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(it) Greece, APO, Land & Freedom: Salonicco, Contro la coscrizione delle donne - NEMMENO UN'ORA NELL'ESERCITO (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Sun, 17 May 2026 07:06:55 +0300
Il recente appello dello Stato Maggiore dell'Esercito alle donne di età
compresa tra i 20 e i 26 anni per la coscrizione volontaria non poteva
non essere accompagnato dalla frase "la responsabilità della patria
riguarda anche me". E in questa stessa frase si condensa il modo in cui
lo Stato tenta di estendere il suo controllo sui nostri corpi e sulle
nostre vite, esigendo non solo il consenso ma anche la nostra
partecipazione attiva alla riproduzione della sua sovranità. In
particolare, gli annunci, che si inseriscono nell'Agenda Territoriale
2030 dell'UE, invitano infatti le donne ad arruolarsi nell'esercito di
terra per un periodo pilota di 12 mesi, a partire da aprile con 200
"volontarie" presso il centro di addestramento per il materiale bellico
di Lamia.
È certo che la coscrizione delle donne non rappresenta un passo verso la
libertà o l'uguaglianza, ma un'estensione della stessa violenza che
organizza il mondo dello Stato e del capitale. Non è un "diritto"
partecipare alla guerra, ma un rintocco funebre, un ulteriore tentativo
di normalizzare l'idea che tutti dobbiamo essere a disposizione per le
esigenze della sovranità. Non è un caso che questo arruolamento
volontario nell'esercito venga presentato come elemento costitutivo
dell'esistenza nazionale indipendente, come un termine-"opportunità" e
al tempo stesso come continuazione legale del "glorioso passato greco" e
responsabilità in un periodo in cui "le condizioni in continuo mutamento
creano nuove esigenze". Proprio in queste condizioni di generalizzazione
del totalitarismo moderno, di impoverimento quotidiano e di
cristallizzazione del mosaico distopico dello sfruttamento, la
cosiddetta parità di genere, sotto la maschera della democratizzazione,
viene sfruttata dallo Stato e dai suoi meccanismi come strumento per
riprodurre gerarchie ed estorcere consenso. Questo metodo viene
utilizzato per colmare i conflitti sociali sotto l'ombrello
dell'"inclusione", dell'"onore nazionale" e dell'"offerta",
regolamentando al contempo i nostri corpi e preparando la base sociale
come "destinata" a far parte di una macchina militare collettiva. In
questo modo, le donne vengono presumibilmente ristabilite come soggetti
attivi, mentre in realtà sono invitate a integrarsi proprio in queste
esigenze di dominio statale e capitalistico e a custodire la rete
conservatrice di relazioni sociali che ci chiama ad assumere "posizioni
di battaglia".
Inoltre, nel complesso, si comprende che per salvaguardare i piani di
sovranità territoriale e di espansione militare ed economica, mascherati
da volgari mantelli di "assistenza sociale" e "bene comune", ma anche
per normalizzare le sirene di guerra che ricominciano a ululare, gli
Stati instaurano e rafforzano metodicamente questa rete di disciplina e
subordinazione che permea ogni aspetto della vita sociale. Dalla scuola
al campo, i corpi vengono addestrati all'obbedienza, all'allineamento e
all'integrazione in strutture gerarchiche, mentre la violenza viene
interiorizzata come mezzo necessario per mantenere "ordine" e coesione.
In altre parole, la militarizzazione non si limita agli spazi delle
forze armate, ma permea la vita quotidiana, trasformando la società in
un meccanismo in cui sorveglianza, paura e obbedienza diventano la norma
e in cui la preparazione alla guerra si identifica con l'organizzazione
stessa della vita.
Allo stesso tempo, la militarizzazione non può essere separata dalla più
ampia realtà di sfruttamento ed esclusione. Gli stessi meccanismi che
oggi chiamano le donne a difendere la patria sono gli stessi che
lasciano le lavoratrici in condizioni di precarietà, che trasformano
migranti e rifugiati in manodopera a basso costo e sacrificabile, che
alimentano e riproducono la violenza di genere e l'esclusione sociale.
Di conseguenza, non dobbiamo illuderci che questi meccanismi,
strutturalmente e a priori programmati per attuare e riprodurre
oppressione, repressione e sfruttamento di genere in ogni ambito della
vita privata e pubblica, possano mostrare una qualche sensibilità, anche
solo per finta. Dopotutto, il potere può gestirsi e mascherarsi, ma il
suo elemento strutturale sarà sempre il bisogno di controllo. Ed è
evidente che la patria per la quale siamo chiamate a combattere non è un
luogo comune di libertà, bensì un campo di sfruttamento e di morte.
Ci rifiutiamo, quindi, di essere trasformate in "carne" nelle mani di un
meccanismo che produce morte, distruzione e sottomissione. Ci opponiamo
e lottiamo quotidianamente contro il nazionalismo che vuole che ci
identifichiamo con gli interessi del sovrano, contro il patriarcato che
estende il suo controllo persino attraverso l'"integrazione". Anche in
tempi in cui, di fronte a confini, formazioni di capitale transnazionali
e guerre, la vita umana viene chiaramente svalutata, è la dignità
dell'esistenza che non potrebbe mai essere placata né limitata agli
stretti confini della pianificazione territoriale dell'UE, dei proclami
e dei "bonus" professionali dello Stato Maggiore.
E al contempo creiamo le nostre dichiarazioni, proponendo un'altra
prospettiva: quella della solidarietà internazionalista tra coloro che
subiscono lo sfruttamento, una prospettiva che trascende i confini
nazionali e le divisioni artificiali imposte dall'alto! Perché non
abbiamo nulla da difendere in questo mondo di disuguaglianze, guerre e
oppressione, sfruttamento e morte. Né potremmo mai riconoscere alcuna
responsabilità verso stati che organizzano la vita in termini di dominio
e morte.
Perché la responsabilità che ci assumiamo è verso gli uni verso gli
altri, verso ogni persona che resiste, verso la possibilità stessa di
una vita libera da sfruttamento, confini e potere. E così manteniamo
incrollabile la promessa che, di fronte all'intensificarsi del
totalitarismo, della barbarie e della morte, la libertà non si può
conquistare combattendo, ma al contrario si costruisce attraverso la
lotta, una lotta totale destinata a schiacciare ogni potere, la lotta
anarchica che non si fermerà finché non avremo sradicato l'oppressione,
lo stato, il capitalismo, il patriarcato dalle fondamenta, finché non
avremo costruito un mondo di uguaglianza, libertà e dignità.
LOTTE INTERNAZIONALISTISTE CONTRO IL PATRIARCATO, LO STATO E IL CAPITALE
NEL NAZIONALISMO, NEL FASCISMO E NELLA GUERRA
Donne Libere del Collettivo per l'Anarchismo Sociale - Membro Nero e
Rosso dell'Organizzazione Politica Anarchica - Federazione dei Collettivi
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