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(it) Italy, Sicilia Libertaria #470 - SPAGNA E RIVOLUZIONE - Una ferita ancora aperta (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Wed, 14 Oct 2026 07:47:34 +0300


Novant'anni dopo lo scoppio della rivoluzione spagnola, il 19 luglio 1936, cosa rimane della più importante ed estesa esperienza di anarchia mai realizzata? Vi riflettiamo sopra proponendo due scritti. Col primo, pubblicato da Pippo Gurrieri nello Speciale del Luglio-Agosto 2016 (Con la Spagna nel cuore) per l'80° della rivoluzione, iniziamo a festeggiare i 50 anni di vita di questo giornale. Nel secondo, di Natale Musarra, tenteremo un breve excursus sulle idee "fondanti" della rivoluzione spagnola attraverso il maggior testo teorico di Diego Abad de Santillán, El organismo economico de la revolución, apparso nel 1936 e aggiornato nei due anni successivi, rimasto inedito in italiano.

Una ferita ancora aperta

LLa Spagna, quella libertaria, rivoluzionaria, antifascista, mi venne incontro sin dalle prime letture anarchiche, nell'estate del 1971. La sconfitta della guerra civile era di appena 32 anni prima quando, per lunghi mesi, qualcosa che somigliava molto all'anarchia era stato realizzato nel corso di un'aspra rivoluzione sociale, e questo bastava a dare una definizione eloquente del concetto di utopia, lo stesso che gli avversari ci rinfacciavano accusandoci di essere sognatori fuori della realtà. L'anarchia era invece un fatto concreto, una teoria corroborata da un'esperienza storica con molti testimoni e protagonisti ancora in vita, sconfitta dal fascismo, dal tradimento stalinista, dall'opportunismo.
La nostra Spagna era una ferita aperta e sanguinante, per le modalità in cui era stata inflitta e per l'epopea guerrigliera che ne evitava la cicatrizzazione, tenendola fresca e palpitante proprio in mezzo al cuore di ogni individuo animato da sensibilità libertaria.
Posso affermare che la mia maturazione politica (e probabilmente quella di molti altri anarchici contemporanei) ha convissuto con un amore sterminato per la Spagna.
Nel 1971, quando entrai nel movimento, la dittatura franchista dominava ancora sulla gloriosa terra iberica; le campagne internazionali per la liberazione dei nostri prigionieri politici o per impedire sentenze di condanna a morte, erano costanti; l'esilio libertario spagnolo, per quanto diviso, in Francia e nel resto del Mondo preparava il rientro; solo le gesta dell'ETA avevano preso il posto, nella eco mediatica, di quelle della guerriglia libertaria, che dal 1939 alla fine degli anni sessanta aveva dominato quasi indiscussa la scena (non solo mediatica).
Ed essere anarchici a Ragusa voleva dire illuminarsi alla luce del la fiaccola ispanica: uno dei primi spagnoli che conobbi fu Antonio Tèllez, venuto in città sul finire del '71 per l'imminente uscita del suo libro biografico su Sabatè.
Qualcuno oggi potrebbe parlare di un testo di storia; ma nel 1972, a soli 12 anni dalla morte del "Quico", e a 15 anni da quella di Facerìas, questa era attualità bell'è buona, alimentata dall'infaticabile impegno di Franco Leggio, che era, sì, l'editore di Tèllez, ma soprattutto era stato un "complice", un solidale, uno, insomma, che con la guerriglia spagnola aveva avuto a che fare e come!, e che si portava addosso quella accusa di "spagnolite" lanciatagli vent'anni prima da settori del movimento più avvezzi alle chiacchiere. E dopo Tèllez, passarono dalla città tanti altri amici e compagni della dispora libertaria iberica.
La Spagna: il grande sogno infranto, la rivoluzione che fece toccare il cielo, l'occasione mancata che avrebbe cambiato il mondo, e forse impedito la seconda guerra mondiale, lo spirito ribelle, coerente fino allo stremo, di migliaia e migliaia di proletari anarchici immolatisi, prima per bloccare il fascismo, poi per costruire una società che espropriava la proprietà privata e la collettivizzava e si autogestiva, per continuare, infine, quel sogno nella clandestinità di mille tentativi insurrezionali, di sabotaggi, azioni, imprese che definire eroiche è fuori luogo, perché quelle erano persone normali che conducevano una lotta normale portando in testa e nel cuore idee, queste sì straordinarie, per cui valeva la pena di battersi e di morire.
Con loro, volontari da ogni parte del mondo, antifascisti, comunisti, socialisti, anarchici, e anche un bel drappello di siciliani, qualcuno dei quali rimase per sempre lì, morto nelle battaglie per strappare metri di terra al fascismo.
Nel 1977 mi recai per la prima volta a Barcellona; il regime era caduto da poco; il mio fu un tour tra sedi e circoli della ricostruita CNT, tra vecchi e giovani anarchici, in un fiorire di sogni e di speranze che rinfocolarono quella fiamma che faceva di Anarchia e Spagna una unione indissolubile.
Ci sono tanti libri sulla Spagna rivoluzionaria, molti sono giustamente problematici, critici, autocritici, altri narrano le storie collettive e individuali. Ma ce n'è uno che ho sempre raccomandato ai compagni, il libro che ogni anarchico dovrebbe tenere sul comodino: "Durruti e la rivoluzione spagnola" di Abel Paz, alias Diego Camacho, uno degli amici di Franco Leggio, anche lui passato più volte da Ragusa.
Nel suo libro c'è tutto il valore, l'abnegazione, la passione, il coraggio dei rivoluzionari spagnoli; c'è tutta la forza evocativa dell'anarchismo iberico, vera fiaccola per un Mondo intero che vuole liberarsi dalle catene dell'oppressione; c'è l'entusiasmo per le conquiste e lo sconforto per le sconfitte. Anche se il finale della storia è noto, ripercorrerla fa bene, è un ricostituente, un toccasana, che fa sembrare minuzie le difficoltà della nostra militanza quotidiana.
"La Spagna nel cuore" cantava George Moustaki; proprio così: ti entra e non ne esce più. E basta un nuovo libro, un fumetto, un film di Ken Loach, a fare aumentare i battiti, a fare bruciare questa ferita che ogni libertario si porta in petto, segno di riconoscimento, indelebile, profonda.
E se quel gioiello di mia figlia porta Blanca di nome, è perché il personaggio femminile di "Terra e libertà", ovvero la nostra Spagna colpita al petto dal fascismo e alle spalle dallo stalinismo, possa rappresentare, per lei innanzitutto, e per tutti noi, una speranza viva, un auspicio sincero, un'utopia cui credere perché autentica e reale.

Pippo Gurrieri

https://www.sicilialibertaria.it/wp-content/uploads/giugno2026_compressed-1.pdf
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