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(it) Italy, FAS Sicilia Libertaria: Il riscatto mancato (20) - Le "cattedrali" che creano il deserto (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Wed, 8 May 2024 07:55:29 +0300


Il Mezzogiorno ribolle di iniziative e lotte, subisce repressioni violente (come il 9 aprile 1969 a Battipaglia, la rivolta contro la chiusura di alcuni stabilimenti sedata al prezzo di 2 morti e 200 feriti), ma va scemando la percezione di una questione specifica meridionale, affogata nella critica che le formazioni sessantottine fanno a tutto l'armamentario politico-ideologico della sinistra riformista. C'è la rivoluzione all'ordine del giorno, e si marcia nell'entusiasmo e nella confusione. Solo dopo il 1970 cominciano a delinearsi linee d'intervento atte a rendere plausibile un progetto rivoluzionario all'interno del quale il Sud è visto come un territorio utile ad innescare l'esplosione anticapitalista. Ma rimane un Sud a ruota di un Nord a sua volta trainato dalla classe operaia, subordinato all'avanguardismo operaista imperante. Ne derivano scelte come l'invio di militanti nel Mezzogiorno a fare agitazione presso i poli industriali, considerati i punti avanzati della rivoluzione nel Meridione; Lotta Continua, Avanguardia Operaia o Potere Operaio continuano a proporre la dicotomia operai-contadini/sottoproletari, e solo poche eccezioni (come alcuni gruppi m-l) si rivolgono direttamente ai contadini.

Se il Sud e la Sicilia, con il ribellismo costante delle loro popolazioni, rappresentano una potenziale spinta alla rivoluzione, manca una riflessione sulle caratteristiche socio-culturali dell'Italia meridionale utilizzabile in percorsi di riscatto sociale e di liberazione specifici.

I più importanti contributi giungono da intellettuali meridionali, come il calabrese Nicola Zitara (1) che da metà anni sessanta con la rivista "Quaderni Calabresi" (poi "Quaderni del Mezzogiorno e delle Isole") e con alcuni testi fondamentali, rilegge il processo di Unità italiana come nascita del colonialismo; oppure il duo Capecelatro e Carlo (2), che con il fortunato testo del 1971 Contro la 'questione meridionale' affrontano e smontano l'impalcatura gramsciana e liberale che aveva caratterizzato le politiche social-comuniste e stataliste sul Mezzogiorno, fornendo elementi nuovi per rileggere il processo di unità nazionale come istituzionalizzazione del sottosviluppo meridionale in funzione dello sviluppo del Nord. Pur mantenendo un'impostazione marxista-operaista, i due autori spaccano anni e anni di meridionalismi straccioni.

Anche in Sicilia, e sempre da quel laboratorio che è il Belice, Lorenzo Barbera, ormai lontano da Danilo Dolci, con il Centro Ricerche Economiche e Sociali per il Meridione da il via dal 1973 alla rivista "Meridione, Città e Campagna" che propone analisi per una via meridionale al cambiamento sociale. Dal punto di vista libertario è importante la pubblicazione a Catania, a partire dal 1975, della rivista "Anarchismo", che sin dai primi numeri affronta i nodi salienti del sottosviluppo siciliano e della lotta di liberazione nazionale. Con una lieve punta di orgoglio, si segnala anche l'uscita, a partire dal gennaio 1977, di "Sicilia libertaria".

Nelle zone terremotate, la grande battaglia dei giovani del Belice contro la leva militare senz'altro lascerà il segno. "I giovani servono per la ricostruzione", gridano, e la loro vittoria getterà le basi negli anni successivi per il servizio civile.

Ma il fatto più eclatante è sicuramente la rivolta di Reggio Calabria scoppiata tra il luglio 1970 e il febbraio 1971. Il casus belli è dato dalla decisione del governo di fare di Catanzaro il capoluogo della nuova Regione, ma, come sempre, nella protesta confluiscono il malessere, le disillusioni, le umiliazioni e il sottosviluppo della popolazione, che finalmente trovano uno sbocco operativo. Non lo comprendono i sindacati e le sinistre, che tacciando di campanilismo la sommossa, la pongono in un vassoio d'argento nelle mani della destra neofascista. Solo gli anarchici reggini e Lotta Continua vedono la complessità dell'evento, ne leggono le potenzialità di scontro tra proletariato e borghesia e tentano, dalle barricate del quartiere Sbarre, di tenere lontani sia i fascisti che lo Stato. Due mesi dopo lo scoppio della rivolta il Ministro dell'Interno Franco Restivo riferisce in Parlamento i primi dati: "Dal 14 luglio al 23 settembre sono stati compiuti 13 attentati dinamitardi, si sono avuti 33 blocchi stradali, 14 blocchi ferroviari, 3 blocchi portuali e aeroportuali; si sono verificati 6 assalti alla prefettura e 4 alla questura". Il governo invia i carri armati dell'esercito a Reggio per sedare la rivolta. (3)

Scrive Bonanno (4) sul n. 1 di "Anarchismo": "non bisogna dimenticare che "la questione meridionale" è essenzialmente una questione contadina, anche oggi nell'era della più avanzata tecnologia, il problema principale da risolvere per il meridione è il problema agrario. E ciò vale in modo ancora più accentuato per la Sicilia".

Il Partito Comunista Italiano, dopo i fallimenti della strategia della riforma agraria e le conseguenze in termini di emigrazione, spopolamento, impoverimento delle masse contadine (nel decennio 1959-1969 la popolazione contadina del Meridione è diminuita di 2.636.000 unità), si preoccupa di contenerne la persistente spontaneità provando a incanalarla in processi di trasformazione dell'agricoltura interni alle ferree leggi di mercato.

Non è un caso se, dopo un decennio di modernizzazione agricola in una delle aree più avanzate dell'isola, la fascia costiera del ragusano, attraverso l'impetuoso sviluppo della serricoltura, i nodi di questo settore vengono al pettine: malattie professionali dei contadini (non riconosciute) per l'uso di pesticidi e concimi chimici e gli sbalzi termici; crisi di sovrapproduzione; autosfruttamento e sfruttamento di manodopera proveniente dalle province di Enna e Caltanissetta (prima dell'arrivo dei tunisini); concorrenza della borghesia agraria locale e delle importazioni dal Nord Africa; indebitamento e dipendenza dalle banche. E la mafia che si tuffa nell'affare! Nel processo di industrializzazione delle campagne riscontriamo le stesse dinamiche dei poli industriali, con la differenza che almeno qui nasce un indotto, ma il boom economico sarà nel breve tempo a tutto vantaggio della borghesia.

L'industrializzazione blinda il ruolo di zona di passaggio dell'Isola, non sedimenta attività collaterali, anzi tende a desertificare le preesistenti; i piani di trivellazione e il metanodotto africano ne fanno un hub energetico che negli anni successivi ne accentua la funzione di defecatoio nazionale. In questi anni è forte la tentazione governativa di impiantare in Sicilia una centrale nucleare. Il gap infrastrutturale dell'Isola però cresce anziché diminuire, e i poli rappresentano la faccia moderna del sottosviluppo, operaizzano contadini, braccianti e artigiani attirati dal miraggio del posto fisso, ma alimentano un nuovo clientelismo che rafforza il consenso ed il controllo dei partiti tradizionali di governo e della chiesa, ma anche della sinistra e dei sindacati, complici di una spartizione fatta di scambio tra favori e attività di controllo e pompieraggio. Un sistema che offre enormi spazi a una mafia inserita nell'ambito degli appalti, dei subappalti e dell'indotto, a partire dal trasporto su gomma, quasi totalmente di suo appannaggio.

Ma lo sradicamento di intere popolazioni dai piccoli centri rurali non riesce ad essere assorbito dalle nuove opportunità di lavoro, e si trasforma in emigrazione. L'industria rimane il frutto di un'economia assistita, sempre sull'orlo della crisi, con minacce di licenziamenti (1600 tra operai, metalmeccanici, edili e addetti ai servizi nell'indotto dell'ANIC di Gela nel solo giugno del '77, mentre migliaia sono in cassa integrazione), soggetta agli sbalzi internazionali dei prezzi del petrolio, fonte di ricatti; gli operai, succubi dell'ideologia interclassista e collaborazionista, lottano per nuovi finanziamenti pubblici e rafforzano il quadro della subalternità.

Mentre esplodono i casi delle malformazioni neonatali e delle malattie professionali in quella che viene ormai denominata la "fascia della morte" (silicosi, leucemia, Tbc, attacchi al sistema nervoso ecc.) gli incidenti sono continui: il 14 luglio '77 scoppio alla raffineria ANIC di Gela con 3 morti, uno in un'altra esplosione alla SINCAT (Montedison) di Priolo nell'ottobre '79; a novembre un'esplosione alla Montedison di Priolo con altri 3 morti, nello stesso mese un altro all'ANIC di Gela. Così le lotte si inaspriscono, blocchi stradali e ferroviari culminano anche in arresti e denunce nell'estate del '77 all'ISAB, alla Montedison e nelle altre industrie del siracusano; ma la conflittualità di questa classe operaia oggettivamente privilegiata, rimane viziata dall'essere interna a un'economia da sottosviluppo coloniale, mentre tutto intorno il tessuto contadino si disgrega, trascinando nel baratro piccole e medie attività, muoiono la pesca e le saline, colpite anche dall'inquinamento, e l'edilizia emerge come il volano di un'economia d'assalto dove regnano la precarietà, l'insicurezza, il saccheggio del territorio, l'arrembaggio politico-mafioso alle città.

Il 24 aprile del 1979 viene completata la demolizione di Marina di Melilli, il cui territorio rientra nei piani di espansione dell'industria petrolchimica. I suoi mille abitanti, protagonisti di una tenace resistenza con blocchi stradali e ferroviari, astensionismo massiccio alle elezioni, alla fine cedono e vengono dispersi nei paesi limitrofi: la logica distruttiva del capitale trionfa, nonostante il sistema mostri vistose crepe. (5)

Non rimane che l'impiego pubblico, quello forse più inquinato dalle pratiche clientelari. Nel triangolo del Sud-Est, tra i petrolchimici di Gela e Priolo-Melilli, fruitori di investimenti miliardari, alla fine degli anni Settanta sono spariti 300.000 posti nel comparto agricolo. La logica perversa è rappresentata dalle milioni di tonnellate l'anno di prodotti dell'agricoltura più avanzata, gli agrumeti, finiti sotto i cingolati delle ruspe dell'AIMA, l'Azienda per l'Intervento nel Mercato Agricolo, al fine di calmierare i prezzi.

Pippo Gurrieri

continua

Di Nicola Zitara vanno segnalati i libriI l proletariato esterno, Jaca Book, Milano 1972 e L'unità d'Italia, nascita di una colonia, Jaca Book, Milano 1976.

Edmondo M. Capecelatro - Antonio Carlo, Contro la "questione meridionale", Savelli, Roma 1971

Rino Malinconico, Il Sessantotto italiano e la Questione Meridionale, in Lezioni meridionali. Il Sud oggi e il Sud di ieri. Temi e percorsi, Left, Roma, 2023, pagg. 93-118.

Il testo si trova in Alfredo M. Bonanno, Sicilia: sottosviluppo e lotta di liberazione nazionale, Sicilia Punto L, Ragusa 1982, p.18 e segg.

Papé Trippìli, "Industrializzazione o saccheggio? Marina di Melilli, inquinata, rasa al suolo dalle ruspe", in Sicilia libertaria n. 9, giugno 1979.

https://www.sicilialibertaria.it/
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