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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #21-26 - Flamingo Revolution. Albania: sono i fenicotteri a chiamare alla rivolta (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Wed, 12 Aug 2026 07:29:49 +0300
Nessuno avrebbe immaginato che due luoghi fino a pochi mesi fa quasi
sconosciuti al grande pubblico europeo l'isola di Sazan e la laguna di
Narta-Zvërnec potessero diventare il centro della più importante
mobilitazione popolare che l'Albania abbia conosciuto negli ultimi anni.
---- Da una parte Sazan, l'isola militare che domina l'ingresso del
Canale d'Otranto. Dall'altra Narta, una laguna costiera che ospita una
delle più importanti colonie di fenicotteri dell'Adriatico. Due luoghi
separati da decine di chilometri, ma uniti dallo stesso destino:
diventare il cuore di giganteschi progetti turistico-immobiliari
promossi dal fondo di investimento legato a Jared Kushner, genero del
presidente statunitense Donald Trump.
Attorno a questi progetti si sono rapidamente condensate inquietudini
molto diverse. Per alcuni il problema è la tutela di ecosistemi fragili
e di aree protette. Per altri è la progressiva privatizzazione di
territori considerati beni comuni. Per altri ancora la vicenda
rappresenta l'ennesimo episodio di una lunga storia di opacità
amministrative, intrecci tra potere politico e interessi economici,
trasformazioni imposte dall'alto senza un reale coinvolgimento delle
comunità locali. Nei settori più radicali della protesta sono emerse
persino letture geopolitiche che vedono nell'operazione una forma di
colonizzazione economica e di controllo strategico del territorio da
parte di interessi stranieri. L'investimento previsto sull'isola di
Sazan viene talvolta descritto come una sorta di "conquista" simbolica
di uno spazio considerato parte dell'identità nazionale albanese, fino a
richiamare, in alcuni slogan e commenti, il tema della colonizzazione
presente nel conflitto israelo-palestinese.
Al di là delle interpretazioni, tuttavia, il dato più significativo è un
altro: nel giro di pochi giorni una protesta nata per difendere una
laguna e un'isola si è trasformata in una contestazione aperta
dell'intero sistema politico albanese.
La scintilla scatta a Zvërnec. La comparsa di recinzioni e filo spinato
nelle aree interessate dai lavori preliminari provoca le prime
manifestazioni. Quando alcune immagini mostrano cittadini trascinati a
terra dagli addetti alla sicurezza privata mentre la polizia resta
sostanzialmente ai margini, l'indignazione si diffonde ben oltre la
cerchia degli ambientalisti e raggiunge un pubblico molto più vasto
attraverso i social network. Da quel momento la mobilitazione cresce
giorno dopo giorno. Alle prime iniziative locali si aggiungono
manifestazioni a Valona, Durazzo, Scutari e infine Tirana. Le piazze si
riempiono soprattutto di giovani. Molti non appartengono ad alcun
partito. Molti non avevano mai partecipato prima a una manifestazione.
Altri seguono gli eventi dall'estero e contribuiscono a diffonderli
attraverso la vasta diaspora albanese sparsa in Europa e Nord America.
Mentre il governo continua a presentare la vicenda come una semplice
controversia legata a un investimento turistico, una parte crescente
della società albanese inizia a leggerla come il sintomo di un problema
molto più profondo.
A colpire non è soltanto il numero dei partecipanti, ma il carattere
stesso delle manifestazioni.
Chi osserva le immagini provenienti da Tirana non vede le tradizionali
scenografie delle mobilitazioni di partito. Le bandiere politiche sono
quasi assenti. Dominano quella albanese, i cartelli costruiti
artigianalmente e i fenicotteri diventati simbolo della protesta. Si
vedono qua e là bandiere dell'Unione Europea, qualche vessillo tratto
dall'universo manga di One Piece, rarissime bandiere statunitensi
portate da gruppi isolati, ma nessun simbolo capace di egemonizzare la
piazza.
A dominare la piazza non sono i simboli tradizionali della sinistra o
della destra, bensì due immagini apparentemente lontane tra loro:
l'aquila nera della bandiera albanese e il fenicottero della laguna di
Narta. L'aquila richiama una comunità nazionale dispersa tra Albania e
diaspora. Il fenicottero richiama la difesa di un territorio minacciato
dalla speculazione. Insieme raccontano un movimento che prova a tenere
insieme appartenenza, ambiente e partecipazione senza riconoscersi
completamente nelle tradizionali divisioni ideologiche.
È probabilmente questa la caratteristica più interessante della
mobilitazione.
Ambientalisti, studenti, collettivi femministi, associazioni civiche,
emigrati rientrati per l'occasione e semplici cittadini si ritrovano
nello stesso spazio senza che alcuna organizzazione appaia in grado di
imporre una linea politica comune. Perfino i tentativi dei principali
partiti di opposizione di accreditarsi come guida del movimento sembrano
suscitare più diffidenza che entusiasmo.
Né Rama né Berisha
Se la difesa della laguna di Narta e dell'isola di Sazan rappresenta la
scintilla iniziale, il vero elemento di novità emerge nelle piazze di
Tirana. Con il passare dei giorni gli slogan cambiano. Accanto alle
richieste di fermare i progetti immobiliari nelle aree protette
compaiono parole d'ordine che mettono in discussione l'intero sistema
politico albanese. I cori che risuonano con maggiore frequenza non
chiedono soltanto le dimissioni del primo ministro Edi Rama. Contestano
una stagione politica che, agli occhi di molti manifestanti, dura ormai
da oltre trent'anni.
«Rama në burg, Berisha në burg» diventa uno degli slogan più ripetuti
durante i cortei. La formula è significativa. Per oltre tre decenni la
vita politica albanese è stata dominata dall'alternanza, dallo scontro o
dalla convivenza tra gli stessi gruppi dirigenti. Da una parte il
Partito Socialista guidato da Edi Rama, al governo dal 2013. Dall'altra
il Partito Democratico di Sali Berisha, figura centrale della politica
albanese fin dagli anni Novanta. Nella protesta, tuttavia, questa
contrapposizione viene sempre più spesso percepita come una falsa
alternativa.
Nei discorsi dal palco, nelle interviste raccolte dai media locali e nei
cartelli esibiti durante le manifestazioni ritorna l'idea che governo e
opposizione siano entrambi responsabili della situazione attuale del
paese. Corruzione, emigrazione giovanile, aumento del costo della vita,
crisi abitativa e privatizzazione del territorio vengono attribuiti non
soltanto all'esecutivo in carica, ma all'intera classe dirigente che ha
governato l'Albania dalla fine del regime comunista fino ad oggi.
È probabilmente questa la ragione per cui la mobilitazione mette in
difficoltà anche l'opposizione parlamentare.
Inizialmente Sali Berisha osserva le manifestazioni con prudenza.
Successivamente cerca di avvicinarsi alle richieste dei manifestanti e
sostiene alcune delle rivendicazioni ambientaliste. L'accoglienza della
piazza, però, resta fredda. Gli slogan contro Berisha continuano a
risuonare accanto a quelli contro Rama, segnalando una diffidenza che
appare difficile da superare. Per molti partecipanti il problema non
riguarda soltanto chi governa oggi, ma il modello politico che si è
consolidato nel corso degli anni.
Le richieste avanzate durante le manifestazioni riflettono questa
impostazione. Accanto alla cancellazione dei progetti nelle aree
protette compaiono richieste di maggiore trasparenza nelle decisioni
pubbliche, controlli più efficaci contro la corruzione, verifiche
sull'operato della classe dirigente e, in alcuni interventi, perfino
l'ipotesi di un governo tecnico o di transizione. Naturalmente la
protesta è tutt'altro che omogenea. Vi convivono sensibilità differenti,
talvolta persino incompatibili tra loro. Ambientalisti, collettivi
femministi, associazioni civiche, gruppi nazionalisti, attivisti
sociali, studenti, emigrati rientrati per l'occasione e semplici
cittadini condividono lo stesso spazio senza condividere necessariamente
la stessa idea di futuro. Ciò che li unisce, almeno per ora, è
soprattutto un rifiuto. Il rifiuto di una politica percepita come
distante, autoreferenziale e incapace di offrire prospettive a una
generazione che continua a vedere nell'emigrazione una delle poche
possibilità di miglioramento delle proprie condizioni di vita.
Da questo punto di vista la Flamingo Revolution sembra esprimere
qualcosa che va oltre la sola questione ambientale.
La difesa della laguna di Narta diventa il linguaggio attraverso cui una
parte della società albanese prova a parlare di sé stessa, delle proprie
aspettative e del proprio rapporto con il potere.
È difficile capire oggi cosa abbiano realmente in mente i giovani
albanesi quando, nelle strade di Tirana, scandiscono ossessivamente
«Revolucion! Revolucion! Revolucion!». Probabilmente molti di loro non
saprebbero definirlo con precisione. Forse non lo sanno ancora nemmeno
loro. Ma dopo anni in cui la politica europea sembra aver smesso perfino
di immaginare il cambiamento, sentire una nuova generazione pronunciare
quella parola con tanta ostinazione produce comunque un effetto
particolare. Fa tornare alla mente l'idea che il futuro non sia ancora
stato completamente deciso. Resta naturalmente aperta la domanda
decisiva. Siamo di fronte a una mobilitazione destinata a esaurirsi nel
giro di poche settimane oppure alla nascita di un nuovo soggetto collettivo?
La costruzione di un movimento
Se la Flamingo Revolution riuscirà a lasciare un segno duraturo nella
vita politica albanese dipenderà da una questione molto concreta: la sua
capacità di trasformarsi da protesta in movimento. Le manifestazioni
possono riempire le piazze per alcuni giorni o alcune settimane. Più
difficile è costruire strumenti capaci di sopravvivere all'indignazione
iniziale e di dare continuità all'azione collettiva. È proprio su questo
terreno che la vicenda albanese diventa particolarmente interessante.
Uno degli aspetti più significativi è infatti la rapidità con cui la
mobilitazione ha iniziato a dotarsi di propri strumenti di comunicazione
e coordinamento. I principali siti internet, gli account social e le
piattaforme dedicate alla Flamingo Revolution compaiono quando le
proteste sono già in corso. Non precedono la mobilitazione: ne sono
piuttosto il prodotto. Nel corso dei primi giorni nasce anche il sito
The Flamingo Revolution, che raccoglie cronologia degli eventi,
richieste, calendario delle iniziative e materiali di documentazione.
Sul sito il movimento si definisce esplicitamente come caratterizzato da
una «leadership decentralizzata», formula che sembra descrivere
abbastanza bene la realtà osservabile nelle piazze. Finora, infatti, non
è emerso alcun leader riconosciuto capace di monopolizzare la protesta.
Né un'organizzazione in grado di rivendicarne apertamente la paternità.
Accanto ad attivisti ambientalisti, compaiono collettivi femministi,
associazioni civiche, gruppi di cittadini, esponenti della diaspora e
organizzazioni politiche minori. Tra queste vi sono realtà come Lëvizja
Bashkë, che sostengono apertamente la mobilitazione ma che, almeno per
ora, non sembrano in grado di egemonizzarla.
Anche il ruolo della diaspora merita attenzione. Nel giro di pochi
giorni manifestazioni e presìdi di solidarietà compaiono in numerose
città europee e nordamericane. Londra, Berlino, Madrid, Milano, Roma,
Padova, Boston e altre città ospitano iniziative promosse da comunità
albanesi residenti all'estero. Per un paese che da decenni conosce una
forte emigrazione, questo dato è tutt'altro che marginale. Molti dei
giovani che oggi protestano a Tirana hanno amici o familiari che vivono
e lavorano fuori dall'Albania. La questione ambientale si intreccia così
con temi più ampi: l'emigrazione, la crisi abitativa, l'aumento del
costo della vita, la difficoltà di costruire un futuro nel proprio paese
e la crescente distanza percepita tra governanti e governati.
Anche sul terreno della comunicazione, come già detto, emergono elementi
interessanti. Accanto ai canali ufficiali della mobilitazione si è
sviluppata una rete di creator, fotografi, giornalisti, influencer e
videomaker che contribuisce a documentare gli eventi e a diffonderli ben
oltre i confini delle piazze. Nei siti collegati alla Flamingo
Revolution compaiono persino sezioni dedicate a queste figure pubbliche,
segno del riconoscimento del ruolo che svolgono nella crescita del
movimento. Non tutti i profili citati sono di attivisti. Accanto a
giornalisti, ambientalisti e creator compaiono anche blogger, fotografi,
personaggi dello spettacolo, influencer di viaggio e figure provenienti
dal mondo della comunicazione e dell'intrattenimento. Più che una
struttura dirigente tradizionale sembra emergere una comunità
comunicativa diffusa, capace di collegare rapidamente attivisti,
diaspora e opinione pubblica.
Resta tuttavia aperta la questione decisiva. Le piazze esistono. Gli
slogan esistono. I simboli esistono. Una rete di comunicazione comincia
a esistere. Meno chiaro è se stiano nascendo anche assemblee,
coordinamenti territoriali, strumenti di decisione collettiva e forme di
organizzazione capaci di durare oltre l'emergenza. È lì che si gioca il
futuro di ogni movimento.
La storia recente è piena di mobilitazioni capaci di riempire le piazze
e incapaci di sopravvivere alla propria crescita. Altre, al contrario,
sono riuscite a trasformare una protesta in un'esperienza duratura di
partecipazione e autorganizzazione. L'Albania sembra trovarsi oggi
esattamente in questo passaggio.
Forse è anche per questo che Edi Rama ha reagito con tanta durezza
contro influencer e creator che hanno scelto di schierarsi con la
protesta. In una mobilitazione priva di leader riconosciuti, la capacità
di raccontare gli eventi, diffondere immagini e costruire consenso può
diventare una risorsa politica importante quanto una struttura
organizzativa tradizionale. E proprio per questo rappresenta un terreno
di scontro che va ben oltre i social network.
Quando il territorio si ribella
Quello che emerge dalle piazze albanesi non è soltanto la difesa di un
ecosistema. La forza della Flamingo Revolution non sta soltanto nella
tutela di una laguna o di alcuni fenicotteri. Sta nell'aver trasformato
una questione territoriale in una domanda collettiva sul diritto delle
comunità a partecipare alle scelte che le riguardano. È una dinamica che
abbiamo già visto, con forme e linguaggi diversi, in molti altri luoghi
d'Europa: dalla Val di Susa allo Stretto di Messina, dal Salento a
Notre-Dame-des-Landes. Contesti molto diversi tra loro, accomunati dalla
nascita di movimenti che contestano grandi opere, insediamenti turistici
o trasformazioni territoriali presentate come inevitabili e decise senza
un reale coinvolgimento delle comunità interessate.
In tutti questi casi il conflitto non riguardava soltanto
un'infrastruttura, un cantiere o un progetto specifico. Dietro l'opera
contestata emergeva una domanda più profonda: chi decide il futuro di un
territorio e nell'interesse di chi?
Anche in Albania, giorno dopo giorno, il dibattito sembra essersi
spostato dal progetto di Narta e Sazan al modello di sviluppo del paese.
Non si discute più soltanto di resort, investimenti o turismo di lusso.
Si discute del rapporto tra cittadini e potere, tra comunità locali e
grandi interessi economici, tra democrazia e decisioni presentate come
inevitabili.
Da questo punto di vista la Flamingo Revolution appare meno come
un'eccezione balcanica e più come una nuova manifestazione di quella
lunga stagione di conflitti sociali e territoriali che attraversa
l'Europa contemporanea. Dalle lotte per la difesa dei territori alle
recenti mobilitazioni studentesche in Serbia, emergono domande simili
sulla partecipazione democratica, sulla rappresentanza politica e sulla
possibilità per le comunità di incidere realmente sulle scelte che ne
determinano il futuro. Movimenti molto diversi tra loro, spesso privi di
una collocazione ideologica univoca, ma accomunati dalla convinzione che
il territorio non sia una semplice merce e che le comunità che lo
abitano abbiano il diritto di partecipare alle scelte che ne determinano
il destino.
Forse è questa la domanda che la Flamingo Revolution consegna anche a
chi osserva dall'altra parte dell'Adriatico: non se l'Albania sia o meno
in vendita, ma se siamo ancora capaci di immaginare che esistano luoghi,
paesaggi, beni comuni e comunità che non possano essere valutati
esclusivamente in termini di rendita, profitto o attrattività turistica.
Tra Narta, Ostuni e la Val di Susa cambiano le lingue, le leggi e i
governi. Restano sorprendentemente simili le domande: chi decide il
futuro dei territori? Nell'interesse di chi? E quale spazio rimane a chi
quei territori li abita ogni giorno? Forse è per questo che il grido di
«Revolucion!» che oggi risuona nelle piazze di Tirana parla anche a noi.
Perché le domande che attraversano questa mobilitazione partecipazione,
autogoverno, controllo dal basso delle decisioni collettive sono le
stesse a cui il federalismo anarchico prova da sempre a dare una risposta.
Non sappiamo quale sarà il destino della Flamingo Revolution. Potrebbe
spegnersi rapidamente, trasformarsi in un nuovo soggetto collettivo
oppure rifluire dentro le tradizionali dinamiche della politica
albanese. Ma una cosa è già accaduta: una laguna popolata di fenicotteri
è riuscita a riportare nelle piazze una parola che sembrava scomparsa
dal lessico politico europeo. Revolucion. E, insieme ad essa, la domanda
su chi abbia il diritto di decidere il futuro di un territorio e di una
società.
Totò Caggese
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