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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #20-26 - Non si canta per cantare. Note a margine di una polemica sull'arte "impegnata" (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Tue, 4 Aug 2026 07:46:41 +0300
"Provo sempre un certo imbarazzo quando leggo che un uomo di spettacolo,
con una visibilità pubblica, vuole schierarsi in maniera netta e
apodittica su questioni internazionali (guerre, ecc.) perché tutto il
mondo che ci sta intorno va analizzato con cura. Il proclama buttato giù
da un palco o anche scritto in un appello mi lascia abbastanza
indifferente. Gli artisti che vogliono sensibilizzare il loro
pubblico... ma perché? Non sono abbastanza sensibili per conto loro? C'è
bisogno che Bruce Springsteen gli dica di essere contro
l'amministrazione Trump? Non credo: è un ruolo che non mi sento di
condividere".
Sono parole pronunciate da Francesco De Gregori il 26 maggio scorso, nel
corso di una conferenza stampa di presentazione di un ciclo di concerti.
Il tono era, fino a quel momento, abbastanza disteso ma anche
amareggiato: "saranno dieci anni che non sento più l'ispirazione
ribollire dentro di me, la cosa mi dispiace ma non ne faccio un dramma".
Un altro giornalista ha insistito sul tema dell'impegno, De Gregori
piccato ha rincarato la dose: "Sensibilizzo mio malgrado attraverso le
canzoni che scrivo, non con quello che dico. Non mi sento superiore a
nessuno per poter insegnare che posizione prendere su Gaza o Israele o
su l'Iran. Ho le idee confuse anche io (...) il mio pensiero non è
totalitario, non voglio né dare né prendere lezioni da nessuno,
soprattutto da un cantante o da un uomo di cinema: che titoli ha?".
Il 13 gennaio del 1898 sul giornale francese Aurore apparve un lungo
editoriale dal titolo J'Accuse...! Lo firmava uno scrittore considerato
il più importante romanziere in attività, Émile Zola. Si apriva, con
quell'articolo, uno dei più famosi casi della cultura moderna, volto a
contestare violentemente la condanna ingiusta di un militare francese e,
più in generale, un diffuso pregiudizio antisemita, un pregiudizio dal
quale la stessa sinistra non era avulsa (a dirla tutta neppure i
libertari). Ciò che però rendeva davvero memorabile ed esplosivo
quell'articolo - oltre ovviamente alle argomentazioni ineccepibili ed al
titolo geniale che rovesciava il concetto di accusa dal condannato ai
suoi giudici - era proprio che fosse firmato da un artista e non da un
giornalista, un avvocato, un uomo politico... insomma, non da uno
specialista. C'erano stati certo notevoli precedenti, antichi come la
società, di poeti, musicisti, pittori che avevano preso posizione in
merito a questioni che non riguardavano strettamente il loro campo. Però
in questo caso il mezzo di larga e rapida diffusione, la notorietà ed il
carisma di Zola resero quella vicenda un punto di svolta: nasceva con
quell'articolo la figura dell'intellettuale impegnato. Zola andò
incontro a guai importanti: processo, condanna, esilio... e qualcuno
sostiene che persino la sua tragica morte (avvelenato dal monossido di
carbonio in una stanza chiusa) non sia né accidentale né slegata da
quella vicenda.
La figura dell'artista impegnato, consapevole, del "compagno di strada"
o dell'"utile idiota" (due definizioni invalse in ambito
marxista-leninista) è senz'altro stata un asse portante di quella
dicotomia che fa danzare assieme la politica della cultura con la
cultura della politica. Nel novecento le forme di cultura di massa:
letteratura popolare, fumetto, cinema e canzone hanno interagito sovente
con la diffusione delle idee sociali, anzi a dirla tutta alcuni
militanti si sono interessati di queste forme di comunicazione proprio
perché particolarmente adatte a diffondere rapidamente dal basso idee e
storie controcorrente. L'anarchismo, in particolare, è ben rappresentato
dalle sue canzoni, al punto che uno degli organizzatori, militanti e
rivoluzionari più famosi e amati della sua storia - Pietro Gori - è
anche uno dei suoi massimi cantori: caso direi unico. La canzone è un
mezzo di propaganda duttile e di immediato utilizzo, può essere
improvvisata su un evento e cantata in poche ore, si impara rapidamente
ed ogni ascoltatore può farsene a sua volta tramite. È particolarmente
sfuggente alla censura: come fai ad imbavagliare tutta una folla che
intona in coro un canto?
Figlia ibrida della scrittura poetica, della composizione musicale e del
canto, la canzone - fra le forme della comunicazione popolare di larga
diffusione - pur essendo stata protagonista dell'industria del disco e
dell'intrattenimento di massa, ha conservato nel fondo una vocazione
orale, trasmettendosi al di fuori di ogni controllo ed a dispetto di
ogni commercio. Credo sia per queste ragioni che la canzone impegnata,
la canzone di tematica sociale, la canzone politica sia la forma d'arte
più legata alla storia del movimento operaio e rivoluzionario... anzi,
potremmo dire che in molti casi taluni militanti si sono fatti cantori
per propagare idee. Non ci vuole troppa preparazione o troppo talento
per imparare quattro accordi di chitarra e raccontare in versi più o
meno storti una rivolta... e non è affatto detto che questi quattro
accordi e questa urgenza non generino una canzone bella altrettanto o
ancor più di quelle scritte da professionisti del genere. La canzone
sociale ha avuto anche i suoi eroi ed i suoi martiri come Joe Hill e
Victor Jara.
Quando negli anni sessanta è sorto anche in Italia un fenomeno piuttosto
diffuso di canzone d'autore, con musicisti-poeti che si facevano
interpreti dei loro stessi canti, e quando negli anni settanta questo
fenomeno è diventato preponderante, è stato del tutto ovvio che molti di
essi - appartenendo ad una generazione per cui la partecipazione
politica era centrale - portassero avanti, ognuno con la propria indole,
questa fusione di poesia ed impegno. Talvolta magari anche schernendosi
dal doversi assumere il peso del mondo e dei suoi disagi in ogni verso:
non è un delitto di lesa coscienza di classe scrivere una canzone
d'amore. Edoardo Bennato ha - potremmo dire - scritto il manifesto di
questo chiamarsi fuori dall'obbligo dell'impegno con brani come Sono
solo canzonette o Cantautore. Buffa contraddizione: più ci si vuol
sottrarre alla strumentalizzazione, più si rischia di finire ostaggio
del qualunquismo, che dei pensieri politici è uno dei più rigidi e
reazionari. "A canzoni non si fan rivoluzioni" potrà sgolarsi a ripetere
Guccini, ma si potrà anche notare come, dalla presa della Bastiglia in
poi, non esiste grande rivoluzione e spesso anche piccola rivolta che
non abbia prodotto i suoi canti. A mio gusto i più bei canti, i più
necessari.
Francesco De Gregori è un cantautore di straordinario talento e
longevità, nato artisticamente nel Folk studio, un locale romano
fortemente caratterizzato dai simboli della sinistra rivoluzionaria
(pare che lì ogni serata iniziasse al suono dell'Internazionale).
Giovane chitarrista di quel monumento del canto sociale (ed anarchico in
particolare) che fu Caterina Bueno, alla quale anni dopo ha dedicato la
bellissima Caterina. Conoscitore ed amante del repertorio popolare e di
lotta, al punto di essere tornato nella maturità su quel repertorio con
un disco ed una tournée di grande successo Il fischio del vapore in duo
con Giovanna Marini. Ha anche disseminato le sue canzoni di ogni tempo
di riferimenti abbastanza trasparenti alle lotte sociali,
all'emigrazione, alle guerre: L'abbigliamento di un fuochista, Generale,
Pablo, L'impiccato... e quella frase di sapore quasi brechtiano: Tu da
che parte stai? / stai dalla parte di chi ruba nei supermercati / o di
chi li ha costruiti, rubando? scritta in un'epoca nella quale il
disimpegno era diventato la norma.
D'altronde De Gregori è stato anche un propugnatore accanito del diritto
all'ambiguità del linguaggio, alla sua scarsa trasparenza, ad una
tetragona indipendenza dell'artista da ogni condizionamento. Questa
convinzione lo ha portato ad essere la vittima di uno degli episodi più
famigerati della storia della canzone italiana: il 2 aprile 1976, nel
corso di un concerto a Milano, fu prelevato da un gruppo di militanti
dell'autonomia operaia dal suo camerino e (pare anche sotto la minaccia
di una pistola) costretto a subire un processo popolare sul palco, nel
quale lo si accusava di essersi arricchito (il disco Rimmel dell'anno
precedente era stato un enorme successo), di non scrivere canzoni
abbastanza militanti e lo si invitava al suicidio (addirittura!). Quella
fu senz'altro un'azione molto stupida e grezza, per fortuna finita senza
drammi. Ma anche uno strano miscuglio di brutalità e di fiducia nelle
possibilità dell'arte. Persone ingenuamente convinte che le canzoni
potessero influenzare la storia, inceppare il potere, fermare le guerre,
sospendere le condanne a morte. Oggi invece sappiamo che è tutto inutile
e possiamo cantare tutto ciò che vogliamo, tanto nessuno ne sarà
disturbato: anche le canzoni di rivolta più belle si perdono in un
rumore di fondo inconsistente e caduco. Secondo me, in fondo in fondo,
anche de Gregori, nonostante il processo, si divertiva più prima.
Alessio Lega
https://umanitanova.org/non-si-canta-per-cantare-note-a-margine-di-una-polemica-sullarte-impegnata/
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