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(it) Italy, UCAD'I #184 - "La crisi della "placca islamica" (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Thu, 23 May 2024 07:25:03 +0300
Per cercare di capire quello che sta avvenendo nella striscia di Gaza,
in Cisgiordania e Israele occorre collocare la cronaca degli eventi
all'interno del disegno strategico globale teso alla ridefinizione degli
equilibri geostrategici ed economici di un mondo a placche, multipolare.
Lo scontro in atto riguarda la "placca islamica" che va dall'Afganistan
fino alle sponde del Mediterraneo ed ha propaggini che si estendono
lungo la cosa mediterranea fino al Marocco e ad Est verso le Repubbliche
asiatiche turcofone ex sovietiche. Quest'area si caratterizza per
un'alta disomogeneità politica e una grande instabilità, determinata
dalla grande divisione che caratterizza il mondo islamico, solcato non
solo dalla divisione tra sciti e sunniti, ma anche dall'articolazione in
famiglie religiose e politiche di popoli che abitano le diverse entità
statali presenti su questo vastissimo territorio. Sull'area incidono le
crescenti ambizioni della Turchia che vuole ricostruire il sogno
imperiale che fu l'impero ottomano, area che va dall'Africa alle
Repubbliche islamofobe ex sovietiche dell'Asia centrale; l'Arabia
Saudita, che si proclama guida della componente sunnita dell'islam,
forte del fatto di custodire due dei luoghi sacri dell'islam. Medina e
La Mecca; Teheran che ospita la Repubblica islamica di ispirazione
sciita e si proclama capitale dello sciismo e, all'estrema propaggine
orientale, il Pakistan, potenza nucleare, che gioca a sua volta un ruolo
nell'area del sub continente indiano, mentre la lontana Indonesia, il
più popoloso dei paesi islamici, insiste su un'altra area, la placca
indo-pacifica.
Uno sforzo ai fini di compattare quest'area così composita o almeno la
parte più omogenea e rilevante di essa era stato portato a termine
nell'ambito dei Bricks per iniziativa e merito dalla politica estera
cinese che aveva promosso la riconciliazione tra Arabia Saudita e Iran,
sfociata nell' accordo di de-escalation delle relazioni dei due paesi,
firmato il 10 marzo da Iran e Arabia Saudita a Pechino con la mediazione
cinese che rappresentava un'evoluzione di grande rilevanza delle
relazioni tra Stati nel contesto di una regione, quella del Golfo
Persico.[1]
In questo ambito obiettivi diversi erano stati perseguiti dagli accordi
di Abramo,[2]nati per l'iniziativa della amministrazione Trump, ma
rimasti inattuati a causa della fine del suo mandato. L'accordo promosso
dalla Cina era stato possibile grazie al minor interesse per
l'iniziativa da parte dell'amministrazione Biden che aveva lasciato
campo libero alla diplomazia cinese, ma soprattutto era stato facilitato
dal ritiro degli Stati Uniti dall'Afghanistan che sembrava lasciar
spazio alla diplomazia cinese e russa per meglio operare nell'area con
proiezioni verso il mondo islamico. Così, approfittando dei buoni
rapporti tra Russia e Iran, utilizzando le linee di comunicazione tra i
membri dell'OPEC (della quale fanno parte Arabia Saudita, Russia, Iran)
- la diplomazia cinese aveva potuto conseguire un risultato che aveva
sorpreso i diversi interlocutori internazionali.
In vista della scadenza del suo mandato presidenziale Biden, gravato da
guerra Ucraina è bisognoso di conseguire dei risultati in politica
estera per meglio accreditarsi davanti all'elettorato faceva ripartire
l'iniziativa dei Protocolli di Abramo che avrebbero dovuto essere
sottoscritti entro la fine del 2023.
La "Nuova via del cotone"
Per innestarsi questa iniziativa Biden, riformulava il progetto,
ribattezzandolo "Nuova via del cotone" che avrebbe dovuto costituire
l'alternativa alla "Via della seta." Questo progetto ha portato alla
firma di un memorandum sottoscritto a New Delhi a margine dei lavori del
G20, consiste nella realizzazione di corridoio economico tra India,
Medio Oriente ed Europa, prevede la realizzazione di una rete di
ferrovie, porti e collegamenti energetici. I Paesi coinvolti sono Stati
Uniti, India, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Germania, Francia,
Italia e Unione Europea. Il progetto dovrebbe svilupparsi seguendo due
direttrici, ferroviarie e marittime, che collegheranno l'India ai Paesi
del Golfo,
attraverso una rete di ferrovie e porti volti a migliorare i flussi
commerciali ed energetici dall'Asia meridionale al Golfo Persico e con
l'obiettivo di raggiungere l'Europa, passando per Giordania e Israele,
avendo come terminale su Mediterranei il porto di Haifa.[3]
Nelle intenzioni il nuovo corridoio cercherà di riconfigurare il
commercio tra i Paesi dell'Europa, del Golfo Persico e dell'Asia
meridionale, riducendo significativamente il tempo necessario per
trasportare le merci tra queste nazioni e permetterà di contrastare la
Cina nelle relazioni commerciali verso l'Europa.
Il progetto prevede risorse per 600 miliardi di dollari per sostenere i
Paesi a basso e medio reddito nella costruzione di infrastrutture
sostenibili e l'iniziativa è allineata con la Global Gateway, lanciata
dalla Commissione europea nel 2021 per mobilitare finanziamenti fino a
300 miliardi di euro per progetti infrastrutturali nei paesi in via di
sviluppo. Sia l'Arabia Saudita, il principale esportatore di petrolio al
mondo, sia gli Emirati Arabi Uniti, il centro finanziario del Medio
Oriente, cercano da anni di proteggersi da qualsiasi interruzione delle
rotte commerciali ed energetiche che ora passano esclusivamente
attraverso il canale di Suez.
Oggettivamente la sottoscrizione di questo nuovo accordo consente una
nuova spaccatura della placca islamica, e obbliga una parte di paesi a
riconoscere come interlocutore Israele, liquidando definitivamente la
questione palestinese, lasciando che mentre la popolazione di Gaza si
consumava sotto la dittatura di Hamas in un campo di concentramento a
cielo aperto, Israele avrebbe potuto continuare indisturbato a praticare
la propria politica di apartheid in Giordania, proseguendo nella
liquidazione progressiva, ma costante, della sua popolazione,
espropriata di ogni diritto e bene.
Nel nuovo contesto delle relazioni internazionali trovava spazio il
disegno insurrezionale di Hamas, da lungo tempo preparato con la
quiescenza del governo Netanyahu, il quale riconoscendo l'organizzazione
terroristica come l'interlocutore e gestore della striscia, aveva dato
la possibilità all'organizzazione di prepararsi a condurre l'attacco che
in effetti il 7 ottobre ha poi avuto luogo, dando corso a quella
mattanza dei cittadini dello Stato ebraico che avevano il solo torto di
trovarsi ad abitare nei pressi della striscia e che erano parte della
popolazione del paese più dedita ad un possibile dialogo con il mondo
islamico, provvedendo a rapire più di 200 persone, compresi donne vecchi
e bambini, praticando ogni violenza su di loro.
Il genocidio degli abitanti di Gaza
Da sei mesi l'esercito dello Stato ebraico, guidato dal macellaio
Netanyahu, massacra la popolazione della striscia, distruggendo tutto
ciò che trova, avendo già provocato 34 000 morti, migliaia di feriti e
di invalidi, indicibili sofferenze, fame, denutrizione e miseria, mentre
non si vede alla fine della mattanza.
Questo orrore che indigna il mondo ha alienato allo Stato ebraico le
simpatie delle opinioni pubbliche dell'Occidente, ha portato i suoi
sostenitori e coloro che hanno la coscienza sporca per il loro passato
antisemita e la persecuzione dell'ebraismo a manifestare la loro
solidarietà, facendo leva sulla cattiva coscienza per quello che è stata
la Shoah e l'olocausto del popolo ebraico ad opera del nazismo.
Ciò che si fa finta di non comprendere è che la solidarietà verso la
popolazione palestinese, non è manifestazione di antisemitismo, ma di
opposizione al sionismo, dottrina politica nazionalista che sostiene la
necessità dell'esistenza di uno Stato ebraico, depositario del destino
messianico del popolo ebraico, prediletto dal Dio unico, che è destinato
a prevalere sugli altri popoli grazie al patto che lo lega all'unico Dio
e al quale è stata data in esclusiva la Palestina, dalle rive del
Giordano al mare, senza che altri popoli possano contemporaneamente
abitarvi.
Dopo sei mesi nei quali un torrente di distruzioni e di fuoco si è
riversato su Gaza, con il crescere delle rovine, l'orrore per le
sofferenze, per le morti, per gli arti amputati, per la fame, per la
disperazione e il terrore. La solidarietà del mondo, ha finito per
convergere sulla popolazione della striscia, costretta a vivere in
condizioni disumane, in una porzione sempre più piccola di territorio,
mentre i vicini Stati si rifiutavano di accoglierli per timore di
ripercorrere esperienze passate, importando profughi destinati a restare
eternamente tali e a costituire una componente politica attiva
destabilizzante per i regimi autoritari che li governano. Al tempo
stesso cresce la repressione della popolazione autoctona della
Cisgiordania, dove vige una apartheid sempre più dura e radicale e gli
omicidi e gli assalti dei coloni, le loro violenze, i loro soprusi verso
la popolazione autoctona, sono ogni giorno crescenti.
L'intervento iraniano
Mentre l'esercito israeliano si prepara a portare l'ultimo assalto
all'enclave palestinese nella quale è attualmente stipata la popolazione
di Gaza, lo Stato ebraico ampliava la sua sfera d'azione e decideva,
procedendo negli omicidi mirati nei quali è esperto, a distruggere con
un attacco missilistico una sede diplomatica dell'Iran in Siria per
eliminare appartenenti al corpo dei pasdaran iraniani (16 persone),
incaricati di tenere i collegamenti con le formazioni politico militari
sciite (Hamas, Houthi, Hezbollah, Hezbollah Kataib iracheni) che
costituiscono il fronte anti-sionista che sostiene la lotta dei
palestinesi. Si tratta di una pratica consolidata adottata dallo Stato
ebraico, ma fatta propria anche dagli Stati Uniti che si riservano di
"punire", con omicidi mirati e indipendentemente da dove si trovino, gli
oppositori della loro politica che considerano facenti parte di gruppi e
formazioni terroristiche.
Tuttavia, questa volta la Repubblica islamica, per non perdere la faccia
di fronte agli altri Stati arabi e alle stesse formazioni di resistenza
allo Stato ebraico, hanno deciso di reagire attraverso una risposta
calibrata. Con 72 ore di anticipo le cancellerie in tutti gli Stati
coinvolti nel conflitto o comunque interessati sono state informate che
la Repubblica islamica avrebbe attaccato il territorio dello Stato
d'Israele con un lancio di droni e missili, fornendo così all'aggredito
la possibilità di organizzare la propria difesa. Nella notte del 14
Aprile circa 300 ordigni di varia natura sono stato lanciati verso
obiettivi militari posti nel territorio israeliano e intercettati da
aerei statunitensi, britannici, francesi levatesi in volo dalle flotte
in navigazione nel Mar Rosso e dalle basi occidentali nell'area per
contrastare i lanci missilistici Houthi. Nell'abbattimento degli ordigni
un ruolo importante è stato svolto dall'aviazione giordana, paese arabo,
ma legato alla Gran Bretagna, che svolge un ruolo di punta di diamante
del gruppo di Stati che a suo tempo erano pronti a firmare gli accorti
di Abramo, Stati che appartengono ad una alleanza segreta che dispone di
un sistema di mutua protezione e avvistamento in funzione di contrasto
alla Repubblica islamica e del quale fanno parte certamente l'Arabia
Saudita e parte degli Emirati del Golfo. Veniva così ripristinata
l'attività e il coordinamento degli Stati islamici disponibili a
sottoscrivere gli accordi di Abramo e interessati al progetto "Nuova via
del cotone", ma il tabù della deterrenza e della dottrina difensiva
israeliana veniva definitivamente rotto, anche se rivitalizzato da una
tenue ulteriore risposta.
Benché al termine dell'azione, che potremmo definire dimostrativa, la
Repubblica islamica abbia dichiarato di considerare chiuso il
contenzioso con Israele, relativamente al bombardamento della sua
rappresentanza diplomatica, lo Stato ebraico non può sopportare che gli
eventi abbiano dimostrato che il suo territorio è raggiungibile dai suoi
nemici.
L'attacco dimostra che la strategia di preventiva dissuasione dello
Stato ebraico nei confronti dei suoi nemici è ormai superata dalle
crescenti capacità offensive dei suoi nemici e perciò l'ulteriore azione
di ritorsione, benché sconsigliata dagli Stati Uniti e dagli altri
partner occidentali. Resta per il momento di la da venire l'obiettivo
più ambito, la distruzione degli impianti di arricchimento di uranio
messi a punto dal governo iraniano per dotarsi dell'arma nucleare.
Nello stesso tempo Israele non rinuncia all'annientamento della
popolazione di Gaza, con l'obiettivo di rendere la striscia
colonizzabile nella prospettiva di rivendicare pieno ed esclusivo
diritto di sfruttamento degli immensi giacimenti di petrolio e gas
scoperti a largo delle coste che potrebbero, se avvenisse la
cancellazione dell'entità palestinese a Gaza, più agevolmente essere
divise esclusivamente tra israeliani ed egiziani, eliminando il terzo
incomodo costituito dalla popolazione abitante sulla costa.
Il regno del male
Se questi sono sommariamente i fatti alcune considerazioni si impongono,
soprattutto a fronte del fatto che la stampa nostrana e i politici
dell'occidente presentano, come al solito, ciò che avviene come uno
scontro fra il bene e il male e continuano a ripetere che la sola
democrazia nel Medio Oriente è Israele e che essa va difesa contro gli
Stati che lo circondano, musulmani, illiberali, dominati da una
teocrazia oscurantista come quella iraniana che nega ogni libertà. Per
questo motivo benedicono la guerra e cercano di accreditare l'idea che
solo una sconfitta esterna può riportare la libertà e la democrazia in
molti, se non in tutti questi Stati. Questa affermazione costituisce una
palese falsità e, per dimostrarlo, basta riflettere su alcune delle
caratteristiche degli Stati coinvolti.
Israele è uno Stato formalmente a democrazia occidentale, dove tuttavia
regna incontrastato, da ben 14 anni lo stesso uomo, con vari espedienti,
non ultimi la guerra e che, benché oggetto di un grappolo di
provvedimenti penali, rimane incontrastato al potere, dopo aver
attentato all'organizzazione democratica e costituzionale dello Stato e
dopo avere commesso reati sui quali i tribunali non hanno avuto modo di
pronunciarsi, grazie alla incontrastata detenzione del potere politico.
Né vale ad attenuarne le responsabilità rilevare che Netanyahu non gode
del sostegno di molta parte della popolazione, né basta sostenere che la
società israeliana è così democratica e salda da meritare il rispetto
della comunità internazionale, se si considera che occupa la
Cisgiordania e che su questo territorio esercita l'apartheid nei
confronti della popolazione autoctona, perseguitandola e comprimendone i
diritti.
La Giordania è un paese retto dalla monarchia hascemita, formalmente
indipendente, ma vassalla del Regno Unito, che di fatto opera di
concerto con Israele per controllare la popolazione palestinese che
costituisce larga parte degli abitanti del paese ed è coinvolta
direttamente nella Nuova via del cotone. Il vicino Iraq è un paese
devastato dalla guerra contro Saddam Hussein condotta dagli Stati Uniti,
inventando l'esistenza di armi chimiche inesistenti per giustificare
l'aggressione ed oggi trasformato in un paese balcanizzato per gruppi
religiosi. quando era il più sviluppato, il più occidentalizzato, il più
laico dei paesi arabi. In Libano, paese dal quale è in corso una perenne
guerriglia con lo Stato ebraico e verso il quale si sono registrate
numerose aggressioni da parte di quest'ultimo è oggi un paese diviso,
fallito e in mano a diversi gruppi di potere politico-mafioso e
religioso. Che dire poi dell'Egitto il cui governo è retto da un
dittatore del quale gli italiani hanno avuto modo di apprezzare i metodi
in occasione del caso Regeni!
Nessuna solidarietà può andare da parte nostra al governo dell'Iran che
rappresenta la summa di quanto noi comunisti anarchici, laici e nemici
dell'oscurantismo religioso, aborriamo. Nel paese - come è noto - è in
corso una guerra civile e di genere che vede le donne oppresse,
ribellarsi contro il maschilismo e il paternalismo del regime, che vede
le libertà sindacali represse, che vede ogni libertà civile calpestata e
l'economia in mano alla corporazione dei pasdaran, sotto il controllo
del clero. Pur tuttavia siamo convinti che la liberazione del popolo
iraniano non può che venire dalla sua lotta e non può dipendere
dall'aiuto esterno di forze che dicono di combattere il regime il nome
della democrazia, ma in realtà mirano alle risorse del paese e al suo
petrolio.
Altrettanta solida repulsione provocano per noi il regime vigente in
Arabia Saudita e quelli che caratterizzano i governi degli Emirati del
Golfo, sostenitori di valori, di un'etica, di principi che negano ogni
barlume di giustizia sociale e di libertà civili. Siamo convinti che
debba essere consentito a tutte le società di sviluppare un proprio
percorso di emancipazione e di secolarizzazione che può avvenire solo
come risultante della partecipazione delle popolazioni al confronto tra
le classi sociali nel contesto di un definitivo superamento delle
eredità e delle logiche coloniali e con la scelta di percorsi propri,
convinti come siamo della non superiorità del modello e della democrazia
liberale occidentale.
Tuttavia per ognuna di queste società, per ognuno di questi popoli,
crediamo che l'emancipazione non possa che venire dall'interno stesso
dei vari paesi e che non può essere frutto della cosiddetta
"esportazione della democrazia" che altro non è che una forma di nuovo
colonialismo e di ripristino della dominanza dei paesi occidentali su
quest'area del mondo.
[1]Il testo dell'accordo sottoscritto a Pechino prevede come obbiettivo
iniziale la riapertura delle rispettive sedi diplomatiche, chiuse nel
2016, entro due mesi dalla firma dell'intesa e l'implementazione di due
importanti documenti di cooperazione multilivello firmati tra la fine
degli anni '90 e i primi anni 2000, durante quello che fu uno dei
periodi di maggior dialogo tra Iran e Arabia Saudita.
[2]Gli Accordi di Abramo, proposti dall'amministrazione Trump, raggiunti
il 13 agosto 2020, miravano alla normalizzazione delle relazioni
diplomatiche fra Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, altri Stato arabi,
Israele e gli Stati Uniti, avrebbero dovuto essere
sottoscritti immediatamente prima del 7 ottobre nella versione di "Nuova
via del cotone".
[3]La firma del memorandum è stata annunciata durante l'evento
'Partnership for global infrastructure and investment and India-Middle
East-Europe economic corridor' per valorizzare la Partnership for Global
Infrastructure and Investment (Pgii), creata dal G7.
C. G.
https://www.ucadi.org/2024/04/25/la-crisi-della-placca-islamica/
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