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(it) Italy, FAI, Umanita Nova: La guerra interna si intensifica. Sulle 32 denunce per il blocco del porto di Ravenna (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Mon, 26 Jan 2026 08:01:43 +0200
In questi giorni la stampa ha dato notizia dell'arrivo di 32 denunce per
un blocco stradale al porto di Ravenna quando, durante lo sciopero
generale del 28 novembre indetto dai sindacati di base, un centinaio di
persone ha bloccato per circa due ore l'accesso al terminal container
contro l'invio di armi e merci dirette verso Israele, impedendo le
operazioni di carico e scarico dei camion. --- Come in altri porti
italiani, nel porto di Ravenna, infatti, che é uno dei principali scali
dell'Adriatico per traffico merci, i carichi di armi e di componenti
"dual use" (civile e militare) verso le aziende israeliane dopo
l'ottobre 2023 sono aumentati, arricchendo compagnie marittime senza
scrupoli come MSC, Zim e Maersk.
La notizia delle 32 denunce é finita rapidamente sui media locali e
nazionali che hanno ripreso parola per parola la nota della questura
ravennate la quale, oltre alle denunce, ancora non arrivate, ha
minacciato anche "provvedimenti di natura amministrativa".
Il reato di blocco stradale, reintrodotto dal Governo Meloni con
l'ultimo Decreto Sicurezza (convertito in legge il 9/6/2025), prevede,
quando attuato collettivamente, pene da sei mesi a due anni. Con questo
decreto - che il governo sta già pensando di affiancare ad un secondo -
si sono introdotti nuovi reati, esteso misure come il DASPO urbano ed
inasprite alcune aggravanti per colpire chi esprime idee e pratiche non
allineate.
Le politiche iper-repressive che il gabinetto Meloni ha attuato con il
Decreto Sicurezza, ultimo di una serie di misure istituite dai governi
di ogni colore per colpire il dissenso, e seguito ad altre misure del
governo in carica come il decreto Rave (convertito in legge il
20/12/2022), quello Caivano (convertito il 13/11/2023) e il cosiddetto
ddl "eco-vandali" (convertito il 22/1/2024), sono solo il riflesso
"interno" di un mondo in guerra, in cui il dominio politico ed economico
si sta ristrutturando. Decreti, fogli di via, zone rosse, Daspo urbani,
sgomberi di spazi sociali e occupazioni abitative, divieti di
manifestare, denunce, perquisizioni ed arresti più numerosi, condizioni
cautelari e detentive più dure, lacrimogeni sparati in faccia, fanno
tutti parte della stessa logica.
Sorprendersi per la repressione del dissenso significa non aver capito
che appunto quello è, da sempre, il compito dello Stato e dei suoi
organi di polizia, compito che diventa solamente più appariscente e
riconoscibile in una cornice di guerra.
Da quando si é aperto il conflitto tra Nato e Russia sul suolo ucraino,
ed in seguito con l'appoggio dato dai governi democratici al genocidio
che Israele sta commettendo a Gaza, si é scelto di dirottare miliardi di
euro della spesa pubblica verso il settore militare e l'invio di armi.
Le misure repressive introdotte, comprimendo i diritti, servono per
soffocare il malcontento creato dalle politiche di riarmo e, in
prospettiva, stroncare la rabbia che una economia di guerra
immancabilmente provoca quando, nel mentre produce profitti per
l'industria bellica, taglia la spesa sociale. Sono cioè misure preventive.
I discorsi in Europarlamento che decretano la "fine della pace in
Europa" e l'impossibilità a rinunciare ad un riarmo massivo in nome
della stabilità democratica occidentale, dimostrano come la diplomazia e
l'approccio giornalistico che la diffonde siano prepotenti armi per
riscrivere a proprio piacimento la realtà che da tempo hanno deciso di
delineare in preparazione ad un conflitto sempre più diffuso.
La narrazione che sta in bocca alla presidente della Commissione
Europea, Ursula von der Leyen, disegnando la Russia come il nemico,
chiede di "prepararsi a vedere i propri figli morire al fronte"1.
Si reprime con maggior forza chi prova materialmente a mettere i bastoni
tra le ruote cingolate del militarismo, come il movimento contro il
genocidio palestinese, che prende di mira un alleato indispensabile per
i governi occidentali dati gli interscambi di questi con Israele, paese
dotato di tecnologie avanzatissime, specie in materia di difesa,
sicurezza e sorveglianza. Ma se oggi le persone maggiormente colpite
sono quelle solidali con la Palestina, i movimenti ecologisti e quelli
più radicali, o ancora chi milita nel sindacalismo conflittuale, molto
presto vedremo altre categorie unirsi all'elenco dei nemici interni. I
partiti di governo stanno già alzando l'indice contro chi osa
scioperare, come i metalmeccanici dell'ex Ilva che temono di perdere il
posto di lavoro.
Vediamo così quel che accade sempre quando si passa dalla protesta
simbolica all'opposizione reale; quando si toccano gli interessi veri,
quelli economici: lo Stato perde la maschera di democrazia formale per
mostrare il suo vero volto ed anche i limiti del consentito - cioè
quello che non dà fastidio - si fanno più stretti. La guerra è davvero
"principalmente un fatto di politica interna, ed il più atroce di tutti"
come osservava Simone Weil.
La foga repressiva è comune a tutte le nazioni che si stanno attrezzando
per la guerra, non è prerogativa di un singolo governo di destra come
quello italiano. Non si tratta più solo di governi particolarmente
autoritari come la Russia, la Cina o l'Iran, o come l'Egitto, la Turchia
e l'Arabia Saudita (questi ultimi alleati dell'occidente). In Francia,
Grecia, Inghilterra, Germania ed altri paesi é sempre più difficile
manifestare, basta una bandiera
palestinese per vietare un corteo, essere portati in caserma o aggredite
da un poliziotto. Negli Stati Uniti il movimento antifascista viene
ufficialmente iscritto nel registro delle organizzazioni terroristiche,
così come in Inghilterra Palestine Action. In Ucraina, dove vige la
legge marziale, gli scioperi sono ostacolati e le persone sono reclutare
con la forza per la strada per andare a combattere e spesso disertano ed
emigrano per fuggire da questa eventualità. In sempre più paesi si sta
ripristinando la leva militare e presto si potrebbe aggiungere anche
l'Italia, come anticipato dal ministro della difesa Guido Crosetto.
Di fronte al militarismo che avanza nella società e nell'economia, e ad
un genocidio commesso in presa diretta e trasmesso sugli schermi di
tutto il mondo, appellarsi agli organismi internazionali - ad esempio le
Corti di giustizia - significa non aver capito che questi, se mai hanno
contato qualcosa, non contano più nulla. É la forza militare ed
economica dei singoli Stati e dei blocchi imperialisti, nonché delle
aziende maggiori (in Italia, tra le prime, Eni e Leonardo), che regola i
rapporti di potere tra interessi contrapposti e/o convergenti. Questo é
tanto più vero oggi, quando questi rapporti tra potenze sono in via di
ridefinizione. Quando le nazioni decidono di affidare la risoluzione
delle loro controversie alle armi, la finzione diplomatica cessa il suo
compito. In mezzo a queste dispute per il potere il fattore della
resistenza ha ancora il suo peso, ecco perché la popolazione
palestinese, che resiste da così tanti anni, dà così tanto fastidio
(persino ai governi dei paesi arabi).
La prospettiva di un domani migliore non giunge come regalo delle
istituzioni ma germoglia con l'azione diretta degli individui, dalla
resistenza delle comunità.
I container pieni di merci dirette nei porti israeliani alimentano
l'industria e l'esercito sionisti, ma anche le colonie nei territori
rubati in Cisgiordania. Questo sostegno all'occupazione militare e al
massacro della popolazione palestinese avviene con la responsabilità
diretta delle aziende che vendono le tecnologie per lo sterminio, dei
governi occidentali come quello italiano ed anche quella più dissimulata
ma comunque effettiva delle amministrazioni locali che gestiscono i
territori.
Le stesse responsabilità che osserviamo nel caso del porto di Ravenna le
ritroviamo in pieno quando si tratta di concedere i terreni e le
autorizzazioni necessarie per l'insediamento di produzioni belliche,
come è il caso della Regione Emilia-Romagna e del Comune di Forlì,
sponsor del progetto di Thales Alenia Space e Leonardo al Tecnopolo
forlivese per la produzione di antenne satellitari "dual use" (progetto
ERiS).
Al contrario chi cerca d'impedire l'arrivo di armi e rifornimenti a chi
continua ad opprimere e massacrare; chi lotta contro l'industria
militare e la riconversione bellica; chi diserta le guerre dei potenti,
ha dalla sua parte una cosa che governanti e repressori non impareranno
mai. Si chiama dignità.
Solidarietà alle persone denunciate per il blocco stradale a Ravenna.
La guerra parte anche dalle nostre città. Bloccare i traffici di armi e
la logistica militare è giusto, oltre che necessario!
SPAZIO LIBERTARIO "SOLE E BALENO" CESENA / COLLETTIVO SAMARA / EQUAL
RIGHTS FORLÌ /
BRIGATA PROCIONA IMOLA / ASSEMBLEA ANARCHICA IMOLESE / SPAZIO
AUTOGESTITO CAPOLINEA FAENZA
1Si tratta di una dichiarazione fatta a novembre dal Capo di Stato
Maggiore dell'Esercito francese, il Generale Fabien Mandon, esortando la
Francia a prepararsi ad "accettare di perdere i propri figli" in un
conflitto ritenuto non lontano.
https://umanitanova.org/la-guerra-interna-si-intensifica-sulle-32-denunce-per-il-blocco-del-porto-di-ravenna/
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