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(it) Italy, Sicilia Libertaria #468 - LE NEMICHE DEL PADRE. - L'istituzionalizzazione religiosa del dominio sulle donne (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Tue, 4 Aug 2026 07:46:30 +0300
Indagando sulle radici greche e bibliche della condizione delle donne in
Occidente, emerge un dato strutturale: la cultura occidentale ha
costruito la propria stabilità sull'invenzione della "colpa femminile".
Se nel mito greco è Pandora a scoperchiare il vaso, liberando i mali nel
mondo per un'incauta curiosità, nel versante biblico è Eva a infrangere
l'ordine divino. In entrambi i miti si espressa che sarebbe sua la
responsabilità, non solo dell'origine della sofferenza umana, ma anche
della sua stessa sottomissione: se la donna è ontologicamente pericolosa
o debole, il dominio maschile cessa di essere un abuso per diventare una
necessità di ordine pubblico e morale. La "legge del padre" si ammanta
di sacralità, diventando un mandato divino irrevocabile contro cui ogni
ribellione è, per definizione, non solo un delitto ma soprattutto un
peccato. Tuttavia, è con l'avvento e lo sviluppo delle chiese cristiane,
cattoliche e protestanti, che questa "colpa mitologica" si trasforma in
prassi politica e istituzionale. Le radici bibliche vengono messe a
frutto da secoli di dominio che hanno trasformato la sottomissione in
una struttura burocratica autoritaria. Nel mondo cattolico,
l'istituzionalizzazione del patriarcato passa attraverso una doppia
manovra: l'esclusione gerarchica e la mistificazione della figura
femminile. Se da un lato il sacerdozio viene blindato come attributo
esclusivamente maschile, riflettendo l'idea di un Dio-Padre che parla
solo attraverso i figli maschi, dall'altro la donna reale viene
schiacciata tra il modello negativo dell'Eva peccatrice e quello
irraggiungibile di Maria, la Vergine madre del figlio di Dio.
Questa dicotomia ha trovato la sua massima espressione nella teologia
scolastica, dove teologi come Tommaso d'Aquino, seguendo Aristotele,
hanno codificato la donna come un "maschio mancato" (mas occasionatus),
un essere difettoso per natura che necessita della guida maschile per
non cadere nell'errore. D'altro lato, il culto mariano, lungi
dall'elevare la condizione femminile, ne ha sancito la neutralizzazione
politica. Maria è la "schiava del Signore", una madre privata di
desiderio e di parola propria, il cui unico destino è l'intercessione
subordinata. Il confessionale e il diritto canonico sono diventati i
nuovi tribunali dove la libertà delle donne è stata sacrificata
sull'altare della "natura femminile", definita da teologi maschi come
fragile, emotiva e bisognosa di tutela costante.
Con la Riforma Protestante, questo controllo non diminuisce, ma cambia
forma, facendosi più capillare e domestico. Se il cattolicesimo offriva
nel monachesimo un'alternativa, seppure separata e controllata, al
matrimonio, Lutero e Calvino chiudono i conventi, eliminando l'unico
spazio di autonomia intellettuale, economica e sociale femminile. La
donna viene "liberata" dal chiostro solo per essere murata
definitivamente nel focolare: la sua santità non risiede più nella
verginità mistica o nello studio, ma nell'obbedienza assoluta al
marito-pastore. Il patriarcato ecclesiastico si trasforma così in
patriarcato domestico, dove ogni casa diventa una piccola chiesa con un
sovrano assoluto: il padre e poi il marito. La donna perde ogni residuo
di spazio pubblico, venendo relegata alla funzione di "sacerdotessa
della casa", la cui virtù coincide con la completa sparizione come
individuo.
Nonostante questi apparati repressivi, la storia del mondo cattolico è
attraversata da forme, anche radicali, di resistenza intellettuale e
comunitaria che hanno cercato di incrinare il potere maschile. Se la
Chiesa tentava di murare il pensiero femminile, molte donne risposero
immaginando mondi alternativi. È il caso straordinario di Cristina da
Pizzano che, nella sua opera La Città delle Dame (1405), capovolge la
narrazione della "colpa": partendo proprio dalla critica a quei testi
che dipingevano la donna come un errore della natura, costruisce
simbolicamente una città fortificata dove le donne, colte, attive e
pensanti, possono vivere libere dalla violenza maschile. Accanto a lei
si mossero le Beguine, donne laiche in comunità autonome che gestivano
ospedali e studiavano i testi sacri fuori dal controllo di un marito o
sacerdote. Anche la mistica divenne un'arma politica: figure come
Ildegarda di Bingen o Caterina da Siena usarono l'autorità della
"visione" per parlare da pari a pari con papi e imperatori, trasformando
la rinuncia al corpo e al ruolo sociale in un atto di autonomia
intellettuale derivata dall'ispirazione divina.
Purtroppo, l'istituzionalizzazione della colpa si trasforma alla fine
del medioevo in una sistematica operazione di sterminio con la caccia
alle streghe, una vera e propria guerra ai saperi femminili durante la
transizione verso la modernità. Tra il XV e il XVII secolo, la figura
della "strega" viene costruita a tavolino da giuristi e teologi per
colpire le erboriste, le levatrici e le guaritrici, depositarie di un
sapere millenario sui cicli naturali, sulla salute e sulla fertilità.
Attraverso una spietata propaganda, queste conoscenze popolari, che
garantivano alle donne un ruolo centrale e autorevole nelle comunità,
vengono rinominate e stigmatizzare come "arti diaboliche". L'accusa di
stregoneria servì a disegnare uno spazio sociale totalmente sottomesso:
la paura del rogo impose il silenzio, distrusse la solidarietà tra donne
e consegnò il controllo sul corpo femminile allo Stato e alla medicina
maschile. La "strega" più essere considerata così come l'ultima
trasformazione di Pandora ed Eva: la donna che, possedendo una
conoscenza propria e autonoma, minaccia l'ordine del Padre e deve essere
cancellata persino fisicamente. Con l'avvento dello Stato moderno,
questa sottomissione si secolarizza senza perdere la sua forza
coercitiva. Sebbene il potere delle Chiese sembri arretrare sotto i
colpi della ragione, la loro eredità viene assorbita dalla nuova scienza
medica e giuridica. La donna non è più "peccatrice" in senso stretto, ma
viene definita "isterica" o "naturalmente fragile". Il patriarcato
ecclesiastico passa il testimone a quello scientifico: la funzione
materna viene esaltata come unico destino accettabile, mentre lo spazio
pubblico resta una prerogativa maschile. Le Chiese reagiscono alla
modernità irrigidendo i propri confini e richiamando la donna alla sua
"missione naturale" nel focolare, mantenendo in vita quel "silenzio
pubblico" codificato secoli prima dai padri della Chiesa e dai teologi
della Riforma.
Tirando le fila di questo percorso, appare chiaro che la preminenza
maschile in Occidente non è un dato biologico né un destino
ineluttabile, ma il risultato di una storia violenta che ha occultato
sistematicamente l'alterità femminile. Ogni epoca ha semplicemente
cambiato il nome alla sottomissione: ciò che un tempo era "volere degli
dei" è diventato "parola di Dio", poi "natura inferiore" e infine
"destino biologico". L'eredità di questa guerra millenaria abita ancora
oggi nella pretesa patriarcale di legiferare sul corpo femminile.
Tuttavia, anche se in termini minoritari, questo cerchio di ferro si sta
spezzato grazie alle lotte delle donne che si negano a sottomettersi
ancora al potere maschile, individuandone i nodi e le trame laddove si
sono fatti più stringenti e soffocanti. Anche se spesso solo in modo
intellettuale e solo in parte politico, le lotte delle donne hanno
smascherato la complicità tra il dogma delle Chiese, che espropriava
l'anima, e la violenza dello Stato moderno, che sequestra il corpo
attraverso leggi discriminatorie. Riscoprire le figure di resistenza,
dalle mistiche alle "streghe", dalle pensatrici medievali alle
femministe radicali, significa riconoscere che un'altra convivenza è
sempre stata possibile. Il futuro dipenderà dalla capacità di uscire
definitivamente dalla "Città del Padre", restituendo alle donne la
sovranità assoluta sulla propria storia, sulla propria conoscenza e,
soprattutto, sul proprio corpo, territorio ultimo e non negoziabile di
libertà.
Emanuele Amodio
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