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(it) Chile, R. Libertaria: *La società contro lo Stato* di Pierre Clastres (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Wed, 14 Oct 2026 07:46:22 +0300


La sfida non risiede nel romanticizzare le forme indigene, bensì nel riconoscere la pluralità delle strutture politiche e nell'imparare dalle loro strategie di organizzazione sociale, al di fuori della logica statale. ---- La modernità capitalista - che nella nostra regione ha avuto inizio con l'arrivo degli invasori europei alla fine del XV secolo - ha gradualmente plasmato diversi costrutti ideologici tuttora persistenti. Da un lato, le idee liberali provenienti dall'Europa hanno affermato il concetto di "individuo" come soggetto autonomo rispetto al proprio contesto sociale: una persona capace, attraverso l'impegno e i risultati personali, di governare il proprio destino e di distinguersi costantemente dagli altri, pur condividendo lo stesso territorio, classe sociale, etnia o genere. Dall'altro, l'ordine sociale capitalista si è imposto come l'unico mondo possibile, rendendo invisibili le ingiustizie alla sua base e promuovendo la narrazione secondo cui le istituzioni statali che controllano le nostre vite sarebbero neutrali e storicamente immutabili.

Questa stessa prospettiva liberale e capitalista ha influenzato il modo in cui vengono percepiti e trattati gli altri popoli del globo. L'Europa - e successivamente gli Stati Uniti - si sono affermate come potenze globali da cui osservare e valutare il resto del mondo; di conseguenza, altre regioni geografiche - e in particolare i popoli dell'Africa e dell'America Latina - vengono percepite come arretrate, sottosviluppate o semplicemente inferiori. Si è affermata una visione del mondo etnocentrica che separa il "centro" dalle "periferie" e giustifica - prima attraverso la religione e poi attraverso la scienza - l'imposizione di profonde ingiustizie e disuguaglianze globali.

La conquista delle Americhe da parte di diverse potenze europee ha portato allo sterminio e/o alla sottomissione di molti popoli indigeni. Spagnoli e portoghesi dibattevano se gli abitanti di quei territori fossero realmente umani o possedessero un'anima suscettibile di cristianizzazione: dibattiti volti a giustificare la loro riduzione in schiavitù, così come quella delle popolazioni di origine africana condotte con la forza per sfruttare le risorse naturali. In ogni territorio conquistato, la violenza e lo sfruttamento ai danni delle popolazioni sottomesse venivano giustificati in modi diversi. Ancora oggi, la prospettiva dominante nei confronti dei popoli indigeni rimane negativa ed etnocentrica: sebbene il loro passato eroico possa essere riconosciuto, le loro espressioni culturali contemporanee vengono ridotte a semplice folklore. Nel frattempo, chi si identifica come membro di questi popoli subisce pressioni affinché abbandoni la propria identità e le rivendicazioni territoriali, accetti la proprietà privata della terra e si assimili al modello di cittadinanza individualista tipico degli Stati-nazione. Resta ferma la premessa secondo cui si tratterebbe di culture "arretrate", chiamate a percorrere celermente l'unica via possibile: quella della modernità capitalistica.

Pierre Clastres
Per questo motivo, *La società contro lo Stato* - opera dell'antropologo anarchico Pierre Clastres (1934-1977) pubblicata nel 1974 - è considerata un testo fondamentale dell'antropologia del Novecento. Il libro critica l'etnocentrismo occidentale che continua a giustificare le disuguaglianze globali del sistema capitalistico, contestando in particolare la concezione lineare del progresso, la quale tende a relegare le società indigene a uno stadio "anteriore" dello sviluppo sociale.

Nello specifico, la ricerca di Clastres dimostra che lo Stato non rappresenta un destino universale per tutte le culture, bensì una forma storica specifica. In quest'ottica, la divisione politica tra chi comanda e chi obbedisce non è intrinseca a ogni società, ma è piuttosto il frutto di un particolare processo storico: l'emergere di un potere coercitivo.

Fatta eccezione per i grandi imperi Inca, Azteco e Maya, la maggior parte delle popolazioni indigene del continente era caratterizzata da strutture sociali in cui le gerarchie erano prive di capacità coercitiva; ciò significa che non esisteva un corpo permanente di guerrieri incaricato di imporre la volontà delle élite. Sebbene il capo indigeno esercitasse un potere politico, tale potere non si fondava sul monopolio della forza (che avrebbe potuto dar luogo a forme statuali), bensì sul riconoscimento collettivo, sulla parola, sulla mediazione dei conflitti e su atti di generosità verso gli altri membri del gruppo. Emerge così la possibilità di società che, pur presentando gerarchie sociali - e le ingiustizie a esse connesse -, non hanno dato vita a forme statuali di dominio. L'orizzonte omologante della modernità capitalistica non costituisce una realtà ineluttabile, ma piuttosto una forma imposta tra le altre possibilità esistenti.

Purtroppo, Clastres non elabora una definizione sistematica di "potere politico"; opera invece sulla base di una nozione implicita che successivamente articola attraverso la distinzione tra potere coercitivo e non coercitivo. Ciò genera ambiguità, poiché il potere politico osservato presso le popolazioni indigene - pur privo di capacità coercitiva - riproduceva gerarchie ereditarie fondate sul prestigio, sulla tradizione o sul carisma. In altri termini, privilegiando la coercizione come criterio decisivo, Clastres tende a sottovalutare le dimensioni simboliche del potere, capaci di generare obbedienza e gerarchia senza ricorrere alla forza.

In secondo luogo, la sua affermazione secondo cui "la società controlla il capo" appare scarsamente suffragata, non riuscendo egli a individuare i meccanismi concreti impiegati per destituire i capi e instaurare nuove strutture. Nonostante tali limiti, il contributo di Clastres è fondamentale per denaturalizzare l'associazione tra sviluppo sociale e creazione dello Stato come forma di dominio politico. Non si tratta semplicemente di immaginare una società senza Stato, bensì di riconoscere l'esistenza - passata e presente - di forme sociali che, pur riproducendo gerarchie, non consolidano meccanismi coercitivi, ampliando così in modo decisivo lo spettro delle possibilità di organizzazione sociale.

Mettendo in discussione l'universalità dello Stato come forma politica, la ricerca di Clastres può essere letta in dialogo con gli approcci decoloniali che contestano l'imposizione di quadri epistemologici europei a realtà storiche diverse. In tal modo, le società indigene cessano di essere oggetto di una narrazione incentrata sull'arretratezza per divenire soggetti di una propria razionalità politica, dotata di specificità e contraddizioni proprie.

Da una prospettiva anarchica, riconosciamo il valore dell'antropologia di Pierre Clastres, pur individuandone i punti deboli, quali la sottovalutazione del potere simbolico e l'idealizzazione di certe forme di uguaglianza all'interno dei gruppi studiati. A questo proposito, risultano rilevanti i contributi successivi che dimostrano come il dominio possa operare senza l'uso della forza *in sé*, così come le ricerche che evidenziano dinamiche interne più conflittuali all'interno delle società indigene. In quest'ottica, la sfida non consiste nel romanticizzare le forme indigene di organizzazione sociale, ma nel riconoscere la pluralità delle possibili forme politiche e nell'apprendere dalle loro strategie di articolazione sociale al di fuori delle logiche statuali.

https://revistalibertaria.cl/la-sociedad-contra-el-estado-de-pierre-clastres/
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