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(it) Italy, Sicilia Libertaria #462 - AMBIENTE CONTRO LAVORO? (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Wed, 15 Oct 2025 09:02:43 +0300


Ambiente vs lavoro, lavoro vs salute è un'annosa questione che si trascina e anzi sembra più ingarbugliarsi a causa di un mercato del lavoro sempre più precarizzato e parcellizzato. Il lavoro, la produzione hanno la precedenza sull'ambiente e sulla salute umana. In virtù di questa preminenza si sono consumati negli anni disastri ambientali e morti per malattie contratte nei luoghi di lavoro. Il ricatto lavoro o ambiente e salute ha funzionato benissimo e continua ad essere una delle discriminanti quando si tratta di decidere tra posti di lavoro e tutela delle persone e del territorio. Il famigerato slogan adottato dagli operai di Gela nel 2002 restituisce tutta la drammaticità e le contraddizioni di un sistema distorto: "Meglio morire di cancro che di fame". Come sia finita a Gela è noto: niente più lavoro, il petrolchimico ha lasciato dietro di sé una sequela di morti e malformazioni e un territorio definitivamente intaccato e deturpato.

Però più che di lavoro genericamente inteso bisogna parlare di lavoro all'interno del sistema capitalistico, cioè di lavoro sfruttato, di lavoro indirizzato al profitto a qualsiasi costo e al di sopra di tutto. L'elenco delle catastrofi provocate dal sistema di produzione capitalistico è infinito. Per citare solo quelle che hanno avuto un impatto devastante sull'ambiente basta evocare i nomi di Gela, Priolo, Milazzo, Taranto, Marghera, per non parlare dei tanti fiumi e mari inquinati dalle produzioni industriali. E tuttavia, nonostante tutto, lo slogan degli operai di Gela continua a pesare come un macigno. Come uscire da questa impasse? E' possibile realizzare produzioni non inquinanti, non distruttive dell'ambiente, non nocive per i lavoratori? Quanto la questione sia piuttosto complessa e problematica lo dimostrano due esperienze degli ultimi anni riguardanti realtà industriali diverse ma convergenti: una altamente inquinante, l'altra emblematica del modo di funzionare di un capitalismo oramai più interessato alla speculazione che alla produzione. Si sta parlando dell'Ilva di Taranto e della Gkn di Campi Bisenzio, le cui vicende e vicissitudini sono abbastanza note. In entrambi i casi gruppi di operai si sono fatti promotori di piani alternativi per conservare i livelli occupazionali e indirizzare verso produzioni sostenibili.

A Taranto il primo maggio del 2018 è stato presentato il Piano Taranto redatto dall'associazione Cittadini e lavoratori liberi e pensanti, insieme ad altri gruppi, associazioni e sindacati di base. Il piano intende liberare Taranto dalla monocultura dell'acciaio e delle sue nocività e indirizzare l'attività economica della città in generale verso le bonifiche propedeutiche, l'economia circolare e le energie rinnovabili. Per fare ciò si immagina una stretta collaborazione tra enti locali, governo, sindacati, imprenditori, lavoratori e cittadini che potranno ricorrere alla normativa esistente e beneficiare di fondi europei e nazionali.

Nel 2022 il Collettivo di fabbrica della Gkn di Firenze, insieme a docenti, ricercatrici e ricercatori dell'Istituto di Economia della Scuola superiore Sant'Anna di Pisa ha elaborato il "Piano multilivello per la stabilità occupazionale e la reindustrializzazione del sito produttivo ex-GKN". Senza scendere nel dettaglio del piano, la proposta più "radicale" prevede "uno spostamento verso un nuovo segmento produttivo, nell'ottica di produzioni volte alla generazione di energia pulita. In quest'ambito, si propone la realizzazione di elettrolizzatori per la generazione di idrogeno e/o componenti per impianti fotovoltaici, in un'ottica d'integrazione della produzione dello stabilimento con le strategie previste dal PNRR". Nell'ottica di una diversa mobilità pubblica e della sostenibilità ambientale della regione Toscana. Per realizzare ciò si auspica un forte intervento pubblico, un ruolo attivo dello Stato, "una nuova forma di controllo e gestione della fabbrica con la valorizzazione del sapere operaio; la costituzione di una relazione fabbrica-università in grado di mettere a sistema diversi attori del territorio allo scopo dell'ammodernamento tecnologico del paese, sviluppando nuove forme di collaborazione e formazione".

Ora, al di là dell'impegno profuso nell'immaginare e redigere questi piani e le difficoltà di agire anche in una condizione di emergenza, il loro interesse sta tutto nella volontà di gruppi di operai che autonomamente agiscono in prima persona per trovare soluzioni pratiche ai loro problemi. Tuttavia, prescindendo dal fatto che finora nessuno dei due piani ha trovato un riscontro pratico, non si può non fare rilevare come in entrambe le proposte emerge un'impostazione generale e una visione che non si discostano molto dalle modalità di concepire l'attività economica e produttiva del sistema capitalistico. Lo stesso linguaggio e gli stessi criteri economicistici segnano i due documenti, non emerge nessuna prospettiva veramente alternativa al modello capitalistico dominante, se non in qualche dettaglio.

Allora torniamo alla domanda precedente: è possibile sfuggire al dilemma lavoro vs ambiente/salute e trovare modalità di attività lavorativa che rispettino le persone e i luoghi? Certamente sì, ma occorre assumere una prospettiva completamente alternativa al sistema attuale. La crisi climatica e ambientale in atto suggerisce di adottare scelte radicali, un reale cambio di paradigma che preveda differenti relazioni sociali, un lavoro non più sfruttato e salariato, una notevole riduzione e ridefinizione della produzione di beni, non più di consumo ma indirizzati al benessere delle collettività. Niente di nuovo e niente di facile. Ma a chi serve trovare soluzioni compatibili con la realtà impostaci oggi?

Angelo Barberi

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