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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #20-26 - La luna e il dito. Repressione e lavoro precario: un punto di vista antilavoristaone_web (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Sun, 2 Aug 2026 08:05:52 +0300
Repressione sociale ---- I vari decreti sicurezza ormai sono stati quasi
tutti beatamente approvati e sono entrati a far parte dell'armamentario
punitivo dello Stato: più sgomberi di centri sociali ed occupazioni
abitative, una generica criminalizzazione di comportamenti banali, in
cui non si capisce qual è il bene giuridico tutelato, più repressione
delle pratiche di lotta sindacale conflittuale, etc... ---- Lo
spostamento della repressione sul piano amministrativo comporta minori
tutele processuali e pene pecuniarie esorbitanti, con l'effetto di
dissuadere dalle lotte soprattutto chi non ha risorse: persone giovani e
persone mosse dalla necessità, magari al di fuori di movimenti organizzati.
Negli ultimi mesi tantissima dell'attenzione del movimento è stata
assorbita dalla protesta contro queste nuove norme, ma in che rapporto
sta questa recrudescenza della repressione rispetto al quadro generale
della società? Credo che non si tratti solo di un attacco al dissenso, e
che lo scopo non sia solo silenziare le voci dissidenti: l'attacco delle
autorità va ben oltre il campo delle idee e della militanza.
Mentre in Italia si approvavano i decreti sicurezza, negli Stati Uniti
c'è stata la violenta impennata delle ronde anti-immigrati dell'agenzia
ICE (Immigration and Customs Enforcement, cfr. UN 20/2025 e 1/2026).
Queste ronde hanno causato la deportazione di migliaia di persone di cui
si è persa traccia e la detenzione in condizioni disumane di altrettante
persone, tra cui bambin*, nonché l'esecuzione sommaria di due persone
che si stavano opponendo alle ronde. Questa intensa attività
anti-immigrat*, giustificata con la solita scusa della "legalità" e
della "sicurezza", e malcelatamente presentata come una "pulizia"
etnica, in realtà ha un aspetto di classe da non trascurare. I rapimenti
avvengono spesso presso luoghi di lavoro dove è probabile trovare
lavoratr* immigrati, e quindi irregolari, come cantieri e ristoranti, ma
anche fabbriche e centri logistici. Quindi, al di là della presentazione
che ne dà il governo, questa operazione sembra più che altro un ennesimo
pezzo della guerra ai poveri ed alla classe operaia. * lavoratr*
immigrati, che già versavano in una condizione di vulnerabilità estrema,
si trovano oggi ancor più alla mercé dei capricci di chi li impiega, che
può minacciarli di scatenargli contro "la migra". Le squadre dell'ICE
(composte da balordi di estrema destra, pagati profumatamente dal
governo, che somigliano sinistramente alle squadre fasciste incaricate
di rompere gli scioperi e distruggere le organizzazioni operaie nel
primo dopoguerra) in definitiva si pongono come braccio armato delle
aziende e dei cosiddetti "datori di lavoro", ma che sarebbe più corretto
chiamare "prenditori di lavoro": precarizzando radicalmente le vite di
un'intera e vastissima categoria di persone, creano un "esercito di
riserva" di potenziali sfruttat*, dispost* ad accettare qualsiasi
condizione pur di spuntare un salario da fame. La guerra aperta agli
immigrati in realtà non riconquista posti di lavoro per la working class
bianca, grande promessa elettorale della destra, ma rende sempre più
spietata la competizione tra lavoratr*, ormai sacrificabili assieme ai
luoghi stessi di lavoro, inutili in un'economia sempre più finanziarizzata.
La repressione contro * migranti (in USA ed altrove) e l'escalation dei
vari "decreti sicurezza" sono esempi di illegalità dell'essere (punire
il ladro non il furto), di cui beneficiari finali e mandanti sono i
padroni, i prenditori di lavoro, di tempo, di vita, di risorse, di soldi
pubblici... Guardiamo il dito dei decreti sicurezza, ma oltre a questi
c'è la luna dei rapporti di potere dentro la società.
Pressione economica
Con il venir meno della politica dei due blocchi i welfare state
socialdemocratici sono stati smantellati sistematicamente, anche tramite
la "concertazione" sindacale. Oggi, a valle di questo processo, non ci
sono più contentini da dare alle categorie, il sistema è sempre più
invivibile, lo stato non ha un ruolo di mediazione sociale, ma la
società va resa obbediente e disciplinata, con qualsiasi mezzo:
manganello nelle strade, divisione e controllo personalizzato nei luoghi
di lavoro.
L'attività conflittuale del sindacato è al palo, criminalizzata,
bloccata da mille vincoli al diritto di sciopero, impopolare tra le
persone, dispersa in mire elettoralistiche, e soprattutto eclissata dai
sindacati di stato che amministrano il potere concessogli dai padroni
tramite il governo al disopra delle teste dei loro iscritti, in un
processo di svendita irreversibile dei diritti. Tramonta anche la
speranza di lottare per un lavoro migliore; e figurarsi parlare di
autogestione o modelli di società diversa. Le uniche proposte di
innovazione sembrano provenire da pulpiti tecnocratici ed incentrarsi
sul benessere personale, il bilanciamento vita-lavoro, etc.
I luoghi di lavoro sotto il capitalismo sono sempre stati luoghi totali,
di controllo del corpo umano e non, delle menti. Ma negli ultimi anni
questo processo è stato violentemente accelerato, con l'uberizzazione
del lavoro, l'autosfruttamento di giovani lavoratr* che non hanno idea
dei propri diritti di base e sono forzati a competere tra di loro, la
concentrazione delle imprese, la digitalizzazione e la virtualizzazione
di tutto. Assistiamo alla perdita non dico della solidarietà di classe
(figurarsi se internazionalista?), ma della solidarietà di base dentro i
luoghi di lavoro. Regna la costante sensazione di non essere necessar*,
che il posto possa venire delocalizzato, rubato dalla tecnologia o dagli
immigrati, che i titoli di studio valgano sempre di meno e costino
sempre di più... Non a caso la carriera militare può essere presentata
come un'opzione vantaggiosissima, cosa che sarebbe stata impensabile
fino a pochi anni fa. Basti pensare al famoso "modello tedesco", che
offre benefit molto allettanti alle reclute, ma d'altronde negli Stati
Uniti da sempre l'esercito, uno dei maggiori datori di lavoro, è l'unico
canale tramite cui molti si possono permettere l'istruzione, la sanità,
o semplicemente uno stipendio. D'altronde, la retorica della crisi
permanente, utile per giustificare il dirottamento di miliardi alle
consorterie di guerra e per reclutare a tappeto, crea una casta
estremamente fedele al governo, un nuovo feudalesimo che in caso di
crisi violenta sarà utilissimo in funzione reazionaria e di sostegno
dello status quo.
Rigare dritto
Strette tra repressione, tagli al welfare e mondo del lavoro "malato",
siamo sempre più vulnerabili e dipendenti dal lavoro salariato.
Immaginare alternative al modello dominante di produzione e consumo è
quanto mai lontano dal regno delle possibilità. È difficilissimo anche
avviare micro-attività imprenditoriali, in uno scenario dominato dalle
grandi concentrazioni e dalle produzioni "standard". Una bella
ipocrisia, visto lo status di santi laici attribuito agli imprenditori...
Siamo quindi costrette ad accettare il lavoro, ed accettare il lavoro
significa accettare la gerarchia, confermare le attuali condizioni di
lavoro, "collaborare", accettare che al proprio tempo di vita venga
attribuito un valore monetario, e accettare il valore stesso del denaro.
La strategia della richiesta di posti di lavoro nuovi e della difesa di
quelli esistenti, benché ovviamente giustificata dalla situazione
materiale, ci mette di fronte al paradosso di affidarci ancora di più al
sistema stesso che ci sta schiacciando. Difendere il lavoro passa spesso
ormai anche attraverso la difesa di politiche per cui ci si trova a
dover pagare per lavorare, per la propria formazione, per i DPI, per gli
strumenti necessari al lavoro. E d'altronde bisogna stare anche molto
attenti che non finiscano sul piatto della bilancia della contrattazione
il lavoro emotivo, o altre caratteristiche "intangibili" del lavoro:
quando si dice che il lavoro emotivo non è retribuito, un imprenditore
intelligente potrebbe benissimo metterci sopra un cartellino con il
prezzo. Le richieste di più posti di lavoro, o migliori condizioni, o
migliori salari, anche se legittime, non escono comunque da una logica
di sfruttamento. SI può immaginare di tendere ad un obiettivo che vada
oltre questo modello di produzione / riproduzione? Ricordo ad esempio il
percorso del collettivo di sex workers "Ombre Rosse", che chiede il
riconoscimento del lavoro sessuale come punto di inizio per emergere, ma
non in ottica lavorista, riconoscendo che in ogni lavoro c'è sfruttamento.
Il lavoro che vorrei
Lavoro, travaglio, labour. La critica al lavoro salariato, capitalista,
con il suo carico di alienazione, prodotti inutili e nocivi, lascia
spazio ad una riflessione sul fare: anche in una società liberata dal
lavoro salariato ci sarà da lavorare, anzi, ci sarà ancora più da fare!
Spariranno i "Bullshit jobs", come li chiama David Graeber, e dedicarsi
all'attività comune sarà qualcosa che si farà in modo naturale e
motivato. Proviamo a pensare ad un fare utile, autogestito (ma senza
autosfruttamento), non gerarchico, emozionante, comunitario, volontario,
generativo. La liberazione dal lavoro passa anche tramite l'abbattimento
del consumismo: finchè la gente non smetterà di spendere, non smetterà
di lavorare. Una società liberata dal commercio e dal surplus di merci
vedrà una radicale riduzione dei consumi, la cura collettiva e messa in
comune della maggior parte delle cose, il riuso, riciclo e riparazione.
Quando Luciano Bianciardi ha raccontato il precariato, la competizione
sociale, l'alienazione del lavoro moderno, sicuramente l'ha fatto da una
posizione di relativo privilegio e dal punto di vista dell'"Occidente"
industrializzato. Ma le sue parole mi sembrano ancora molto calzanti.
"Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non
produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi rinunziare a quelli
che ha." (Luciano Bianciardi, La vita agra.)
Julissa
https://umanitanova.org/la-luna-e-il-dito-repressione-e-lavoro-precario-un-punto-di-vista-antilavorista/
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