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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #20-26 - Instabilità internazionale. Iran, Israele e la crisi dell'ordine americano (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Mon, 3 Aug 2026 07:20:08 +0300
L'ennesima guerra che incendia il Medio Oriente rischia di essere
raccontata come uno scontro locale tra Stati rivali. In realtà ciò che
sta accadendo può essere compreso soltanto collocandolo all'interno
della crisi dell'ordine internazionale, costruito dagli Stati Uniti, e
della difficile transizione verso nuovi equilibri globali. ---- Per
oltre quarant'anni il dominio statunitense si è fondato su una
combinazione di superiorità militare, centralità finanziaria e controllo
dei flussi commerciali mondiali. Oggi questo modello mostra segni
evidenti di crisi. L'ascesa della Cina e di altre economie asiatiche
mette in discussione la capacità degli Stati Uniti di mantenere la
centralità del dollaro e del proprio mercato finanziario, come punto di
riferimento obbligato dell'economia globale.
In questo contesto il controllo delle risorse energetiche assume un
significato che va ben oltre il semplice approvvigionamento. Gli Stati
Uniti non hanno bisogno del petrolio mediorientale come in passato, ma
continuano ad avere interesse a controllare i flussi energetici da cui
dipendono i loro competitori e i loro alleati. La vicenda venezuelana,
il conflitto ucraino e la tensione con l'Iran possono essere letti come
episodi differenti di una competizione globale per il controllo delle
infrastrutture energetiche e delle rotte commerciali.
L'Iran occupa una posizione decisiva. Lo stretto di Hormuz rappresenta
uno dei principali punti di passaggio del commercio mondiale di
petrolio. Per questo motivo il confronto con Teheran assume una
rilevanza che supera ampiamente la dimensione regionale. Israele,
alleato fondamentale degli Stati Uniti nel Mediterraneo orientale,
persegue inoltre una propria agenda strategica volta a consolidare la
propria egemonia regionale, a praticare la pulizia etnica dei territori
palestinesi e a eliminare i principali competitori dell'area.
Tuttavia il progetto incontra ostacoli significativi. L'apparato statale
iraniano ha dimostrato una capacità di tenuta superiore alle aspettative
di molti osservatori, e la minaccia di una limitazione del traffico
nello stretto di Hormuz colpirebbe non soltanto le economie asiatiche ma
anche numerosi alleati degli Stati Uniti.
La situazione va però letta all'interno di una trasformazione ancora più
profonda. Come osservava Giovanni Arrighi in 'Adam Smith a Pechino',
l'ascesa della Cina non mette in discussione soltanto la distribuzione
della ricchezza mondiale, ma anche l'idea, radicata nelle classi
dirigenti occidentali, che il centro dell'economia mondiale debba
necessariamente coincidere con l'Occidente. Dietro la resistenza
americana al declino relativo della propria egemonia non vi sono
soltanto interessi economici e strategici, ma anche una lunga tradizione
di superiorità culturale, politica e storicamente coloniale.
La crisi attuale si intreccia inoltre con la crisi ecologica e con i
limiti materiali della crescita. L'integrazione di miliardi di persone
nel mercato mondiale ha generato una domanda crescente di energia,
materie prime e consumi. La Cina investe massicciamente nelle energie
rinnovabili ma continua ad avere un fabbisogno energetico enorme; gli
Stati Uniti puntano su infrastrutture digitali e data center che
richiedono quantità crescenti di energia e acqua. La competizione per le
risorse è destinata ad aumentare.
In questo scenario emerge una contraddizione sempre più evidente tra
capitale e territorio. Il capitale finanziario globale continua a
utilizzare gli Stati Uniti come piattaforma privilegiata, ma non
coincide più necessariamente con gli interessi di lungo periodo della
società americana. Si assiste così a un progressivo disaccoppiamento tra
la logica dell'accumulazione finanziaria e quella della potenza statale.
La guerra contro l'Iran non appare dunque come il segno della forza
incontrastata dell'impero americano, ma come una manifestazione delle
sue difficoltà. La vecchia potenza non è più in grado di governare il
sistema come in passato, mentre nessuna nuova potenza possiede ancora la
capacità di costruire un ordine stabile. Il risultato è una crescente
instabilità internazionale.
Per noi è evidente che non esistono fronti da sostenere in questa
contesa. Non vi è nulla da guadagnare scegliendo tra l'imperialismo
statunitense e quello delle potenze emergenti, tra il nazionalismo
israeliano e l'autoritarismo iraniano. A pagare il prezzo di questa
competizione sono sempre le popolazioni coinvolte.
L'instabilità che attraversa il Mediterraneo orientale e l'Asia
occidentale non nasce dalla follia di qualche leader: nasce dalla crisi
di un ordine mondiale che non riesce più a garantire i meccanismi di
accumulazione che lo hanno sostenuto per decenni. In questo scenario non
esistono guerre giuste, né imperialismi progressivi. Esistono
popolazioni trascinate in conflitti che non hanno scelto e classi
dirigenti che cercano di scaricare sulla guerra il prezzo della propria
crisi. Per questo l'internazionalismo libertario non consiste nello
scegliere quale potenza debba prevalere, ma nel costruire ovunque
opposizione alla guerra, agli Stati e al sistema economico che la produce.
Stefano Capello
https://umanitanova.org/instabilita-internazionale-iran-israele-e-la-crisi-dellordine-americano/
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