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(it) Italy, FAS, Sicilia Libertaria #461 - Laneri - Disertare le città mercificate (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Wed, 27 Aug 2025 09:28:46 +0300
Fuori passo con il mondo. Nell'ultimo decennio, come già avvenuto in
tante altre città del mondo, i fenomeni degenerativi del turismo stanno
imponendo una trasformazione radicale del centro storico di Palermo,
laddove la turistificazione e l'overtourism sembrano concretizzare le
dinamiche di occupazione ed estrattivismo territoriale tipiche del
colonialismo, mercificando i luoghi e depauperando le comunità che vi
abitano. Le analisi, più o meno meticolose e attendibili, abbondano a
tal proposito, alimentate localmente dal dibattito condotto in seno a
un'assemblea permanente e, su scala nazionale e internazionale, da un
crescente interesse mediatico nei confronti dei suddetti fenomeni.
È proprio a causa di questi fenomeni che continuare a frequentare i
luoghi del turismo di massa significa sentirsi tagliati fuori,
incarnando il senso di straniamento e solitudine di chi non vuole o non
può adeguarsi alle trasformazioni arbitrariamente subite dai luoghi e
dalle comunità: luoghi e comunità divenute irriconoscibili e di cui
eppure, per lungo tempo e con vivo entusiasmo, in passato si è fatto
parte; luoghi defraudati ridotti a spazi di consumo e comunità
smantellate o costrette ad assumere i panni di comparse
macchiettistiche. Questo intervento prende atto delle riflessioni
compiute e dei dati raccolti da chi si occupa di questo argomento,
provando a condividere una breve traccia di pratiche resistenti alle
ingerenze dell'industria turistica: pratiche radicate nei limiti
concreti della quotidianità, intesa in quanto condizione esistenziale
imprescindibile.
Meno pub e ristoranti, più panchine e ludoteche. La resistenza contro il
turismo di massa come rivolta contro lo sciacallaggio estrattivista
esercitato sui territori può sollecitare la responsabilità individuale
di chi, consapevole di partecipare a una comunità offesa, sceglie di
abitare i luoghi e prendersene cura, adottando comportamenti in grado di
distinguere nettamente la comunità stessa da coloro i quali ne
minacciano l'esistenza. In questo senso, la lotta militante dei
movimenti e delle assemblee può essere integrata da un impegno che
coinvolga la comunità aggredita in pratiche quali l'astensione e la
diserzione.
La riflessione anarchica sull'astensione dai meccanismi rituali di
conservazione e legittimazione del potere trova un riscontro evidente
nel crollo della partecipazione elettorale e referendaria, intercettando
una sfiducia dilagante nei confronti dei governi. Perché non sostenere
dunque, insieme alla crisi dell'individuo votante, anche quella
dell'individuo consumatore che alimenta e consolida il mercato
turistico? Resistere alla mercificazione delle città potrebbe voler dire
astenersi innanzitutto dal consumarne le risorse, ad esempio boicottando
l'industria del food and beverage e le sue conseguenze deleterie, quali
lo spreco di risorse in un territorio sempre più minacciato dalla
desertificazione, l'occupazione di spazi comuni da parte dei privati e
lo sfruttamento dei lavoratori del turismo, precari e sottopagati. Si
propugna insomma un'astensione dai consumi (inebrianti e non) che ampli
la proposta Antifa Straight Edge di uno stile di vita improntato
all'autodeterminazione del sé «come reale e simbolico modo di promuovere
una vita fatta di responsabilità, consapevolezza e indipendenza
attraverso la riconquista dell'autocontrollo e il rifiuto della
dipendenza dai poteri politici, sociali ed economici di una società
capitalista» (Kuhn, "Straight Edge. Storie, filosofia e racconti dalla
scena hardcore punk", 2011, 138). Astenersi dal consumo dei luoghi e
delle comunità vuol dire spezzare la catena dello sfruttamento e al
tempo stesso essere sufficientemente lucidi per orientare la rabbia
verso quella «resistenza intuitiva» (246) che fa aderire la lotta alla
vita concreta di tutti i giorni, rinsaldando legami economici che diano
respiro alla città che resiste.
Astenersi sarà dunque abbandonare i templi della socialità improntata al
consumo per fondare nuovi spazi di socialità, svincolati da pratiche
omologanti che inibiscono l'effettiva concretizzazione della lotta. In
altre parole: occorre disertare i luoghi del consumo e negarsi alle loro
regole, laddove la diserzione appare come «la sola strategia capace di
far crollare il capitalismo, sistema fondato sulla mobilitazione
permanente delle energie sociali. Ritirare le nostre energie dal gioco
sociale non è affatto una rinuncia alla lotta: è la forma più radicale
immaginabile di lotta di classe. L'unica che possa avere oggi una
possibilità di successo» (Bifo, "Disertate", 2023, 14). In termini
paradossali, disertare la città mercificata significa rimanere
pienamente presenti nella dimensione corporea e mentale del proprio
essere abitanti di una città dalle forti disuguaglianze economiche,
riflettendo costantemente su come il proprio modo di attraversare ogni
giorno i quartieri contribuisca a renderli sempre meno vivibili e
adottando comportamenti via via più coerenti con la nostra idea di
comunità. Disertare vuol dire incarnare con la prassi la propria
indisponibilità al consumo, rivendicando l'appartenenza alla comunità
aggredita e misurando in maniera inequivocabile la personale ostilità ai
fenomeni turistici; e a partire da questa distanza, prendersi cura dei
luoghi e delle comunità che li abitano.
Agire le città. Si fa sempre più evidente l'urgenza di entrare in
conflitto con la quotidianità distorta in cui siamo stati incastrati
dagli interessi economici di piccoli o grandi speculatori, dai
tornaconti delle cricche politiche locali e dal disorientamento degli
attivismi. Occorre vivere la città che resiste, rifiutando di fare il
turista a casa propria e aderendo piuttosto alla realtà sociale che
subisce le conseguenze dello sfruttamento: la comunità gradualmente
invasa, manipolata, sottomessa o espulsa dal proprio territorio.
Agire le città in cui vorremmo vivere è non scendere a compromessi con
le lusinghe del presunto benessere turistico, astenendoci dal consumo
degli stessi luoghi in cui abitiamo e di quelli, più o meno distanti,
che ci ritroviamo ad attraversare. Agire le città vuol dire aderire
intimamente, nella pratica privata della vita quotidiana, alle
dichiarazioni d'intenti ribadite a gran voce nel contesto pubblico dei
movimenti e delle realtà militanti, esercitando un boicottaggio
concreto, diffuso e rivendicato che diventa antidoto efficace contro il
dilagare del consumismo a trazione turistica, ovunque esso si manifesti.
Agire le città vuol dire disertare i templi di una socialità
consumistica - avvilente perché monotona, grottesca perché aliena,
ostile perché forzata - decidendo di mancare all'appello di pratiche
omologanti e improntate al consumo dei luoghi, delle comunità e degli
individui, negandosi alle trappole delle città mercificate e costruendo
luoghi e stili di vita coerenti con le nostre aspirazioni.
Salvatore Laneri
https://www.sicilialibertaria.it/
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