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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #10-26 - Cina: transizione celeste. Un piano quinquennale all'insegna della restaurazione confuciana (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Tue, 5 May 2026 07:28:57 +0300
Nel suo discorso di fine anno il presidente cinese Xi Jinping ha
affermato che il quindicesimo piano quinquennale della Cina sarà tutto
centrato sull'Intelligenza Artificiale. Il 14° Piano (2021-2025), che si
è appena concluso, si è concentrato sulla strategia della «doppia
circolazione» (mercato interno + commercio estero), ovvero guidando la
crescita economica non solo attraverso le esportazioni, ma anche
attraverso investimenti nell'economia interna, in particolare mirando
all'indipendenza nella tecnologia. Il nuovo piano continuerà a spingere
per l'indipendenza tecnologica, ma questa volta attraverso la diffusione
dell'IA nei processi industriali, nei prodotti di consumo,
nell'assistenza sanitaria, nell'istruzione e nel governo digitale. Il
piano mirerà a che entro il 2030 l'IA sia diffusa come l'elettricità o
Internet, e costituisca quindi un grande motore della crescita
economica. Il governo afferma che la Cina diventerà una "società
intelligente" entro il 2035.
All'inizio dell'anno il governo cinese ha tenuto le sue «due sessioni»
annuali, o lianghui, durante le quali l'élite politica cinese approva il
programma di politica economica per l'anno a venire. Il termine «due
sessioni» si riferisce a due importanti riunioni politiche: la
Conferenza consultiva politica del popolo cinese (CPPCC), un comitato
consultivo politico, e l'Assemblea nazionale del popolo (ANP), il
massimo organo legislativo cinese.
Sono assemblee dello Stato cinese, formalmente autonome dal Partito
Comunista. La conferenza consultiva ha un carattere prevalentemente
simbolico, con la partecipazione di esponenti di spicco del mondo
imprenditoriale e di leader locali a discussioni prestabilite. Il vero
fulcro è l'assemblea, che decide ufficialmente la politica economica. In
realtà essa si limita ad approvare ciò che l'élite dirigente del Partito
Comunista ha già deciso in anticipo. Dato che circa due terzi dei suoi
membri appartengono al Partito Comunista, l'ANP non ha mai respinto un
disegno di legge proposto dal partito.
Le "due Sessioni" di quest'anno si sono distinte per il fatto che, oltre
ad approvare le politiche economiche per l'anno in corso, hanno anche
dato il via libera al 15° Piano quinquennale, destinato a guidare
l'economia cinese fino alla fine di questo decennio.
Il governo cinese ha fissato un obiettivo di crescita del PIL reale
compreso tra il 4,5% e il 5% circa per il 2026. È la prima volta dal
1991 che l'obiettivo scende al di sotto del 5%. Il primo ministro Li,
nel presentare gli obiettivi economici, ha spiegato che tale obiettivo è
stato rivisto al ribasso a causa delle incertezze relative al commercio
mondiale e alla situazione geopolitica. Nonostante ciò, l'obiettivo di
crescita è modesto e la leadership si mostra fiduciosa di raggiungerlo.
Nel 2025 la crescita reale del PIL cinese è stata del 5%, un tasso che è
risultato più che doppio rispetto a quello degli Stati Uniti e triplo
rispetto a quello delle altre principali economie capitalistiche del G7.
Dal 2020 il governo si è posto l'obiettivo di trasformare la Cina in
un'economia di "livello intermedio" (secondo la definizione della Banca
Mondiale, economie che registrano un Prodotto Interno Lordo pro capite
pari a 20.000 dollari ai prezzi del 2020) entro il 2035. Ciò significa,
in pratica, raddoppiare il PIL pro capite nel corso dei successivi 15
anni. La Cina è chiaramente sulla buona strada per raggiungere questo
obiettivo, poiché è sufficiente che il reddito pro capite della Cina
cresca a un tasso medio annuo del 4,17% da qui in avanti. Ma anche se
questo obiettivo fosse raggiunto, il PIL pro capite della Cina
rappresenterebbe comunque solo il 27% di quello degli Stati Uniti.
Il PIL e i tassi di crescita della Cina sono una sfida per gli
economisti occidentali tradizionali, come pure per alcuni economisti
della sinistra eterodossa. L'idea dominante, confermata dagli analisti
del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, è che
l'economia cinese stia rallentando fino a fermarsi quasi del tutto, che
si stia dirigendo verso una stagnazione in stile giapponese e che
potrebbe persino crollare in una spirale alimentata dal debito. Ci
dicono anche che la Cina ha una capacità produttiva «eccessiva» e soffre
di «involuzione», causando un calo dei prezzi e inondando i mercati
mondiali di merci a basso costo che minacciano le quote di mercato delle
principali economie.
Sono anni che gli economisti ripetono la loro ricetta, e in questi anni
in Cina la produzione è cresciuta senza conoscere i crac che hanno
devastato le economie più avanzate. La Cina ha evitato qualsiasi
recessione o crisi negli ultimi 50 anni, persino durante la pandemia di
COVID, nonostante i numerosi errori e le oscillazioni nella politica
economica da parte della leadership comunista autocratica. La chiave del
successo economico della Cina risiede senza dubbio nel suo vasto settore
statale, in grado di stimolare gli investimenti e quindi di realizzare
gli obiettivi del piano nazionale. Ciò dimostra il ruolo economico della
proprietà pubblica e degli investimenti guidati dal governo all'interno
di un piano nazionale.
I dirigenti del Partito Comunista definiscono il modello cinese come
"socialismo di mercato con caratteristiche cinesi" e questo per molti
analisti è sufficiente per definire quella cinese un'economia di
transizione verso il socialismo.
Per risolvere questo dibattito non è sufficiente guardare all'andamento
del ciclo economico, alla crescita del prodotto interno lordo e al
raggiungimento degli obiettivi del piano quinquennale. Paradossalmente,
è proprio l'aumento del PIL che può essere considerato un indicatore
della crescita dell'economia di mercato in Cina: nella misura in cui la
proprietà dei mezzi di produzione (compresa la terra) passa dallo Stato
ai privati, aumenta il peso del mercato nell'economia. In questo modo,
beni che prima passavano da un'unità produttiva statale all'altra, e
quindi non registrati nel calcolo del PIL, ora si trasformano in merci e
passano tra le varie unità produttive private in forma di merci
attraverso la compravendita, segnalando un aumento del PIL che non è il
risultato di un aumento della massa della produzione.
Piketty ci offre una tabella che mostra la proprietà dei mezzi di
produzione dal 1978 al 2018. Secondo questa tabella, la proprietà dello
stato cinese (sia a livello centrale che periferico) è passata dal 100%
delle imprese nel 1978 (quotate o meno in borsa, di ogni dimensione), al
55% nel 2017, mentre la proprietà di cittadini cinesi è cresciuta fino
al 33%, mentre il restante 12% è nelle mani di investitori stranieri. Se
la freccia del tempo ha un senso, dimostra che la Cina è un'economia in
transizione... verso la proprietà privata!
Ma c'è un elemento ancora più importante dell'andamento del PIL e della
proprietà dei mezzi di produzione, ed è il potere della classe operaia.
Perché il socialismo non è un salario più alto né la piena occupazione,
ma è l'emancipazione della classe operaia dalla schiavitù del lavoro
salariato. Ebbene, non solo in Cina il sistema salariale è in pieno
sviluppo, ma sono anche assenti quegli strumenti, come i consigli, che
permettono ai produttori reali di dire la loro sulla produzione.
Il modello cinese è un modello olistico che si basa sul Partito
Comunista, attorno a cui si dispongono il governo, le strutture della
pianificazione, i grandi gruppi finanziari di proprietà pubblica, le
grandi imprese private e le piccole e medie imprese con le loro cellule
del Partito. L'obiettivo non è quello di assicurare il massimo profitto,
ma garantire la stabilità sociale, con la sua piramide e le sue
gerarchie. Per questo è necessario evitare il più possibile scossoni,
crisi e guerre. La transizione della Cina ripropone in termini moderni
alcuni caratteri del modo di produzione asiatico, con il controllo
statale sui mezzi di produzione di base e la forma autoritaria e
paternalista di governo. Nella storia millenaria della Cina, questa
filosofia ha ispirato la maggior parte dei governi, ma, nonostante
tutto, spesso e volentieri le dinastie sono state rovesciate dalle
rivolte, segno che la pace celeste non può comunque regnare in una
società divisa in classi.
Questo modello cinese può essere tranquillamente definito come
reazionario, ed è naturale l'alleanza con l'altrettanto reazionario
regime di Teheran.
Tiziano Antonelli
https://umanitanova.org/cina-transizione-celeste-un-piano-quinquennale-allinsegna-della-restaurazione-confuciana/
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