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(it) Italy, FDCA, Cantiere #25 - Per un Primo Maggio di lotta e di resistenza - Cristiano Valente (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Sun, 12 May 2024 08:02:21 +0300
Data l'elevata produzione raggiunta con la nuova tecnologia robotica,
informatica e la recentissima tecnologia produttiva, legata
all'intelligenza artificiale, la diminuzione dell'orario di lavoro
dovrebbe essere il naturale obiettivo delle organizzazioni del movimento
operaio. Dopo la crisi economica mondiale degli anni '30 del secolo
scorso, John Maynard Keynes, economista inglese, uno dei massimi
riferimenti delle scuole di pensiero economico in ambito capitalista e
tutt'oggi riferimento del così detto pensiero "progressista e
democratico", nella sua raccolta dei saggi pubblicati a cavallo tra le
due guerre mondiali, metteva in guardia l'opinione pubblica ed i governi
contro l'ideologia del "laissez-faire", cioè l'abolizione di ogni
vincolo o programmazione da parte dello Stato alle attività economiche
ed affermava che il tempo di lavoro degli operai si sarebbe ridotto
enormemente: "Turni di tre ore a settimana lavorativa di quindici ore
possono tenere a bada il problema per un buon periodo di tempo. Tre ore
al giorno" (Keynes, Esortazioni e profezie)
Questo calcolo veniva fatto con i macchinari e le tecnologie all'ora
disponibili. Oggi, in proporzione, si potrebbe pensare, date le nuove
tecnologie, ad una settimana lavorativa di sole quattro ore, ma le
tendenze reali del sistema economico mondiale tendono invece ad
aumentare gli orari di lavoro. Nel ventesimo e nel ventunesimo secolo
nonostante una crescente capacità di investimenti, orientati ad
incrementare la produttività, nonostante che più macchinari industriali
siano stati modernizzati, raggiungendo in alcune lavorazioni la completa
sostituzione della manualità umana, è stato impossibile, per i
lavoratori, acquisire nuove e significative riduzioni del loro orario di
lavoro. Si è così creata una contraddizione tra l'alto livello di
produzione, che vede immessi sul mercato mondiale una quantità di merce
mai raggiunta in precedenza, e dall'altra, tempi di lavoro aumentati,
con salari che non riescono a coprire i fabbisogni dei diretti produttori.
Lungi dal diminuire, l'orario di lavoro, sta continuamente aumentando
grazie a nuove forme di sfruttamento della forza lavoro con
organizzazioni produttive sempre più sofisticate e coercitive rispetto a
quelle adottate in passato. Nel ventunesimo secolo il tempo di lavoro,
con i suoi aumentati ritmi, con la sua organizzazione dilazionata in
tutta la settimana lavorativa, rimane il tiranno del tempo di vita dei
lavoratori capace di condizionarne tutta la loro esistenza. Il modo di
produzione capitalista ha le sue leggi, la principale delle quali è la
legge del massimo profitto. La finalità del sistema economico non è
quella di generare beni d'uso per soddisfare i bisogni fondamentali
dell'umanità, ma è quella di realizzare una produzione finalizzata al
semplice guadagno ottenuto con l'estensione della giornata lavorativa e
dalla aumentata intensità produttiva della prestazione.
La Cina
Il primo palese incremento del tempo di lavoro e delle diminuite
condizioni di vita nei posti di lavoro lo si può vedere nei cosiddetti
ex paesi in via di sviluppo, in particolar modo in Cina, diventata
oramai una delle potenze economiche e politiche maggiori al mondo, dove
in pochi decenni si è visto un notevole incremento della produzione
oraria e in ugual modo l'aumentato orario lavorativo di ogni singolo
lavoratore. Nonostante che per legge il lavoro in Cina si dovrebbe
svolgere settimanalmente per cinque giorni di lavoro, con sabato e
domenica di riposo, con una giornata lavorativa di 8 ore dalle 8 alle 18
con una pausa mensa di due ore, e per un massimo di 44 ore alla
settimana, nella pratica il boom dell'economia cinese ha le sue basi
nel super sfruttamento dei lavoratori con una estensione illegale e
criminale dell'orario di lavoro. Nella realtà l'orario di lavoro
risponde, nella stragrande maggioranza dei siti produttivi, in
particolare negli impianti industriali di proprietà statale e nelle
numerose multinazionali occidentali presenti, alla regola del "996";
ossia il lavoro va dalle 9 del mattino fino alle 9 di sera, 6 giorni su
7, tanto che lo scorso agosto il Supremo Tribunale Popolare di Pechino,
anche a seguito delle crescenti proteste operaie, ha dichiarato gli
orari "996" una violazione grave delle normative sul lavoro, indicando
che gli straordinari non devono superare le trentasei ore mensili ed ha
definito illegali i diffusissimi accordi imposti dai padroni affinché
gli operai e impiegati rinuncino"volontariamente" alla paga degli
straordinari. Questa sentenza è diretta conseguenza delle diverse cause
intentate contro i numerosi casi di licenziamenti di lavoratori che si
erano rifiutati di allungare il loro orario di lavoro con straordinari,
in particolare per l'ennesima morte di due lavoratori a causa dello
stress ed eccesso di lavoro.
Questi ultimi erano dipendenti dell'azienda di commercio elettronico
Pinduoduo, la più grande piattaforma tecnologica incentrata
sull'agricoltura, che collega agricoltori e distributori con i
consumatori attraverso acquisti interattivi.
Se tale è l'odierna situazione della classe operaia in Cina si pensi
alla condizione lavorativa in aree e Stati del sud est asiatico come il
Vietnam o la Cambogia, dove la resistenza operaia è ancora minore che
nella Cina, la quale a sua volta ha iniziato da tempo a delocalizzare le
proprie produzioni in tali territori che hanno costi di mano d'opera
ancora più bassi ed orari di lavoro ancora più lunghi.
L'Occidente
La situazione lavorativa nello sviluppato Occidente non presenta
sostanziali differenze. In Europa, nell'industria, la giornata
lavorativa è tuttora quella di otto ore, lo è dal 1919. La conquista
delle otto ore diventò definitiva, in tutto il vecchio continente, tra
il 1917 e il 1919, grazie alla spinta rivoluzionaria di Russia e della
Germania. Ma le conquiste delle lotte operaie, nel capitalismo, non sono
mai definitive, e già nella crisi del 1929 e nella successiva seconda
guerra mondiale gli imprenditori e i vari governi democratici e
totalitari aumentarono l'orario di lavoro. Finita la guerra il ritorno
alla giornata lavorativa di otto ore non fu affatto automatica. In
America si arrivò a lavorare anche 70 ore settimanali nell'industria
meccanica. In tutta l'Europa, nonostante la ristrutturazione degli
impianti di produzione, e la diffusione delle nuove tecnologie
industriali, l'orario di lavoro non diminuì, anzi in alcuni settori, con
la pretesa da parte padronale della ricostruzione, tempi e ritmi di
lavoro rimasero quelli imposti durante il periodo bellico.
Nel dopoguerra l'unica significativa riduzione del tempo di lavoro si è
avuta con le lotte degli anni '60 e '70 imponendo e generalizzando la
giornata lavorativa di otto ore per cinque giorni a settimana. A
distanza di anni, nonostante l'aumento della capacità produttiva resa
dalle nuove tecnologie, gli addetti all'industria delle potenze europee
ed in generale nell'occidente sviluppato, son tenuti ancora a lavorare
otto ore al giorno per 40 e più ore settimanali, seppur rispetto ai
primi del novecento, le ore lavorate, contengano più produttività e più
intensità facendo di fatto aumentare il plusvalore e quindi il profitto.
Dagli anni '80 in poi il massiccio investimento nelle nuove tecnologie
ha visto un aumento della disoccupazione, un incremento della
produttività ed un corrispondente aumento della intensità lavorativa.
Negli Stati Uniti dopo la "reaganomics", degli anni '80, le attività
sindacali furono duramente osteggiate, portando un effettivo aumento
dell'orario lavorativo. Nell'industria manifatturiera fu portato a 41
ore ed a queste bisogna aggiungere il notevole incremento dello
straordinario, portando l'orario lavorativo, al di sopra dei livelli
raggiunti negli anni '50 e '60. Inoltre come diretta conseguenza dei
bassi salari, delle continue minacce da parte imprenditoriale di
chiusura delle aziende per la concorrenza internazionale e delle
numerose delocalizzazioni in paesi dove la manodopera veniva pagata al
disotto della sussistenza, divenne prassi comune il doppio lavoro o il
lavoro al sabato e la domenica. Dopo la crisi economica del 2007/2008 i
salari sono oltremodo diminuiti a causa del ricatto occupazionale,
aspetti questi non ancora superati nonostante la politica di "reshoring"
degli ultimi anni, (il rientro di alcune produzioni americane prima
delocalizzate) e della ripresa organizzativa e di lotta di alcuni
sindacati, come quello del settore auto l'UAW (United Auto Workers) che
con la sua tenace ed in parte vincente lotta di 46 giornate di sciopero
contro le Big Three (Ford, General Motors e Stellantis) ha ottenuto lo
scorso anno un notevole miglioramento salariale, maggiori garanzie per i
nuovi assunti, pur non riuscendo ad intaccare e ridurre gli orari di
lavoro effettivi.
Il Giappone
Nel paese del Sol Levante, il Giappone, l'orario di lavoro settimanale
abitualmente va oltre le 40 ore settimanali, sia per effetto
dell'allungamento dell'orario giornaliero sia perché, nella piccola e
media impresa giapponese, costituita dai 2/3 dell'intera forza lavoro,
il sabato lavorativo è ormai diventato parte dell'orario normale di
lavoro. Anche nella grande industria il 72% dei lavoratori lavora almeno
un sabato al mese mentre l'orario giornaliero è superiore del 15/30% a
quello nord americano e i giorni di ferie degli operai è di 7,5 giorni
all'anno. La peculiare forma di organizzazione dell'industria
giapponese, identificata con il "toyotismo", che altro non è che una
ulteriore forma di controllo e di comando mutuato dal "taylorismo", si è
incardinato a tutti i livelli produttivi in seguito alla sconfitta
subita dal sindacalismo giapponese fin dagli anni '50 e dall'assenza
tuttora di un largo tessuto sindacale e politico militante.
Il"toyotismo", soprattutto attraverso il principio di zero scorte, ha
ridotto ed eliminato le spese di magazzino, risparmiato tempo, spazio e
lavoro, minimizzato i costi di produzione, massimizzato la produttività
lavorativa, arrivando a pianificare l'immissione della forza lavoro nei
processi produttivi in modo da aumentare ulteriormente i tempi di
lavoro, richiedendo maggiori ore di straordinario e creando al contempo
con i così detti "circoli di qualità" un senso di fidelizzazione ed
appartenenza aziendale da parte dei lavoratori. Gli operai infatti,
vengono coinvolti a partecipare ad alcune decisioni aziendali, seppure
nella stragrande maggioranza fittizie, prese nei "circoli di qualità"
oppure vengono chiamati ad aderire a corsi di formazione professionale
al di fuori dell'orario di lavoro, rinunciando "volontariamente" a parte
delle loro ferie, riuscendo così a strappare ed imporre una completa
collaborazione e sottomissione alla volontà aziendale. E' in questo
modo, che il capitalismo giapponese oltre a ghermire tutte le energie
mentali e muscolari dei lavoratori e delle lavoratrici, conduce
lavoratori e lavoratrici al vero e proprio sfinimento fisico, finanche
alla morte. In Giappone è infatti consuetudine lavorare ben oltre il
proprio orario di lavoro, a tal punto da registrare casi di lavoratori
con straordinari non pagati che superano ampiamente le 100 ore mensili.
Questa realtà alimenta costantemente quel tragico fenomeno noto come
"karoshi" che significa appunto morti per il troppo lavoro, morti che
vengono stimate in circa 200 all'anno, anche se le stime reali e non
ufficiali sembrano essere addirittura più alte.
La Gran Bretagna
In Gran Bretagna gli operai ottennero una piccola riduzione dell'orario
di lavoro tra il 1979 e il 1981, ma nel periodo successivo, il così
detto periodo "thatcheriano", dal nome della prima donna ministra
Margaret Thacter, leader del Partito conservatore britannico e primo
ministro del Regno Unito dal 4 maggio 1979 al 28 novembre 1990, con un
insignificante aumento degli investimenti nel macchinario si ebbe un
notevole incremento della produttività e una diminuzione del 30%
dell'occupazione industriale. Tale situazione di ricatto e di debolezza
delle strutture sindacali della Gran Bretagna e del regno Unito portò un
aumento dell'orario di fatto con l'aumento delle ore di straordinario;
10 ore a settimana per i salariati di sesso maschile e di 6 ore per le
operaie. L'odierno orario contrattuale degli operai inglesi è di 45 ore
che con lo straordinario arriva a 50 ore settimanali, mentre per le
donne si superano le 45 ore.
La Germania
In Germania, nonostante che a partire dagli anni '80 vi fosse stato un
massiccio investimento, nelle tecnologie ed nei macchinari
industriali, l'orario di lavoro non diminuì affatto. Dal primo
ottenimento da parte della classe operaia tedesca delle 40 ore
settimanali, non era cambiato nulla in termini di miglioramento
lavorativo, anzi, la legislazione democratica tedesca ha continuato fino
al 1994 a basarsi, in materia dell'orario di lavoro, su una legge del
1938, che prevedeva una durata settimanale di 48 ore, esclusi gli
straordinari. L'aumentata produttività aveva coinciso con un aumento
massiccio dei tempi di lavorazione, aumentando, di conseguenza, il grado
di affaticamento dei lavoratori e causando, in molti casi, gravi
disturbi psichici e fisici. Fu questa una delle cause di una lunga e
dura protesta operaia, che si concretizzò nella richiesta, da parte del
IG Metal, il più grande sindacato della metallurgia tedesca, delle 35
ore settimanali lavorative. Ma anche dopo l'ottenimento formale della
riduzione dell'orario di lavoro nel 1995, l'orario medio dell'industria
tedesca è rimasta a 40 ore per l'incremento delle solite ore di
straordinario. Nell'ultimissimo accordo del 2018, applicato per ora
solo alla regione di Stoccarda (che conta comunque circa 900 mila
addetti nel settore, tra i quali quelli di Daimler, Porsche e Bosch, e
che farà da apripista per tutto il comparto che a livello nazionale vede
3,9 milioni di addetti) si prevede la possibilità, per i lavoratori che
hanno particolari esigenze familiari, di richiedere un orario di 28 ore
a settimana per un periodo di tempo che va dai 6 mesi ai 2 anni, con
relativa riduzione stipendiale, dopo il quale tornare al regime delle 35
ore nominali, ma come dicevamo, 40 effettive. Chi ridurrà l'orario a 28
ore ed ha figli fino ai 14 anni, potrà avere un bonus in tempo di 8
giorni di ferie in più, ma dovrà rinunciare al sussidio salariale che
l'azienda in parte offre a chi riduce l'orario. Sono infine stati
introdotti, dal 2009, i così detti "mini job" con paghe di 450/500 EUR
mensili e con un limite di ore (almeno formalmente) di circa 15 ore
settimanali. Le imprese che assumono con questo sistema ricevono un
incentivo dallo Stato e il lavoratore chiamato a fare da sostituto
all'operaio assente, viene costretto, data la miserevole paga, ad un
ulteriore spremitura da parte del datore di lavoro con il ricorso alle
ore eccedenti al suo normale orario lavorativo. La Francia è il paese
europeo dove l'orario di lavoro è diminuito in misura maggiore. Ridotto
nominalmente a 35 ore settimanali già alla fine degli anni novanta,ma le
successive leggi emanate nel 1990, che danno la possibilità alle aziende
di far funzionare al massimo i loro impianti, richiedendo al salariato
una maggiore flessibilità, riportano di fatto ad un aumento
dell'orario lavorativo attraverso una incentivazione allo straordinario;
oltre le 35 ore si paga almeno il 10% in più, dopo le prime 8 ore di
straordinario si paga il 25% in più, per le successive si arriva al 50%.
La Spagna
In Spagna fino alla fine del franchismo le ore di lavoro eccedevano le
40 settimanali. Fu il governo socialista di Felipe González a
ricondurre, nel 1983, la settimana lavorativa dalle 43-44 ore alle 40
ore legali in vigore fino a oggi, distribuite normalmente su cinque
giornate di otto ore ciascuna. Dal 1978 al 1991, grazie alla ripresa
delle proteste operaie l'orario si è ridotto del 10% avvicinandosi alla
media europea, ma immediatamente il padronato è tornato ad imporre tutte
le forme possibili di precarietà sperimentate in tutti i settori
produttivi del mondo industrializzato. Fino al 2022 si contavano più di
18 tipi di contratti a termine, ed il ricorso regolare agli straordinari
aveva portato un sostanziale aumento dell'orario di lavoro. Nonostante
l'ultimo decreto approvato a dicembre 2021 e convalidato dal parlamento
a febbraio 2022, preveda solo due tipi di rapporti a termine, quello
strutturale, per circostanze legate alla produzione, e quello di
sostituzione di un altro lavoratore, la durata complessiva dell'orario
di lavoro effettivo è ancora oggi superiore alle 40 ore settimanali.
L'Italia
In Italia, dopo la seconda guerra mondiale non c'è stata una riduzione
sostanziale in media dell'orario di lavoro; 7,95 ore giornaliere nel
1948 e 7,77 ore nel 1984. Le lotte operaie degli anni sessanta e
settanta, che portarono alla conquista dello Statuto dei Lavoratori,
tutelando e conquistando diritti prima di quegli anni inimmaginabili,
non riuscirono però a concretizzarsi in una riduzione oraria
giornaliera, ma si generalizzò la settimana di cinque giornate, dal
lunedì al venerdì con il sabato di festa, rimanendo sui livelli delle 40
ore settimanali. I tempi di lavoro si ampliarono comunque con un
massiccio ricorso agli straordinari ed al cottimo in particolare
nell'indotto, superando di gran lunga quelle della grande industria.
Tra il 1976 e il 1989 le ore di straordinario nella grande industria
aumentarono del 4,7% arrivando ad aumentare l'orario settimanale dalle
42 alle 44 ore alla Fiat Mirafiori e di 47-48 ore all'ex Alfa Lancia di
Pomigliano. Il dibattito sulla riduzione d'orario sulle 35 ore si aprì
negli anni '90 ed in particolare durante il primo governo Prodi 1996 -
1998. Il fallimento del dibattito politico prima, la mancata
approvazione di tale disegno di legge dopo, ma soprattutto il varo nel
1997 del famigerato "Pacchetto Treu" introdussero formalmente su larga
scala il lavoro interinale, arrivando con tappe successive nel 2001 e
nel 2003 a generalizzare i contratti a progetto, i voucher ed i
contratti intermittenti. Se dal lato delle organizzazioni
imprenditoriali nostrali, coerentemente ai loro interessi di classe si
auspicava il ricorso ad una maggiore flessibilità degli orari di lavoro,
c'è da evidenziare che dal punto di vista sindacale, vi è stata una
larga disponibilità nel considerare la materia dell'orario, non in una
riduzione secca e sostanziale degli orari giornalieri e settimanali, ma
nei termini di un processo di flessibilizzazione attraverso la
modulazione degli orari, l'utilizzo dei turni di lavoro e un maggior
sviluppo del part-time. Tale sciagurata strategia sindacale, denominata
di "concertazione" e definita dalle dirigenze sindacali, fin dai primi
anni '90 del secolo scorso, viene fino ad oggi costantemente riproposta
con formule più o meno similari, nonostante le sorti del movimento dei
lavoratori siano sempre immutevoli e vieppiù difficoltose per quanto
riguarda gli orari di lavoro effettivo e la loro condizione generale di
sfruttamento. Analizzando i dati relativi agli orari di lavoro in Italia
in effetti si nota come ad una sostanziale stabilità degli orari di
lavoro effettivi, nella seconda metà degli anni '90 si sia affiancato un
maggiore utilizzo degli orari cosiddetti atipici, con un relativo
incremento del lavoro serale e nei giorni festivi, compreso il primo
maggio, nei week-end , nonché una larga diffusione del lavoro part-time
non volontario, compreso del part-time verticale (vale a dire del lavoro
concentrato nei giorni di sabato e di domenica)
riduzione d'orario a parità di paga per vivere meglio e per una
maggiore occupazione In tutto il mondo industrializzato l'orario di
lavoro effettivo, nonostante l'aumentata produttività, non è affatto
diminuito, anzi in alcun i casi, è addirittura è aumentato. Ed è
aumentato in assoluto il tempo di vita dedicato al lavoro attraverso il
prolungamento dell'età pensionabile, cresciuta dagli anni novanta del
secolo scorso ad oggi, dai 4 ai 7 anni. In tutto il periodo, che la
letteratura economica chiama i "trenta gloriosi", dal 1945 al 1973, che
fu caratterizzato da una crescita economica eccezionale, legata alla
ricostruzione postbellica, gli orari di lavoro, come abbiamo visto, sono
rimasti pressoché invariati, se non addirittura aumentati. La fine di
tale periodo e la crisi economica del 1974/5 è stata il punto di
partenza di una nuova offensiva padronale nei confronti del lavoro
salariato, rivolta ad aumentare il profitto e la produttività all'epoca
declinanti.
Da allora ad oggi sono stati messi in discussione tutti i risultati
ottenuti dalla lotta del movimento dei lavoratori e grazie anche alla
accondiscendenza ed alla subalternità delle maggiori organizzazioni
sindacali, si è concretizzata una strategia padronale incardinata
attraverso il prolungamento di fatto degli orari di lavoro, l'aumento
dello straordinario, l'aumento della precarietà e della flessibilità
della forza lavoro, la diminuzione delle pause, l'incremento
dell'intensità con la sospensione delle festività, il ricorso massiccio
ad una forza lavoro immigrata facilmente ricattabile, incentivi
salariali "ad personam" ed infine l'aumento consistente dell'età
pensionabile. L'immissione massiccia nel sistema produttivo di nuovi
impianti automatizzati non ha avuto affatto l'effetto preconizzato da
Keynes, Più è alto il livello di produzione, determinato da forti
investimenti nell'industria, più diminuisce il miglioramento delle
condizioni di vita della forza lavoro. Il progresso tecnico ed il
macchinismo non viene utilizzato per ridurre gli orari di lavoro, ma per
frammentare il ciclo di produzione, diminuire i salari a parità di tempo
di lavoro impiegato e disciplinare e assoggettare la classe lavoratrice
alle esigenze aziendali. Il capitalismo si è da sempre servito delle
macchine per produrre nel minor tempo possibile la merce immessa sul
mercato, sostituendo i salariati con le macchine e le nuove tecnologie,
prolungando i tempi di lavoro e l'orario lavorativo ai lavoratori
rimasti occupati. Oltre all'imposizione di alti ritmi di lavoro il
capitalismo, con l'introduzione della tecnologia informatica e robotica,
riduce il personale creando alti livelli di disoccupazione. Il capitale
tanto più investe nelle nuove tecnologie tanto più deve recuperare e
valorizzare il suo investimento, ed ha una sola maniera per riuscire ad
aumentare il proprio profitto; comprimendo l'occupazione ed aumentando i
tempi di lavoro. In un mondo che grazie al macchinismo ed all'aumento
della produttività potrebbe progressivamente liberarsi dalla schiavitù
del lavoro, una giornata lavorativa di oltre 8 ore e l'esistenza della
disoccupazione appare chiaramente un controsenso e definisce la
necessità del superamento della attuale forma capitalistica di
produzione. Infatti il lavoratore, nella prima parte della sua giornata
lavorativa che varia, a seconda del livello di sviluppo tecnologico e
dei rapporti di forza operai padroni, crea un valore pari alla somma che
gli viene pagata come salario dell'intera giornata lavorativa; nella
parte restante continua a lavorare gratis e crea un plus lavoro e
quindi un plus-valore che viene incamerato dal padrone. Se la giornata
lavorativa corrispondesse soltanto alla creazione di un valore pari al
salario, se cioè fosse composta tutta da lavoro pagato, la diminuzione
di orario in corrispondenza di un aumento della produttività sarebbe un
fatto naturale e praticamente automatico; nelle condizioni date, invece,
l'aumento della produttività causa soltanto una riduzione delle ore in
cui l'operaio lavora per sé, a tutto vantaggio delle ore in cui
l'operaio lavora gratis per il padrone. Ma il padronato possiede anche
altri mezzi per aumentare le ore di lavoro gratis a suo favore; ridurre
il salario,il cui valore sarà quindi ricostituito dal lavoratore in
minor tempo; aumentare il grado di saturazione della capacità
produttiva, anche senza trasformazioni tecnologiche, facendo lavorare
più rapidamente il singolo lavoratore, aumentare i suoi ritmi di lavoro,
aumentare la percentuale di utilizzo orario del macchinario necessaria
per soddisfare le prestazioni richiesta; infine aumentare la durata
della giornata lavorativa con il ricorso agli straordinari in quanto
questi seppur pagati non sono gravati di tutta una serie di
contributi che invece pesano sulle ore ordinarie di un ipotetica nuova
occupazione. Analogamente attraverso forme di cottimo o lavori
incentivati economicamente il padronato riesce ad accorciare il tempo di
riproduzione del salario e l'incentivo è sempre molto al di sotto del
vantaggio che il padrone stesso trae dal prolungamento del tempo di
lavoro destinato all'accumulazione di plus-valore. In più, il lavoro
notturno, il lavoro nei week end, nei giorni festivi e tutte quelle
forme di lavoro, oggi diffusi in particolare nelle nuove generazioni,
con orari spalmati per tutte le 24 ore giornaliere, permettono uno
sfruttamento più integrale degli impianti e una riduzione dei costi
degli investimenti effettuati. Orario di lavoro, ritmi, incentivi,
innovazioni tecnologiche, straordinari, lavoro notturno e festivo,
lavori ad orario ridotto ecc.. sono problemi strettamente collegati e
una lotta sulla riduzione d'orario formale, seppur vincente, come
abbiamo visto in Francia, non collegata agli altri, può essere
rapidamente neutralizzata ed elusa dal padronato, che ridistribuirà il
peso dei vari elementi nell'organizzazione del lavoro, ristabilendo
quindi a suo vantaggio il tempo non pagato nella divisione della
giornata lavorativa. In ultimo, un fattore di grandissima importanza, è
il rapporto che va costruito e perseguito fra gli occupati, ed i
disoccupati compreso le nuove generazioni e le donne. La presenza di un
numero consistente di forza lavoro, come quella giovanile o di genere,
la prima a vivere ed a subire bassi salari e condizioni normative
precarie, oltre ai disoccupati, il classico esercito industriale di
riserva, produce inevitabilmente una compressione dei salari e quindi
aumenta la parte di lavoro che il padronato si appropria, aumentando il
suo profitto. Qualsiasi battaglia per la riduzione dell'orario di
lavoro, per essere efficace, deve reclamare non soltanto la riduzione
d'orario a parità di paga, ma l'abolizione degli straordinari come
prassi comune in tutti gli ambiti lavorativi, l'abolizione dei turni
notturni la dove la produzione ed il lavoro non richiede continuità
lavorativa come in alcuni servizi, l'abolizione dei cottimi e di altri
incentivi e all'assoluto divieto di aumento dei ritmi, ed un'assunzione
parallela di lavoratori ed operai disoccupati. La richiesta storica del
movimento operaio delle "otto ore di lavoro, otto di svago, otto per
dormire", lanciata nel 1886 a Chicago e diventata successivamente la
battaglia internazionale del movimento operaio per la riduzione
d'orario, culminata nel riconoscimento della ricorrenza del primo
maggio, deve essere oggi declinata per una riduzione effettiva degli
orari giornalieri e settimanali. Nessuna flessibilità deve essere
accordata rispetto alle ore effettive di lavoro da svolgere, anzi
occorre recuperare una sorta di rigidità negli orari giornalieri e
settimanali, per avere sempre maggior tempo a disposizione libero dal
lavoro. Una conseguenziale battaglia economica generalizzata e non per
singole categorie deve essere impostata per non dividere e frantumare il
fronte proletario. Ogni vittoria in un singolo settore merceologico o
azienda, se non generalizzata, è destinata a essere rimangiata dalle
politiche ricattatorie e divisive del padronato. Il proletariato
mondiale deve con forza e determinazione rilanciare e rivendicare la
battaglia per la riduzione d'orario a parità di paga, per ridistribuire
il lavoro ed aumentare gli occupati e per riappropriarsi del proprio
tempo rubato dalla logica intrinseca del profitto capitalista.
https://alternativalibertaria.fdca.it/
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