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(it) Italy, UCADI, #207 - Dal canale di Suez allo stretto di Hormuz (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Wed, 3 Jun 2026 07:31:48 +0300
La crisi di Suez del 1956 può, a buona ragione, essere considerata come
la fine delle mire coloniali francesi e britanniche, A fronte della
nazionalizzazione del canale operata dal leader egiziano Nasser, le due
nazioni cercarono di imporre un ritorno alla situazione precedente, ma
gli USA intimarono loro di darsi una calmata. ---- All'epoca era ancora
necessario mettere in chiaro che Francia e Regno Unito non erano più
padroni del mondo che il colonialismo si avviava alla fine. Dopo 70 anni
ci troviamo di fronte ad un evento analogo che potrebbe segnare la fine
dell'impero americano, con la differenza che questa volta la crisi è
stata indotta non da forze esterne, ma dall'impero stesso. L'Iran non
avrebbe potuto imporre unilateralmente il controllo dello stretto: tutto
il mondo si sarebbe rivoltato. Gli USA hanno però offerto l'occasione
attaccando militarmente la Persia.
Ma quanto è importante lo stretto di Hormuz? Parecchio fino a quando non
saranno completate le vie ferroviarie previste dalla Belt and road
initiative cinese. Cominciamo dal fatto che, come ripetuto in
continuazione, da Hormuz passa il 20% del petrolio mondiale, che è un
bel numero confrontato, per esempio, con il 5% che fu bloccato dalla
crisi del 1973. A questo, aggiungiamo che il mondo occidentale odierno è
meno attrezzato per assorbire la crisi: le nazioni occidentali sono
oberate da debiti mostruosi. Gli USA stessi nel 1973 beneficiarono della
crisi, approfittando della situazione per imporre il dollaro come merce
di scambio e favorire investimenti a casa loro. Tutto questo fino al
punto che, come pochi sanno o ricordano, gli USA stessi si adoperarono
per bloccare le prime proposte arabe di mediazione.
Aumenti anche maggiori del prezzo del petrolio andavano bene a patto che
fosse scambiato in dollari: era la nascita dei famosi petrodollari,
tuttora operativi. Oggi la situazione è diversa. Gli USA sono i maggiori
produttori di petrolio e stanno guadagnando da un aumento del prezzo, ma
chi ci lucra sono le compagnie petrolifere; la classe media, USA, molto
impoverita rispetto agli anni '70 del secolo scorso, mal digerisce un
aumento del prezzo del petrolio in un paese dove in media si devono
percorrere 60 km al giorno in auto. Inoltre non tutto il petrolio è
uguale a se stesso, sia per quello che riguarda la modalità di
funzionamento delle singole raffinerie che per il tipo di utilizzo
finale. Quindi, pur esportando petrolio, gli USA ne importano ed il
prezzo del petrolio è universale (pure con le differenze fra le varie
qualità) e quello importato contribuisce inevitabilmente ad aumentare
l'inflazione (senza dimenticare che, ovviamente, le compagnie
petrolifere approfittano della situazione per imporre aumenti interni
non giustificati).
Inoltre, l'attuale carenza non è qualcosa che scomparirebbe non appena
la situazione politica si risolvesse; non siamo di fronte a rubinetti
che si aprono o chiudono a comando. In seguito ad una crisi prolungata,
nei pozzi chiusi si creano contaminazioni dovute alla sabbia o altri
materiali usati per facilitare l'estrazione, per cui diventa necessario
procedere ad una ripulitura e tutto questo prescindendo da eventuali
danneggiamenti dovuti alla guerra. Morale della favola, sarà necessario
qualche anno prima di tornare ad un regime ottimale. Per il gas, la
situazione è ancora più complicata perché c'è di mezzo l'impianto di
liquefazione, necessario per rendere il gas trasportabile, impianto che
necessita, esso stesso, di manutenzione una volta fermato. Ricordiamo,
fra l'altro, che solo il 20% del gas viene usato per riscaldamento:
l'80% va all'industria che quindi rimane molto danneggiata da una
carenza di gas.
La chiusura dello stretto di Hormuz ha però altre implicazioni poco
discusse dai media. Forse la conseguenza principale riguarda i
fertilizzanti. Super-semplificando, se c'è meno carburante, si può usare
l'auto meno spesso rinunciando a qualche viaggio, oppure si può tornare
in modo predominante al tele-lavoro; non si può però smettere di
mangiare. In paesi come l'India o continenti come l'Africa, dove ci sono
grandi percentuali (e anche numeri assoluti) di popolazione molto
povera, la mancanza di cibo rischia di indurre una crisi umanitaria mai
vista. Ma anche in paesi sviluppati, il crescente impoverimento della
classe media ha fatto crescere la percentuale di popolazione con
difficoltà ad arrivare al 27 del mese. Si torna ad assistere a rivolte
per il pane.
Perché e come accade che i fertilizzanti artificiali sono importanti?
Servono ad aumentare la resa, portando fino ad un raddoppio della
produttività della terra. Questo fattore era già chiaro ai tedeschi
durante la seconda guerra mondiale che "importarono" camionate di terra
nera molto produttiva, dall'Ucraina verso la Germania. Fra il 20% ed il
30% dei fertilizzanti trasportati via mare transita dallo stretto di
Hormuz e la percentuale aumenta fino a quasi il 50% per quello che
riguarda l'urea che può essere vista come la benzina delle piante,
permettendo un trasporto efficiente dell'azoto, l'elemento chimico
primario necessario per la vita sulla terra (tutto questo grazie
all'immagazzinamento dell'ammoniaca il cui trasporto sarebbe invece poco
sicuro). Altro ingrediente trasportato attraverso lo stretto di Hormuz è
l'acido solforico usato (fra altri scopi) come correttore di acidità per
aumentare l'efficienza dei fertilizzanti stessi.
Per ora si parla poco di questo collo di bottiglia, sia perché i media
vivono principalmente di trasferimenti di veline piuttosto che di
ricerca di informazioni, sia perché l'impatto verrà percepito fra
qualche mese, in concomitanza con i grandi raccolti estivi, quando
diventerà manifesta la produzione ridotta con un conseguente aumento di
prezzi.
I problemi generati da una chiusura anche parziale dello stretto di
Hormuz non finiscono con i fertilizzanti: l'elio è un altro elemento
cruciale. L'elio è un gas inerte che se ne sta buono buono e non
reagisce con nulla. È il prodotto di decadimenti radioattivi e si trova
in piccole percentuali nel gas naturale; questo spiega perché venga
prodotto nei paesi del golfo. La sua importanza è legata al fatto che
rimane in fase liquida fino a temperature bassissime (4 gradi Kelvin,
uguale a -269 gradi Celsius): queste sono le temperature a cui si
possono produrre i chip più avanzati, quelli più piccoli (sulla scala
dei nanometri) necessari per i computer usati dall'intelligenza
artificiale. Uno dei principali utilizzatori di elio liquido è la Taiwan
Semiconductor Manufacturing Company (TSMC) per produrre semiconduttori,
usati nei Data Center di Microsoft, Amazon, Google etc:, in pratica il
cuore della tecnologia più avanzata su cui gli USA stanno disperatamente
puntando per salvare le chiappe: un eventuale blocco nella produzione di
chip rischierebbe di essere un assist per la Cina che in questo settore
sta inseguendo. Incidentalmente, la Russia è un grande produttore di
elio (essendo un sottoprodotto dell'estrazione di gas naturale). Si
lascia al lettore il compito di trarre ulteriori conclusioni.
Ultimo ma non ultimissimo, l'alluminio è un altro elemento da tenere a
mente. Non è un metallo pregiato, c'è poco guadagno a produrlo e questo
è il motivo per cui gli USA hanno praticamente dismesso la produzione
(se non si lucra in borsa, che senso ha produrlo). Ma l'alluminio serve
in innumerevoli prodotti industriali (lattine a parte, aerei, treni,
auto) per la sua leggerezza mista a robustezza ed ha il pregio di essere
facilmente riciclabile: il 40% dell'alluminio importato via mare dagli
USA viene dal Golfo. Altro motivo per aspettarsi una riduzione
dell'attività industriale, contrariamente a quanto promesso dal
malvivente arancione.
Incidentalmente, per rimarcare la miopia americana in questioni di
programmazione (anche se scollegato dalla questione dello stretto), va
ricordato che il gallio è una specie di sottoprodotto della produzione
di alluminio. Strettamente parlando, il gallio non è una terra rara, ma
è comunque un metallo molto pregiato usato sia per la produzione di
semiconduttori che di sistemi per la carica rapida di batterie. Ci
vogliono però grandi produzioni di alluminio per poter generare quantità
industrialmente utilizzabili di gallio. Quando si cerca di perseguire il
profitto immediato e ci si dimentica della programmazione!
Si capisce quindi quanto sia importante controllare lo stretto e quanto
gravi possano essere le conseguenze di una lunga chiusura, alla fine per
tutti, ma principalmente per gli alleati degli americani: giapponesi,
coreani, australiani da una parte, ma anche gli europei e gli americani
stessi. La Russia è probabilmente la nazione più autosufficiente. Non è
in grado di produrre i chip di ultima generazione, ma produce
sufficienti fertilizzanti per non parlare di petrolio e gas naturale,
oltre ad avere un'industria aeronautica di buon livello (per stare bassi).
La Cina ha sicuramente bisogno di petrolio e gas, ma è attrezzata per
reggere per più di qualche mese di chiusura assoluta dello stretto che
però non è tale e fra l'altro va aggiunto che la Cina ha aumentato le
importazioni da Brasile, Angola e Malesia. Tanto è vera la tranquillità
cinese che ha dimezzato le richieste di petrolio dall'Arabia Saudita.
Infatti, i paesi del golfo sembrano essere gli sconfitti principali,
perdendo introiti enormi e dovendo poi a posteriori investire solo per
ripristinare le loro strutture. Come al solito, essere alleati degli USA
può essere fatale (Kissinger, cit.).
Trump disse apertamente a Zelensky che non aveva le carte; in questa
partita sembra che le carte siano in mano degli iraniani (sempre che le
potenze atomiche implicate nel conflitto non decidano di far saltare il
tavolo). Infatti l'idea di "aprire" lo stretto è pura fantasia. La costa
iraniana consiste di centinaia chilometri di alte scogliere con caverne
naturali capaci di ospitare piccole barche veloci per non parlare delle
gallerie sottomarine costruite dagli iraniani a partire da quando gli
USA invasero l'Iraq, gallerie da cui sono in grado di far partire droni
sottomarini con autonomia fino a 4 giorni. Infine, ricordiamo che lo
stretto si chiama stretto perché è stretto e raggiungibile facilmente
dall'artiglieria; e la parte navigabile è ancora più stretta.
Antonio Politi
https://www.ucadi.org/2026/04/19/dal-canale-di-suez-allo-stretto-di-hormuz/
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