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(it) Sicilia Libertaria 2-24: IL MALATESTA DI TURCATO (ca, de, en, pt, tr) [traduzione automatica]

Date Mon, 26 Feb 2024 07:52:50 +0200


Con Il Metodo anarchico. Gli esperimenti di Errico Malatesta con la rivoluzione (1889-1900), edito dalla Odradek nel 2023 (che traduce Making Sense of Anarchism del 2012), Davide Turcato ci consegna un'opera di grande pregio storiografico per la maestria con la quale maneggia un argomento che conosce bene, per essere il curatore delle Opere complete di Malatesta, e per l'abilità con cui riesce a scansare le insidie del biografismo di maniera. ---- Evita così, diversamente da taluni odierni esegeti dell'anarchico campano, di cadere nell' "inferenza", cioè nella pretesa di far discendere dal solo Malatesta il pensiero e l'azione di una parte consistente degli anarchici della sua epoca; o nell'azzardo di attribuirgli la "rappresentatività" di un movimento che in Italia è sempre stato assai complesso, frammentato, mutevole, litigioso, talvolta ibrido. Lo aiuta, ma al tempo stesso lo penalizza, la lontananza dall'ambiente accademico italiano. Nel libro troviamo da un lato l'apertura a nuove prospettive di ricerca e analisi interdisciplinare, con l'introduzione di coraggiose e talvolta ardite contaminazioni con la filosofia, la psicologia, la sociologia e l'antropologia contemporanee, inedite nel panorama storiografico italiano (si veda ad esempio il confronto del pensiero malatestiano col falsificazionismo popperiano e con la teoria dei giochi); dall'altro, però, una certa scarsità di documentazione archivistica e bibliografica (lo si nota in particolare riguardo al periodo del congresso di Capolago e nelle pagine dedicate ai Fasci dei Lavoratori) e l'uso di concetti, estranei all'anarchismo, come quelli di leader e capo di partito.

Peccati veniali se paragonati alla superba confutazione, che l'autore fa, dello stereotipo che vuole l'anarchismo come immutabile e distaccato dalla realtà: dimostra al contrario che esso si è continuamente evoluto in base alle lezioni dell'esperienza, tanto da far assumere agli anarchici, Malatesta in primis, posizioni politiche originali, caratterizzate da flessibilità e pragmatismo, che contrastano palesemente col rimprovero, rivolto loro a più riprese da Nico Berti, di rigidità ideologica e incapacità politica. Alla duttilità e alla mediazione di Malatesta al suo ritorno dal Sudamerica nel 1889, descritte da Turcato nel dettaglio, va ricondotto tra l'altro il superamento del contrasto ideologico tra comunisti e collettivisti anarchici. Mentre a un'idea alta di politica militante può pure attribuirsi la sua perorazione del volontarismo in contrapposizione al quieto vivere propagandato dal positivismo, dal determinismo e dallo scientismo. Manca però, e sarebbe stato oltremodo utile, un approfondimento del concetto di volontà, centrale in Malatesta, ad esempio ricercandone le origini e comparandolo con concetti analoghi di natura filosofica o sociologica.

Altro concetto centrale in Malatesta, anch'esso eminentemente politico, è quello del gradualismo rivoluzionario. Esso verrà pienamente elaborato negli anni '20 del Novecento, ma Turcato ne coglie le radici, incerte e contraddittorie (Malatesta lo relega nella fase post-rivoluzionaria), già a fine Ottocento. Evolverà in tandem con l'idea insurrezionale, di cui Turcato ricostruisce il percorso malatestiano svoltosi tra ripensamenti e giravolte, affrontandone i vari motivi di criticità, inclusa la tendenza dei mezzi violenti a sopravanzare e condizionare i fini. Risulta tuttavia debole nel libro il confronto tra la posizione che su questo tema, e in genere sulla questione organizzativa, Malatesta intesse con le correnti non organizzatrici del movimento anarchico. Per metterlo a fuoco potrebbe essere utile affidarsi all'ottima biografia di Galleani, esponente di spicco dell'anarchismo antiorganizzatore, redatta da Antonio Senta (Luigi Galleani, l'anarchico più pericoloso d'America, Nova Delphi 2018): una lettura in sincrono del libro di Turcato con quello di Senta forse permetterà forse di porre in luce i reali rapporti tra le due principali tendenze dell'anarchismo italiano, non sempre conflittuali - come solitamente vengono dipinti - ma spesso improntati a mutuo rispetto e solidarietà.

In un suo saggio del 2007, ristampato in italiano nel 2021 dalla rivista "Acronia", che prendendo un abbaglio l'aveva ritenuto un "punto di riferimento metodologico prezioso", Turcato aveva attribuito quasi esclusivamente all'apporto dell'emigrazione anarchica all'estero (che chiama transnazionale), e alle sue reti relazionali, il riemergere carsico dell'anarchismo, in periodi diversi, nella società italiana (e nei libri di storia). Questa visione esagerata di un concorso decisivo fornito dagli emigrati e dagli esuli al movimento anarchico dell'interno è stato dall'autore corretta nel libro di cui trattiamo. Non vi assegna più agli anarchici emigrati un ruolo sovradeterminato o sostitutivo degli anarchici rimasti in patria, perseguitati, imprigionati, inviati al domicilio coatto, ecc. eppur sempre vitali e attivi nei loro territori. Affida tutt'al più ai militanti all'estero il compito di supportare in vario modo i compagni dell'interno, finanziariamente, con giornali e corrispondenze, con scritti teorici, ecc. contribuendo a preservare ma non ad assicurare in toto la continuità del movimento nel tempo e nello spazio.

In realtà la dicotomia continuità/discontinuità nel movimento anarchico è legata agli studi, carenti sotto molti profili, sull'anarchismo italiano all'interno del Paese, oltre e forse più che fuori di esso, e sulle grandi differenze non solo ideologiche e organizzative, ma territoriali (regionali e locali), tra gli anarchismi italiani. Il che non significa negare l'importanza e l'apporto a volte sostanziale di risorse umane e materiali provenienti dall'estero. Ma è pur vero che concetti fondamentali del pensiero malatestiano, come il "volontarismo" (meglio dire "volontismo") e il "gradualismo rivoluzionario", sono elaborazioni autoctone e conoscono solo deboli riscontri fuori d'Italia.

E la stessa rete transnazionale, più volte evocata da Turcato, appare piuttosto evanescente a causa proprio del suo carattere informale. Paradossalmente fu l'informalità a costituire il principale bersaglio polemico di Malatesta allorché si adoperò a creare all'interno del movimento anarchico italiano una prima organizzazione formale, più coesa, articolata e strutturata che in passato. Sarebbe interessante indagare su come egli vedesse o considerasse sé stesso all'interno di tale organizzazione.
Natale Musarra

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