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(it) Italy, FDCA, Cantiere #43 - La guerra lascia alle generazioni future distruzione e inquinamento - Giuseppe Oldani (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Mon, 4 May 2026 07:57:33 +0300
Le guerre portano distruzioni e morte, devastazioni umane ed economiche,
ma ciò che non viene sufficientemente messo in evidenza sono le
conseguenze ambientali delle guerre; un impatto ambientale disastroso:
inquinamento delle acque e del suolo, distruzione degli ecosistemi che
lasciando segni profondi e duraturi nella natura mettono a rischio la
salute del nostro pianeta per le generazioni future.
Negli ultimi anni si registrano livelli record di conflitto e violenza:
secondo alcune analisi, nel 2023 si contano 170 conflitti e alla fine
dello stesso anno quasi 120 milioni di persone in tutto il mondo sono
state costrette a scappare dalle proprie case.
I danni ambientali provocati dalle guerre creano conseguenze devastanti
sugli ecosistemi, sulla salute e il sostentamento delle persone. Quando
le foreste vengono disboscate per scopi militari o si perdono terreni
fertili e risorse idriche che vengono contaminate, si rendono
inabitabili vaste aree difficilmente recuperabili a distanza di molti anni.
Ne sono un esempio il Sudan, dove queste tattiche sono state denunciate
dalle popolazioni locali, e l'Iraq, dove durante la guerra civile sono
state prosciugate le zone umide.
In Ucraina vaste aree sono a rischio di contaminazione da mine e ordigni
inesplosi. I suoli, corsi d'acqua e foreste sono stati inquinati da
bombardamenti, incendi e inondazioni. La rimozione di mine e ordigni
inesplosi spesso richiedono anni e investimenti significativi. In
Ucraina i costi previsti per tale bonifica al momento ammontano a 34,6
milioni di dollari. Queste valutazioni rapide dei danni e dei
bisogni[1]sono condotte da organizzazioni come la Banca Mondiale, le
Nazioni Unite e la Commissione Europea che stimano i danni fisici, le
perdite socioeconomiche e le esigenze di ripresa a seguito di disastri e
conflitti.
A Gaza, oltre alle decine di migliaia di morti, si sommano il degrado
del suolo, l'inquinamento dell'acqua, la perdita di terreni coltivabili.
Le strutture di gestione di fognature, acque reflue e rifiuti sono al
collasso.
La distruzione di edifici, strade e infrastrutture ha generato milioni
di tonnellate di detriti, alcuni contaminati da ordigni inesplosi,
amianto e sostanze pericolose oltre a un aumento di malattie trasmissibili.
L'Organizzazione Mondiale della Sanità parla di 179.000 casi di
infezioni respiratorie acute e 136.000 casi di diarrea nei bambini al di
sotto dei cinque anni, dopo solo tre mesi di conflitto. Un chiaro
segnale dell'impatto della distruzione delle opere pubbliche.
In altri Paesi sono l'abbondanza di risorse naturali ad alimentare i
conflitti armati, emblematica al riguardo la Repubblica Democratica del
Congo, dove l'estrazione delle terre rare continua ad alimentare il
conflitto nella parte orientale.
Le emissioni da attività militari rappresentano una fonte significativa
e spesso sottostimata di gas serra; secondo uno studio di Scientists for
Global Responsability e dell'Osservatorio Conflitti e Ambiente (CEOBS),
le strutture militari sono responsabili di circa il 5,5% delle emissioni
globali. Derivano principalmente dal consumo massiccio di combustibili
fossili da parte di aerei, navi e mezzi blindati, oltre alla produzione
di armamenti e all'energia per le basi, beneficiando spesso di esenzioni
nelle rendicontazioni climatiche internazionali. Si stima che le
emissioni operative militari globali vadano dai 300 ai 600 milioni di
tonnellate di CO2 equivalente (MtCO2e) all'anno. Se si considera
l'intera catena di approvvigionamento l'impronta di carbonio arriva tra
1.600 e 3.500 MtCO2e, ovvero tra il 3,3% e il 7,0% delle emissioni
globali, alla quale si deve aggiungere la CO2 per la ricostruzione
post-bellica.
A partire dal Protocollo di Kyoto, le attività militari sono spesso
esentate o non rendicontate correttamente negli accordi sul clima,
creando un vuoto nei dati (military emission gap): i dati del comparto
militare sono segreti e gli Stati non hanno l'obbligo di riportare le
relative emissioni. Le emissioni di gas serra provocate dai conflitti
armati sono da sempre informazioni riservate militari, dati esclusi da
ogni accordo globale sul clima e in nome della sicurezza interna
respinta ogni richiesta di trasparenza. L'aumento della spesa militare
globale, in particolare all'interno della NATO, è previsto che
inasprisca ulteriormente l'inquinamento, con stime di oltre mille
milioni di tonnellate di CO2 prodotte nel prossimo decennio.
In guerra, avere un sistema d'arma più potente del mio avversario, quale
che sia il principio attivo e i costituenti, mi dà un vantaggio tattico
tale che non penso a quelli che possono essere i danni ambientali a
lungo termine causati dalle sostanze che utilizzo. E questo è un filo
rosso valido cent'anni fa come ora.
A parlare è Matteo Guidotti, chimico e primo ricercatore dell'Istituto
di scienze e tecnologie chimiche "Giulio Andreatta" del CNR a Milano,
che studia i danni ambientali dei conflitti come quello di Gaza, dove in
uno studio precedente metteva in evidenza come la guerra nella Striscia
avesse comportato una quantità di emissioni di gas climalteranti stimata
a 281 mila tonnellate di CO2, un dato superiore alla quantità della
stessa molecola rilasciata nell'atmosfera in un anno da venti Paesi nel
mondo.
I bombardamenti dei siti industriali chimici e i depositi di petrolio
come sta avvenendo in questi giorni in Iran servono a mettere in
ginocchio le potenzialità industriali ed economiche di un Paese non
permettendo una ripresa facile, ma ciò che provocano in termini di
rilascio di inquinanti nell'aria, nell'acqua e nel suolo sono danni
significativi immediati e a lungo termine per la salute umana e l'ambiente.
Durante la prima guerra del Golfo nel 1991, bruciarono più di seicento
pozzi petroliferi in modo incontrollato, causando il rilascio
giornaliero di 500 mila tonnellate di inquinanti con ripercussioni della
qualità dell'aria a livello globale.
Guidotti afferma: «In Ucraina ormai si parla di ecocidio, di distruzione
deliberata e volontaria di un ecosistema, ci sono più di mezzo milione
di tonnellate di residui di armamenti abbandonati sul territorio».
Oppure l'episodio della distruzione della diga Nova Kakhovka,[2]che ha
reso inutilizzabile circa un milione di ettari di terreni agricoli a
causa delle acque contaminate da sostanze tossiche provenienti da
industrie e reflui urbani e industriali che si sono sversati su
un'intera regione.
«L'Ucraina - afferma Guidotti - è un Paese altamente industrializzato e
se si colpiscono, per sbaglio o in maniera intenzionale, industrie,
centrali, depositi e anche edifici, allora si possono fare danni enormi».
Va sottolineato che l'Ucraina ha un elevato tasso di contaminazione del
suolo: molti terreni sono inutilizzati e lo saranno per molto tempo, per
ordigni inesplosi e per la massiccia presenza di sostanze tossiche come
il fosforo bianco, utilizzato nell'invasione dell'Ucraina. Sono bombe
con pioggia al fosforo bianco, sostanza chimica altamente distruttiva
che prende fuoco a contatto con l'aria e l'acqua, negli esseri viventi
provoca necrosi profonda dei tessuti. Un effetto mortale e devastante.[3]
Gli intensi bombardamenti hanno causato incendi di vasta portata con la
perdita di vaste aree boschive: foreste e habitat unici che l'Ucraina
ospita, 6 808 aree naturali protette e circa il 35% della biodiversità
continentale. Non pochi sono gli effetti del conflitto sulla
biodiversità con la scomparsa degli ambienti forestali e di diverse
specie di animali rari: si stima per-dite numerose di specie di uccelli
e di circa 50 mila cetacei morti per i bombardamenti in mare che,
insieme al rumore delle navi, disorienta questi animali condannandoli a
morte nel breve o lungo termine.
Teheran, già provata per gli orrori del regime che ha fatto strage di
migliaia di giovani che hanno provato a opporsi, oggi è investita dal
fumo nero delle raffinerie e dei mega depositi di petrolio che bruciano.
Fumi tossici e piogge acide altamente corrosive, sono inquinanti chimici
per la fuoriuscita di petrolio da impianti colpiti che rilasciano
nell'aria miscele di monossido di carbonio, diossido di azoto e
formaldeide oltre alle diossine per la combustione di materiali plastici.
Ecocidio
Dagli anni Sessanta del secolo scorso si parla di reato di ecocidio, a
seguito delle scoperte negli anni Quaranta del biologo americano Arthur
W. Galston, che descrisse l'effetto defoliante di una sostanza chimica
usata nell'Agente Arancio,[4]usato successivamente in Vietnam
dall'esercito americano.
Nel 1972 il primo ministro svedese Olof Palme lo riprese durante la
conferenza delle Nazioni Unite, evocandolo come crimine internazionale
proprio in merito al suo utilizzo in Vietnam. L'anno successivo il
professor Richard Falk propone una convenzione internazionale sul
crimine di ecocidio, definendo il concetto per la prima volta.
Da quel momento la definizione di ecocidio inizia a essere codificata
come reato nei propri ordinamenti interni solo in alcuni Stati, ma «la
criticità principale sta nella definizione del concetto di ecocidio; -
come spiega Elisabetta Reyneri, avvocata esperta di reati ambientali -
la questione oggi è che a livello europeo è difficile riconoscere
l'ecocidio come reato autonomo, quando appare più adeguato riconoscere
una serie di reati ben definiti e chiari come l'inquinamento, la
distruzione dell'habitat, il rilascio illegale di rifiuti di emissioni
climalteranti... trattati come reati, cosiddetti, qualificati».
A oggi la Commissione Europea ha adottato da poco la direttiva 1203/2024
sulla tutela penale dell'ambiente, non ancora tradotta nel diritto
nazionale degli Stati membri. In pratica la direttiva parla
esplicitamente di condotte in grado di produrre effetti catastrofici. Si
tratta di un concetto un po' più preciso di ecocidio che consentirebbe
pene più severe se i reati commessi ai sensi di questa direttiva
producessero effetti catastrofici o gravi sull'ambiente.
Questa direttiva, così come trattati, accordi e convenzioni
internazionali, non impedisce e non hanno impedito le centinaia di
migliaia di morti civili in tutti i conflitti che dal secolo scorso a
oggi si sono sviluppati, e non hanno impedito come schematicamente
descritto in questo testo le conseguenti devastazioni ambientali.
Gli effetti mutageni e cancerogeni non spariscono con la fine della
guerra, gravi conseguenze per la salute umana restano e perdurano nel
tempo. I danni climatici e ambientali delle guerre vengono definiti
collaterali e questi ancora non vengono tenuti in debita considerazione,
eppure lo spargimento di veleni nei suoli e nelle falde acquifere e le
emissioni di gas velenosi nell'aria, oltre a uccidere persone e animali,
avranno un impatto anche sui cambiamenti climatici in futuro che già
pesano in termini di morti e distruzioni.
Note
[1]Banca Mondiale, Gabinetto dei ministri dell'Ucraina, Unione Europea,
Nazioni Unite, Second Ukraine Rapid Damage and Needs Assessment (RDNA2):
February 2022 - February 2023, World Bank Group, Washington, D.C. (US),
2023 (http://documents.worldbank.org/curated/en/099184503212328877).
[2]La diga e la relativa centrale idroelettrica sono state gravemente
danneggiate la notte del 6 giugno 2023 durante l'invasione russa
dell'Ucraina.
[3]Un drammatico precedente storico: durante la guerra del Vietnam fu
messa a punto una variante, denominata napalm-B, in cui al posto della
benzina vi è una miscela di polistirene in soluzione di benzene e
benzina cui si aggiunge fosforo bianco, che facilita l'accensione
durante la dispersione del gel nell'aria, aumentandone gli effetti.
[4]Agente Arancio, in inglese Agent Orange, era il nome in codice dato
dall'esercito statunitense a un defoliante che fu ampiamente irrorato su
tutto il Vietnam del Sud, tra il 1961 e il 1971, durante la Guerra del
Vietnam. Cfr. Agente Arancio, «Wikipedia»
(https://it.wikipedia.org/wiki/Agente_Arancio).
https://alternativalibertaria.fdca.it/wpAL/
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