracciamenti pubblici è stato possibile ricostruire le
diverse tratte effettuate dallo stesso velivolo nei giorni precedenti,
attraverso scali di rilevanza militare in Kuwait, Italia, Stati Uniti e
Regno Unito. Non è tuttavia possibile stabilire se tali voli facessero
parte della stessa operazione o trasportassero il medesimo materiale.
Molti aspetti sono ancora da chiarire. Non si sa con certezza in quale
parte dell'aeroporto si trovasse l'aereo (se la parte a uso civile o
quella a uso militare), se stesse caricando o scaricando armi, e quale
fosse la destinazione. Tuttavia, quel che appare chiaro è il
coinvolgimento dell'Italia negli scenari di guerra globale e l'utilizzo
di questo territorio della Toscana come hub logistico-militare, sempre
più palesemente asservito agli interessi degli Stati Uniti e alle sue
avventure belliche in Iran. In Kuwait gli Stati Uniti dispongono di
importanti installazioni militari, mentre l'Italia opera ufficialmente
nel Paese con un dispositivo dedicato alla difesa aerea e all'assistenza
tecnica alla Kuwait Air Force. Pochi giorni dopo l'episodio di Pisa, gli
Stati Uniti hanno nuovamente attaccato l'Iran. Non abbiamo elementi per
collegare direttamente il volo transitato dall'aeroporto Galilei a
quell'operazione, ma questo contesto rende ancora più urgente conoscere
natura e finalità della movimentazione.
Non un caso, un sistema
Questa vicenda non rappresenta un caso isolato, ma l'ennesima prova del
ruolo italiano nell'escalation bellica globale, ruolo che le istituzioni
vorrebbero nascondere ma di cui la città viene a conoscenza solo grazie
al lavoro di denuncia dal basso. Già nel marzo 2022 i lavoratori
dell'aeroporto civile Galileo Galilei di Pisa avevano scoperto e
denunciato insieme al sindacato USB un carico di armi destinate al
conflitto in Ucraina, rifiutandosi di caricare l'aereo che ufficialmente
avrebbe dovuto trasportare aiuti umanitari. Da quel momento, grazie ad
un costante lavoro di monitoraggio e denuncia fatto dal basso, i
movimenti di mezzi, carri armati, esplosivi, munizioni e truppe nell'hub
militare che si sviluppa tra Pisa-Livorno-Piombino è uscito sempre più
allo scoperto.
Dal Porto di Livorno e Piombino ai binari che collegano Pisa con Camp
Darby, il trasporto di armi è divenuto centrale nell'organizzazione
logistica della catena globale della guerra, tanto che in questi anni
gli investimenti - sia italiani che statunitensi - per il rafforzamento
infrastrutturale di queste arterie è cresciuto, con l'obiettivo di
rendere le forze militari sempre più integrate e rapide. Ponti girevoli,
rafforzamento del trasporto su rotaia (es. Tombolo, Pontedera),
riqualificazione dei canali (è il caso del canale dei Navicelli che
rappresenta la principale arteria di comunicazione via acqua tra Camp
Darby e porto di Livorno), cementificazione della costa (Darsena Europa)
e nuove banchine stanno trasformando irreversibilmente il territorio con
il chiaro obiettivo di rendere efficienti al massimo le operazioni militari.
Quello che vediamo nel nostro territorio non è altro che il riflesso di
quello che avviene su scala più ampia. Già nel 2022 l'Agenzia esecutiva
della Commissione Europea CINEA aveva messo a disposizione 330 milioni
di euro per progetti legati alla mobilità militare, mentre nel 2024
l'approvazione da parte dell'Unione Europa del Regolamento 2024/1679 ha
ulteriormente istituzionalizzato e rafforzato il processo, già avviato
negli anni precedenti, di adattamento dual use delle reti europee alle
esigenze della mobilità militare.
Nel contesto italiano, Rete Ferroviaria Italiana (RFI) ha immediatamente
recepito questa indicazione e nell'aprile 2024 ha sottoscritto un
accordo di collaborazione con Leonardo per "realizzare un progetto
condiviso nell'ambito della Military Mobility, un'iniziativa Ue
finalizzata ad aumentare le capacità infrastrutturali e digitali
esistenti, per assicurare la movimentazione di risorse militari,
all'interno e all'esterno dell'Europa, anche con breve preavviso e su
larga scala".
Tutto questo non fa che confermare la strategicità delle infrastrutture
in questa guerra globale che non potrebbe esistere senza la possibilità
di organizzarsi materialmente nei territori come il nostro.
L'Italia è in guerra
Tutti i sondaggi esistenti, qualunque sia la declinazione della domanda
o il focus, mostrano una diffusa preoccupazione e rifiuto della guerra
nel paese. Tra questi, colpisce il sondaggio Censis effettuato in Italia
su un campione di 1.007 individui tra 18 e 45 anni - in pratica i
soggetti potenzialmente più coinvolti in una eventuale chiamata alle
armi - "solo il 16% sarebbe pronto a combattere, il 39% proclamandosi
pacifista protesterebbe di fronte al richiamo delle forze armate, il 19%
invece diserterebbe o fuggirebbe per non prendere parte alle ostilità,
evitare il fronte e non assistere al bagno di sangue."
E nonostante l'instancabile sforzo del governo - Crosetto in prima linea
- nel propagandare ideali di difesa della patria, e riformare il sistema
al fine di reclutare persino minorenni e integrare civili nell'esercito,
questo sentir comune resta maggioritario nella società.
Se quindi le persone non vogliono la guerra, la guerra va organizzata di
nascosto.
Le dichiarazioni del Governo Meloni hanno cercato a più riprese di
rasserenare l'opinione pubblica rispetto all'estraneità dell'Italia
nell'escalation mondiale, al conflitto in Iran, al genocidio in
Palestina. Eppure, ogni giorno dall'Italia partono mezzi e truppe. Si
finanziano nuovi progetti che coinvolgono l'esercito USA o aziende
israeliane direttamente coinvolte nel genocidio. Si stringono accordi di
collaborazione industriale-militare. C'è una guerra globale che macina
continuamente morti tra i civili, e l'Italia c'è dentro mani e piedi.
Alla fine, anche lo Stato ha dovuto ammetterlo. Infatti, come riportato
dall'Osservatorio Repressione, per negare l'accesso ai dati sui traffici
di armi nel porto di Ravenna - accesso che è garantito e regolato dalla
legge 185/1990 - l'Avvocatura dello Stato ha fatto riferimento alla
"guerra mondiale a pezzi e ibrida" e "alla sicurezza nazionale, la
difesa, gli interessi militari e le relazioni internazionali dello
Stato", riconoscendo di fatto il coinvolgimento dell'Italia
nell'escalation globale.
In questo contesto, il passaggio da civile a militare avviene in modo
fluido, senza grandi sconvolgimenti: sui binari dove transitiamo tutti i
giorni iniziano a correre treni militari, le fabbriche che producevano
componenti per l'automotive continuano a produrre la stessa cosa ma per
venderla ad aziende militari, e la guerra non la si dichiara - anzi si
dichiara la pace - ma la si fa.
Il ruolo dei territori: monitoraggio, denuncia, blocco
La legge prima citata (185/1990) fu una conquista dei movimenti contro
la guerra che garantiva il controllo del Parlamento e dei cittadini
sulle esportazioni di armi italiane, al fine di monitorare e impedire
che l'Italia vendesse armi a paesi in guerra o responsabili di
violazioni dei diritti umani. Oggi è in corso l'iter di modifica della
legge 185/1990, con norme che rischiano di ridurre drasticamente la
trasparenza della relazione annuale al Parlamento, eliminando in
particolare informazioni essenziali sulle operazioni bancarie connesse
al commercio di armamenti. La trasparenza dell'informazione diventa un
ostacolo da abbattere, che si tratti di export di armi o di nuove basi
militari, come denunciamo da anni. Questo esempio è indicativo di come
il governo voglia insabbiare in modo sistematico ogni informazione
relativa alla compravendita di armi, imponendo un silenzio totale sul
tema della guerra e sulle sue complicità con regimi non democratici e
persino genocidari come quello di Israele.
Eppure, a prescindere da come si concluderà l'iter di modifica della
legge, sappiamo che già oggi ai territori non è dato sapere niente,
sebbene paghino direttamente il prezzo di queste scellerate decisioni
con cui le comunità vengono tenute in ostaggio e messe a rischio. Basti
pensare alla pericolosità di vivere vicino a basi militari che,
specialmente durante fasi apicali dei vari conflitti in corso, si
trasformano in possibili target strategici; o al fatto di abitare vicino
a fabbriche di munizioni come la KNDS Ammo Italy, ex Simmel Difesa,
esplosa poche settimane fa a Colleferro, esplosione che solo per caso
non si è trasformata in una tragedia. Non abbiamo diritto a sapere
niente, eppure ogni giorno la guerra trasforma le stazioni, gli
aeroporti, i porti, le strade e i luoghi di lavoro che attraversiamo
quotidianamente in un campo minato, i cui rischi ricadono tutti sulle
persone comuni.
In questo scenario, i territori hanno dimostrato di rifiutare di essere
vittime e complici della guerra. Dai portuali organizzati nei porti di
Livorno, Genova, Gioia Tauro, Piombino, Ravenna, ai ferrovieri che hanno
protestato contro l'uso delle reti ferroviarie per la guerra, passando
per il blocco del carico di armi e mezzi militari fatto dal Movimento No
Base lungo i binari alla stazione di Pisa, l'opposizione concreta alla
guerra si fa sempre più forte e capillare. Ogni azione che smaschera la
guerra la rende visibile, la blocca, può mettere in crisi la logistica
di guerra anche solo per qualche ora, o qualche giorno, obbligando le
controparti a cercare nuove soluzioni, fare percorsi più lunghi, evitare
alcuni orari o luoghi. Tutto ciò inceppa la macchina bellica, una
macchina che viene oleata, trasformata, rafforzata per rendere ogni
operazione il più rapida possibile. Non possiamo fare presagi sul
futuro, ma sappiamo che se la guerra è qui, è da qui che bisogna
costruire infrastrutture di resistenza.
Movimento No Base
https://umanitanova.org/bloccare-il-traffico-di-armi-costruire-strutture-di-resistenza/
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