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(it) Italy, Sicilia Libertaria #468 - STORIA. Dagli archivi della Questura la verità sulla strage di Ragusa (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Thu, 6 Aug 2026 07:43:27 +0300


Il 9 aprile 1921, alle ore 20 nella piazza Umberto I l'on. Vincenzo Vacirca, socialista, parla da un palco davanti alla Camera del lavoro. Condanna la violenza fascista. E si augura che Ragusa sia risparmiata dall'orrore di vedere le proprie vie bagnate di sangue. Dall'altro lato della piazza, i fascisti guidati da Filippo Pennavaria e dal maggiore Salvatore Minardi lo coprono di fischi. Dal ripiano della chiesa di San Giovanni, alcuni socialisti gridano «Vigliacchi!» e gettano giù delle pietre. Feriscono due fascisti. Gli altri si riparano nel Circolo dei Massari. E sparano. Sulla folla si abbatte una pioggia di fuoco. Vacirca scampa per miracolo. Sul terreno restano due morti: Rosario Occhipinti, 24 anni, colono; Carmelo Vitale, 26, picconiere. Un terzo, Rosario Gurrieri, morirà l'indomani. «Per scarica di fucile durante una rissa», si legge nell'atto di morte. Resta il dubbio se sia stato colpito durante la sparatoria o negli scontri avvenuti dopo. Nelle carte processuali si parla solo di due morti. Ufficialmente, i feriti sono 16. In realtà sono molti di più, una settantina. Ma evitano l'ospedale per non essere arrestati. I carabinieri perquisiscono i circoli socialisti, senza trovare nulla. Nei locali del Partito Popolare e del Circolo dei Massari rinvengono pistole Browning e bossoli. L'inchiesta imbocca un vicolo cieco: il delitto di folla dopo la provocazione socialista. «Questo episodio», scriverà Vacirca («Sicilia Socialista», 11 aprile 1921) a proposito delle pietre che hanno ferito i fascisti, «lo si vuole sfruttare per giustificare il delitto fascista: dicendo che il masso fu rotolato prima che avvenisse lo sparo. Ciò è assolutamente falso, e nessuno può più di me asserirlo che stavo di fronte con gli occhi fissi sui fascisti e che vidi gli spari iniziarsi senza ombra di ragione». I testimoni che indicano gli sparatori sono ignorati. Nessuno è incriminato. Tranne lo studente socialista Giovanni Lupis, per le lesioni causate gettando le pietre giù dalla balaustra. Sarà prosciolto per amnistia nel 1923.

New York,settembre 1926. Nella redazione del «Nuovo Mondo», diretto da Vacirca, arriva una lettera dal Bronx. L'autore è Francesco La Porta, ragusano emigrato, ex minatore, socialista. Aggiunge due elementi importanti alla ricostruzione dei tragici fatti. Qualche giorno prima del comizio, Gabriello Carnazza, sottosegretario al Tesoro, si era recato in visita a Ragusa, «ospite nella casa di quel gesuita e ruffiano di Pennavaria». Carnazza aveva spiegato «cosa era il fascismo e quale autorità il governo dava a questa masnada di assassini tricolorati in camicia nera». «Lì per lì presero coraggio, si riunì il fascio, col segnale delle bombe che loro facevano esplodere per chiamare le riunioni; discussero, senza dubbio che il governo li autorizzava dandogli le armi e facendoli anche proteggere dai R. Carabinieri per andare contro di noi». Qualche giorno dopo, «il sottoscritto, l'ex sindaco Emanuele La Carrubba, avv. S. Lupis e il veterinario Fumuso Nicola si andò a Modica per invitare il compagno Vincenzo Vacirca di venire in Ragusa e dare la sua parola di conforto alle masse per l'interessamento suo per un accordo con i datori di lavoro locale. Il delegato della P. S. sig. D'Agato, saputo che noi dovevamo portare il Vacirca in Paese, venne negli uffici del sindaco dove c'era io, il sindaco e l'avvocato Lupis come fiduciario del Comune e segretario della Sezione Socialista. Il funzionario protestò, volendo impedire la venuta del deputato socialista e dopo la nostra insistenza rispose che lui e la forza pubblica si sarebbe assentato e che avrebbe fatto ritorno dopo successo il fattaccio, a raccogliere i morti, come infatti avvenne». Emerge, dunque, un collegamento operativo tra l'azione fascista e la forza pubblica.

La sera del comizio, nel Circolo dei Massari «vi era tutta la teppa e la maffia del paese armata di pugnali e rivoltelle, protetti da un maresciallo della R. Guardia e più di 30 militi armati di moschetto. Mentre il compagno Vacirca parlava alla folla, i fascisti urlavano, schiamazzavano e minacciavano, ma la massa non dava loro retta per non far succedere qualche tafferuglio». Il picconiere nota un'arma puntata contro l'oratore, si lancia su Vacirca e lo butta a terra. Gli spari costringono lui e i compagni a ripararsi. «Io e il compagno Vacirca entrammo nella Camera del lavoro piena di operai e bambini. La piazza sembrava un campo di battaglia. Gridi e lamenti si udivano da ogni lato. I feriti invocavano aiuto. Donne e bambini strillavano e piangevano. Due feriti gravi giacevano sul marciapiede proprio davanti alla Camera del Lavoro implorando aiuto! Chi poteva andare in loro soccorso? Proprio di fronte c'erano i carabinieri e fascisti che sparavano come tanti pazzi. Io e il Vacirca si tentò tre o quattro volte, ma le pallottole ci impedivano di portare a termine l'azzardato proposito». «I carabinieri fecero largo ai fascisti per lasciare loro fare ciò che volevano. Dopo tre ore e cioè alle 23,30, venne il pretore, il cancelliere e il medico per constatare la morte di quei poveri padri di famiglia che lasciavano mogli e figli in mezzo a una strada. Tra i morti c'era pure un mutilato di guerra che per la grandezza della Patria aveva dato un occhio!». Nel caos seguito alla sparatoria, i socialisti scambiano le autorità che entrano nella Camera del lavoro per dei fascisti, spengono le luci e li aggrediscono, ma poi capiscono l'equivoco e si fermano. «Usciti, il Vacirca si scagliò subito con parole roventi sul maresciallo dei carabinieri e sul delegato di P. S. per la condotta mantenuta dai loro uomini, e volle recarsi sul posto da dove partirono i colpi che colpirono i disgraziati lavoratori. Là vennero raccolti un centinaio di bossoli di cartucce da rivoltella, che egli prese per aver una prova da poter presentare alla Camera dei deputati nel resoconto dell'accaduto. Il delegato disse al Vacirca di allontanarsi immediatamente dalla cittadina perché non poteva dare alcuna garanzia sulla di lui sicurezza nel caso si fosse trattenuto ancora».

Nella testimonianza newyorkese si parla di premeditazione e complicità istituzionale, a tutti i livelli. La lettera è pubblicata per intero. Il ritaglio del giornale è spedito in Italia all'avvocato Salvatore Molè, antifascista, ex sindaco di Vittoria. Per aggirare la censura, è indirizzato a un cugino di Vacirca, Ernesto Santonocito, iscritto al sindacato fascista. La polizia politica intercetta la busta. E la sequestra. Santonocito finisce tra i vigilati, il ritaglio negli archivi della Questura. La verità emersa dall'America scompare. Caduto il fascismo, la vedova e il figlio di Carmelo Vitale chiedono un nuovo processo. Dei testimoni accusano 64 fascisti. L'istruttoria ne proscioglie 52. Dodici finiscono davanti alla Corte d'Assise speciale convocata a Modica. Sono: Gaudenzio Battaglia, Emanuele Giummarra, Andrea Valle Català, Luigi Sulsenti, Emanuele Chiavola, Antonio Arena Antonelli, Salvatore Nifosì, Nunzio Marzano, Giuseppe Bertini, Paolo Di Martino, Emanuele Vicari, Salvatore Firrito.

Il dibattimento si apre il 24 aprile 1946. I testimoni non confermano le accuse. Incriminati per falsa testimonianza, ritrattano e ammettono di aver cercato di favorire gli imputati. Dietro le titubanze si intuiscono pressioni e intimidazioni. Anche il giudice lo nota: sembrano agire «concordemente e come se si fossero scambiati una parola d'ordine». La sentenza arriva il 30 aprile.

Nella piazza c'era confusione. Era sera. La paura alterò le percezioni. Difficile in quelle condizioni e dopo tanto tempo identificare i responsabili e discernere le colpe dei singoli. Il presidente della Corte Giuseppe Verzi ritiene le prove insufficienti e assolve gli imputati. Sarebbe stato diverso, ammette, se ci fosse stata la prova di un accordo preventivo tra i fascisti. Eppure la prova c'era: la lettera di La Porta avrebbe potuto aprire nuovi scenari, costringendo a indagare sull'accordo previo. Ma rimase sepolta negli archivi. Oggi, quelle parole tornano alla luce. E raccontano una storia di verità emerse e scomparse, di silenzi complici e di giustizia negata.

Giovanni Criscione

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