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(it) Italy, FAS, Sicilia Libertaria #461 - FICHTE E L'ANARCHISMO (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Fri, 22 Aug 2025 08:40:04 +0300


Il titolo, Etica e anarchia (sottotitolo: La persistenza dell'idealismo fichtiano nel pensiero libertario, Mimesis ed., Milano-Udine 2025) non rende davvero la vastità dello scandaglio critico operato in questo libretto dai due autori, Carla De Pascale e Antonio Senta. La prima è tra i più noti interpreti di Fichte a livello internazionale, il secondo uno, e forse il più brillante, dei giovani storici dell'anarchismo. Il loro studio contribuisce a immettere il pensiero anarchico classico all'interno del dibattito filosofico contemporaneo, attraverso un confronto serrato con l'opera di Fichte, e ad allargare all'esterno del nostro movimento, in chiave filosofica, la comprensione dell'anarchismo.

Alla De Pascale appartengono «formalmente» l'introduzione e i capitoli riguardanti il Fichte libertario e la sua ascendenza su Landauer, a Senta i capitoli relativi all'influenza del pensiero fichtiano su Bakunin, Kropotkin e Malatesta.

Mentre la De Pascale è a suo agio nel trattare una materia che conosce a menadito, la ricerca intrapresa da Senta, altrettanto accurata, merita un plauso particolare per la competenza e il coraggio dimostrati nell'affrontare le teorie dei principali esponenti dell'anarchismo, e della filosofia classica tedesca, sicura anticamera - gli auguriamo - per future proficue incursioni nei campi del sapere. Sono rari gli storici di area libertaria, e non solo, in grado di leggere e commentare senza preclusioni le fonti originarie del pensiero libertario e, ancor più, di fornire una ragione sostanziale, un movente filosofico, agli atti compiuti dagli anarchici.

Fichte è un autore ostico, complesso, sconosciuto in parte. Il suo pensiero, in modo particolare, come insegna la De Pascale in un altro suo scritto (Vivere in società, agire nella storia, del 2001), è «sottoposto alla possibilità di molteplici e divergenti interpretazioni». Ciò tuttavia non pare che valga per La destinazione del dotto, lo scritto che affascinò il giovane Bakunin al punto da tradurlo per la prima volta in russo nel 1836. Fichte vi appare come un autore decisamente rivoluzionario: per il suo concetto di libertà («libero è solo colui che vuole rendere libero tutto ciò che lo circonda»), per la tensione etica che lo accompagna e si traduce nel continuo perfezionamento nei confronti di sé e dei propri simili, per la distinzione «netta» fra la società e lo Stato, per l'importanza accordata all'auto-educazione dell'uomo. Tutti elementi che, oltre a contribuire alla sua formazione, «persisteranno» - secondo la De Pascale - anche nel Bakunin «maturo» degli anni '60 e '70. In realtà, più che di una «continuità» di pensiero, per quanto intermittente - come sostiene invece Senta nel capitolo su Bakunin -, si tratta per la studiosa bolognese di «tracce», di «echi di tematiche fichtiane», come quella, che diverrà cruciale nel Bakunin internazionalista, dell'abolizione del diritto di eredità, proposta «avanzata anche e proprio da Fichte».

Senta e la De Pascale non c'informano dei motivi della disaffezione che ben presto Bakunin nutrirà nei confronti del pensiero di Fichte e che lo condurrà dapprima alla dialettica hegeliana (lo fa un ottimo libro, pluricitato, di Claudio Badano, Il giovane Bakunin e la filosofia classica tedesca, ed. Orthotes, Napoli-Salerno 2023) e, in età matura, al materialismo teorico. E neppure dell'evoluzione subita dal pensiero dello stesso Fichte, scivolato, negli ultimi scritti rimasti in gran parte inediti, su posizioni sempre più stataliste e filo-teologiche (vd. Giuseppe Duso, Libertà e Stato in Fichte, ora in Oltre la democrazia: un itinerario attraverso i classici, ed. Carocci, Roma 2004), incompatibili col pensiero libertario sebbene non siano pochi coloro, tra gli specialisti, che intravedono una qual sorta di continuità tra l'una e l'altra fase della vita del filosofo tedesco.

«Continuità» è anche il vero pallino dell'interpretazione che Senta dà all'influsso di Fichte su Bakunin, ch'egli rintraccia in numerosi passi delle opere di quest'ultimo, anche della maturità, e commenta con mirabile argomentare. E indubbiamente una continuità si rileva, da un punto di vista più lessicale che sostanziale però, dato che i concetti che Bakunin - pensatore sistemico - eredita dai teorici che l'hanno preceduto, come Fichte ma soprattutto Proudhon, vengono da lui più volte rielaborati e adattati al suo sistema concettuale. Del tutto incongrua appare perciò la citazione dal Machiavelli di Gian Pietro Berti, posta in conclusione del capitolo, che insiste sulla dialettica necessità-libertà, finito-infinito, e non tiene affatto conto delle mutazioni avvenute nel sistema concettuale del Bakunin maturo, che anziché procedere alla riaffermazione dell'io-negativo (Fichte) punta alla de-costruzione tout court della dialettica.

I capitoli dedicati a Kropotkin e a Landauer costituiscono degli intermezzi, validi e ben congegnati, dove l'interesse per il pensiero fichtiano esplicito, che caratterizza i capitoli iniziali, sfuma a favore di un'ampia e convincente trattazione dell'etica libertaria, che si presume derivata da quello, che assume in Kropotkin sembianze «scientifiche» e in Landauer più prosaicamente «socialiste». É questo un espediente utile a introdurre il «gran finale» del libro, rappresentato dal capitolo su Malatesta.

Da tempo gli storici sono alla ricerca delle radici del «volontarismo» malatestiano. Senta vi coglie una «assonanza» significativa con la «volontà» fichtiana (senza peraltro escludere altre, forse più pertinenti, influenze), essendo essa prodotto della dicotomia o dell'interazione tra idea e realtà, ma anche tra «materialismo teorico» e «idealismo pratico», come sottolineato da Badano, o ancora tra teoria e prassi, com'era in Bakunin. Questa «miscela» o tensione o connubio tra due poli che, secondo Senta, avrebbe «assillato il pensiero e il movimento anarchico fin dalle origini», costituirebbe anche la «cifra» dell'etica malatestiana, capace di coniugare l'emancipazione materiale con «la coscienza della libertà e la volontà della sua realizzazione».

La «Morale», cioè la «scienza della condotta dell'uomo nei rapporti con altri uomini», diventa anarchica e «superiore a tutte le altre», secondo Malatesta, quando è «basata sul rispetto della libertà e sul desiderio del bene di tutti». L'anarchia pertanto non può essere imposta con la forza o con la coercizione. Senta vede in questo assunto un principio legato al concetto di autoeducazione in Fichte: gli anarchici non hanno avanguardie ma una «minoranza agente», che cioè «deve agire facendo sì che il popolo non si accorga della sua azione, ossia senza rendersi conto che il concetto e la pratica della libertà sia instillata in lui tramite la diffusione delle idee da parte dei rivoluzionari». Il che somiglia ma non è aderente in toto al progetto educativo fichtiano secondo il quale «ogni individuo deve agire sulla base di una libera scelta e di una convinzione da lui stesso giudicata sufficiente» e non «trattato come un mero mezzo».

«Sospingere» e «instillare» possono assumere significati diversi e talvolta opposti rispetto all'abolizione di ogni strumento coercitivo e ingannevole ...


Natale Musarra

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