|
A - I n f o s
|
|
a multi-lingual news service by, for, and about anarchists
**
News in all languages
Last 30 posts (Homepage)
Last two
weeks' posts
Our
archives of old posts
The last 100 posts, according
to language
Greek_
中文 Chinese_
Castellano_
Catalan_
Deutsch_
Nederlands_
English_
Francais_
Italiano_
Polski_
Português_
Russkyi_
Suomi_
Svenska_
Türkurkish_
The.Supplement
The First Few Lines of The Last 10 posts in:
Castellano_
Deutsch_
Nederlands_
English_
Français_
Italiano_
Polski_
Português_
Russkyi_
Suomi_
Svenska_
Türkçe_
First few lines of all posts of last 24 hours
Links to indexes of first few lines of all posts
of past 30 days |
of 2002 |
of 2003 |
of 2004 |
of 2005 |
of 2006 |
of 2007 |
of 2008 |
of 2009 |
of 2010 |
of 2011 |
of 2012 |
of 2013 |
of 2014 |
of 2015 |
of 2016 |
of 2017 |
of 2018 |
of 2019 |
of 2020 |
of 2021 |
of 2022 |
of 2023 |
of 2024 |
of 2025 |
of 2026
Syndication Of A-Infos - including
RDF - How to Syndicate A-Infos
Subscribe to the a-infos newsgroups
(it) Italy, UCADI, #202 - La politica del governo Meloni - Il travisamento della memoria e la rilettura della storia come strumento di fascistizzazione (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Tue, 30 Dec 2025 08:05:11 +0200
Negli ultimi anni, l'Italia sta assistendo a un processo di
trasformazione silenziosa ma profonda. Sotto la superficie di una
presunta "normalità democratica", si sta consolidando un disegno
politico che intreccia controllo culturale, revisionismo storico e
regressione sociale. ---- Il governo Meloni non rappresenta una rottura
con il passato, ma l'evoluzione coerente di un modello autoritario che,
dietro la facciata della "sovranità popolare", svuota le istituzioni,
manipola la memoria e riduce la cittadinanza a sudditanza.
Attraverso l'economia, la cultura, la storia, si stia costruendo un
nuovo senso comune che tende a normalizzare l'ingiustizia e a riscrivere
la nozione di libertà.
Un senso di inquietudine crescente pervade ognuno di noi: la gestione
miope e irresponsabile del potere mette in pericolo ciò che dovrebbe
essere inalienabile, temo che la sanità pubblica venga progressivamente
svuotata, cedendo spazio a logiche privatistiche.
La mia esperienza diretta nella sanità pubblica mostra che l'eccellenza
resiste
ancora, incarnata in medici e operatori paramedici, straordinariamente
competenti e dediti, ma il rischio di vederla sacrificata sull'altare
dell'interesse privato è sempre più concreto.
Accanto a questo, la ricerca scientifica e medica rappresenta una linfa
vitale: senza investimenti concreti, senza menti dedicate e laboratori
capaci di scoprire e innovare, moltissime persone non potrebbero nemmeno
curarsi, crescere in salute, o preservare la capacità di leggere,
scrivere e comprendere il mondo che le circonda. La ricerca non è un
lusso: è ciò che permette a ciascuno di vivere pienamente, di sperare,
di imparare, di costruire un futuro possibile. Ogni taglio alla ricerca
è una vita compromessa, un sapere che si spegne, un diritto fondamentale
negato.
E non è solo la sanità a destare allarme: il mondo sembra scivolare in
un vortice di guerre che spezzano vite e territori, di povertà che
diventa sempre più diffusa, di ignoranza che si nutre di
disinformazione, di diritti che vengono sistematicamente limitati o
cancellati. La fragilità delle istituzioni, l'indifferenza verso il bene
comune e l'inerzia culturale rendono il presente inquietante e il futuro
incerto. In questo contesto, sento l'urgenza di coltivare attenzione,
responsabilità e solidarietà. Ogni gesto di cura, presa di coscienza
diventano una resistenza contro ciò che rischia di essere perduto:
l'umanità, la giustizia, la libertà e tutto ciò che rende la vita degna
di essere vissuta.
Il governo Meloni ha costruito gran parte del proprio consenso sull'idea
di discontinuità, sulla promessa di liberare l'Italia dalle élite
tecnocratiche e di restituire la politica al popolo. Ma dietro la
retorica identitaria e il linguaggio aggressivo si cela una linea di
governo perfettamente allineata ai dogmi del neoliberismo europeo.
La cosiddetta "svolta sovranista" si rivela un inganno: la gestione dei
conti pubblici resta rigidamente ancorata al principio del pareggio di
bilancio, con tagli lineari alla spesa sociale e nessuna vera politica
industriale, risparmiando oggi sulla pelle viva delle persone per
spendere domani in armi e in regali per ceti e classi amiche in vista
delle elezioni del 2027.
La riforma fiscale, presentata come la più equa della storia
repubblicana, ne è la dimostrazione: un'operazione regressiva che
favorisce le fasce di reddito più alte, scaricando l'onere sui
lavoratori dipendenti e sui ceti medi, sui pensionati. Chi guadagna
molto risparmia centinaia di euro l'anno, chi vive del proprio salario
riceve briciole. La politica del governo Meloni in campo economico non è
altro che la prosecuzione dell'agenda Draghi, che viene applicata in
modo rigoroso e coerente al fine di mettere sotto controllo i conti
pubblici, di fatto imponendo una politica di austerità senza dirlo.
Gli interventi fatti sulla revisione delle aliquote sono decisamente di
classe perché contrari al principio di uguaglianza e di progressività
della tassazione. In quanto fanno risparmiare ai ceti con maggior
guadagno intorno a 400 euro all'anno, mentre per un impiegato solo 26
euro. Di fatto il riequilibrio attraverso il fisco dei mancati aumenti
salariali non funziona. Non è una politica di redistribuzione, ma di
concentrazione: una ricchezza che si muove sempre nella stessa
direzione, dall'alto verso il basso, a senso unico.
La differenza rispetto all'austerità degli anni passati sta solo nel
linguaggio: non si parla più di sacrifici, ma di responsabilità
nazionale, non di tagli, ma di efficienza. La sostanza, tuttavia, è
identica: meno welfare, meno diritti sociali, più precarietà.
L'obiettivo non è tanto risanare i conti, quanto disciplinare la
società, abituarla alla rinuncia e alla competizione interna, mentre i
grandi poteri economici restano intoccabili.
Se sul piano economico la destra segue i binari dell'ortodossia
finanziaria, sul piano culturale e mediatico persegue un progetto più
profondo: costruire un nuovo senso comune, piegando l'immaginario
collettivo a una visione autoritaria e identitaria del Paese.
L'occupazione sistematica delle istituzioni culturali è ormai evidente:
dalla RAI ai teatri, dai musei ai centri di ricerca, fino al sistema
universitario. Le nomine seguono logiche di appartenenza, non di
competenza. Il criterio è semplice: non importa essere capaci, basta
essere fedeli (affiliati), magari parenti. L'informazione pubblica viene
progressivamente ridotta a un megafono del governo. Gli spazi di
contraddittorio si assottigliano, i giornalisti scomodi vengono
marginalizzati, e i programmi di approfondimento trasformati in
talk-show di propaganda.
Parallelamente, si favorisce la diffusione di una cultura populista e
anti-intellettuale: la complessità è vista come difetto, la competenza
come sospetta, il dubbio come tradimento. È la costruzione di un popolo
che non deve pensare, ma riconoscersi in simboli e slogan.
In questo quadro, la cultura non è più un terreno di confronto, ma un
campo di conquista. La destra non cerca il dialogo: mira all'egemonia. E
per ottenerla, adotta la strategia gramsciana rovesciata: prendere il
controllo degli apparati culturali per legittimare la propria visione
del mondo, svuotando dall'interno i valori democratici e antifascisti su
cui si fonda la Repubblica.
La manipolazione della memoria collettiva è l'altro pilastro di questo
progetto politico. Da anni si assiste a un processo di revisionismo
sistematico: non un semplice dibattito storico, ma una vera e propria
guerra alla memoria repubblicana. Ogni scusa è buona per celebrare
eventi e date del regime fascista, non solo riproponendo anniversari e
celebrazioni con saluti romani e canti di canzoni della teppaglia
fascista e atteggiamenti decisamente anti repubblicani, ma cercando di
introdurre una rilettura dei fatti storici sostitutiva di quella
costruita negli anni precedenti. Da qui la celebrazione del martirio
delle foibe, con un'enfasi che travalica il doveroso ricordo, sottacendo
sulle stragi coloniali in Libia e in Etiopia, sugli eccidi nei Balcani,
sui campi di internamento italiani.
L'Italia fascista viene descritta come meno peggiore, più civile,
diversa dagli altri totalitarismi. È il ritorno del mito degli italiani
brava gente, che assolve collettivamente la nazione e consente di
riproporre, sotto nuove forme, il culto della patria forte e dell'uomo
d'ordine.
Il 2 agosto è una data importante, ma non perché si va a ricordare a
Bologna, l'anniversario della strage avvenuta in quella città alla
stazione durante la strategia della tensione, ma bisogna ricordare il 2
agosto perché è l'anniversario della battaglia di Canne (216 a.C.) che
segnò una schiacciante vittoria di Annibale, che accerchiò e distrusse
l'esercito romano, come il ministro Giuli ha fatto notare recandosi
davanti ad una stele che ricorda l'evento, a meditare sul pericolo
dell'invasione dei migranti: in fondo Annibale era un africano! Un
esempio apparentemente marginale, ma in realtà sintomatico di un disegno
più ampio: sostituire la memoria civile con il mito, la tragedia con
l'epopea, la democrazia con la nostalgia del comando.
Questo revisionismo è la premessa ideologica della fascistizzazione
dolce: non si impone un regime, si costruisce un racconto che lo renda
desiderabile. iscrivere il passato serve a governare il presente,
disinnescando ogni coscienza critica e trasformando la Storia in una
narrazione rassicurante per il potere.
Alla retorica della sovranità si accompagna la pratica della
repressione. La politica penale del governo Meloni esprime una visione
punitiva della società: l'idea che il problema non sia la
disuguaglianza, ma il disordine; non la povertà, ma chi la manifesta. Si
allarga la nozione di legittima difesa, rendendo lecito l'uso delle armi
da parte dei privati; si inaspriscono le pene per reati minori, mentre
si chiudono gli occhi di fronte ai crimini ambientali o finanziari; si
criminalizzano i movimenti sociali, i blocchi stradali, le proteste
climatiche. La repressione diventa la risposta ordinaria a ogni forma di
conflitto.
L'intervento di Caivano è paradigmatico: il degrado sociale affrontato
con mezzi militari, non con politiche educative o investimenti pubblici.
Laddove servirebbe giustizia sociale, si invia l'esercito.
È la logica dell'ordine come ideologia: un ordine senza giustizia, che
pretende obbedienza invece di partecipazione.
La crisi abitativa rappresenta oggi un' emergenza sociale, ma il governo
l'affronta con indifferenza o con misure che favoriscono apertamente la
speculazione. L'assenza di un piano nazionale per la casa, la
liberalizzazione selvaggia degli affitti brevi e la dismissione del
patrimonio pubblico aggravano una situazione già drammatica. In città
come Milano, Roma, Firenze, migliaia di appartamenti popolari restano
vuoti o in rovina, mentre gli affitti raggiungono livelli insostenibili.
Il diritto alla casa garantito dalla Costituzione viene sostituito dal
diritto al profitto immobiliare. Chi non può permettersi di vivere nei
centri urbani viene spinto in periferie sempre più isolate, dove mancano
servizi e opportunità. La marginalità diventa una condizione
strutturale, non più un'emergenza temporanea. Dietro la retorica della
sicurezza urbana si cela la volontà di espellere i poveri, di rendere
invisibile il disagio, di trasformare le città in vetrine per turisti e
investitori.
L'Italia del rilancio patriottico è, nei fatti, un Paese che espelle i
propri cittadini. Il discorso sulla natalità e sui valori familiari
completa il quadro ideologico. Si invoca la famiglia tradizionale come
pilastro dell'identità nazionale, ma non si investe in servizi per
l'infanzia, nel sostegno alle madri lavoratrici o nella parità
salariale. La cancellazione di Opzione donna, la carenza cronica di
asili pubblici e il caro-vita rendono sempre più difficile la scelta di
avere figli. La retorica della famiglia serve così a mascherare un
arretramento dei diritti sociali e di genere. Si esalta la maternità
come valore astratto, mentre si abbandonano le madri reali nella
precarietà quotidiana. È un uso ideologico della famiglia: un simbolo da
brandire, non una realtà da sostenere.
Il risultato complessivo di questo intreccio di politiche economiche,
culturali, sociali è un mutamento profondo del rapporto tra Stato e
cittadini. La Repubblica dei diritti si trasforma in una Repubblica
delle clientele. Non si è più cittadini, ma sudditi in cerca di
protezione: la protezione del politico di riferimento, dell'amico
potente, del ministro vicino al popolo. Il potere torna a essere
personale, non istituzionale.
Si premia la fedeltà, non la competenza; si distribuiscono favori, non
diritti. È la restaurazione di un modello antico, premoderno, che
scambia la democrazia con la subordinazione, la partecipazione con
l'obbedienza. L'Italia sta attraversando una fase di regressione civile
e politica. Il rischio più grande non è il ritorno del fascismo in forme
dichiarate, ma la sua normalizzazione silenziosa: la perdita progressiva
di anticorpi culturali, l'abitudine all'autoritarismo mascherato da
efficienza, la sostituzione del pensiero con la paura.
Si può cancellare una legge, ma non una memoria. Ed è proprio per questo
che la battaglia decisiva si combatte oggi sul terreno della cultura,
della scuola, della storia, dell'informazione e anche ritornare a fare
contro-informazioni come si faceva bene negli "70. Perché chi controlla
la memoria, controlla il futuro. E il futuro dell'Italia, oggi, si gioca
sulla capacità di ricordare e di resistere.
Rocco Petrone
https://www.ucadi.org/2025/11/30/la-politica-del-governo-meloni-il-travisamento-della-memoria-e-la-rilettura-della-storia-come-strumento-di-fascistizzazione/
________________________________________
A - I n f o s Notiziario Fatto Dagli Anarchici
Per, gli, sugli anarchici
Send news reports to A-infos-it mailing list
A-infos-it@ainfos.ca
Subscribe/Unsubscribe https://ainfos.ca/mailman/listinfo/a-infos-it
Archive http://ainfos.ca/it
- Prev by Date:
(it) France, UCL AL #366 - Riflettori puntati - Furto al Louvre: ma chi è indignato? (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]
- Next by Date:
(it) Brazil, CAB: Memoria e Lotta: 30 anni di FAG/CAB seminando Socialismo Libertario (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]
A-Infos Information Center