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(it) Italy, FDCA, il Cantiere #23: Exodus - Reverendo (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Mon, 26 Feb 2024 07:52:32 +0200


"Everything is alright, so we gonna walk alright, through the roads of Creation, we're the generation, trod through great tribulation, Exodus" ---- "Tutto andrà per il verso giusto, così ci avvieremo con passo sicuro, lungo le strade del Creato, noi siamo la generazione che ha attraversato grandi tribolazioni, Esodo" ---- Questi sono alcuni dei versi profetici di Bob Marley, testo della super hit Exodus, uscito nel 1977 (annata eccellente sotto molteplici aspetti), sull'omonimo album, un L.P. che rimarrà per sempre, in heavy rotation, nei nostri cuori e nelle nostre cuffie. Strofe che, si deduce facilmente, sono ispirate da letture e passi dell'Antico Testamento e che testimoniano delle tribolazioni del popolo di Israele; in quel caso venivano piegate, dall'artista, alla vita miserabile dei giamaicani negli slums di Kingston Town.

Mentre scrivo queste righe gli abitanti di Gaza fanno il "loro" di Esodo. Migliaia di persone che nella notte più buia e inseguiti dalle bombe, impacchettano i quattro stracci di cui dispongono e vanno via. E ogni uomo sa, che avere una casa per quanto miserabile essa sia, non sarà mai come il non averla.

Crudele e paradossale è la storia. Quanto assomigliano i disperati di Gaza a quegli ebrei che fuggivano dai pogrom europei, portando con sé la miseria e gli strumenti musicali indispensabili alla loro cultura. Si badi bene: strumenti musicali che fosse possibile trasportare cioè violini, clarinetti, mandolini, trombe, fisarmoniche, tutto ciò che poteva essere impacchettato, gli stessi strumenti adoperati dai gitani e dai rom di tutto il mondo, altri senza terra, altri assassinati nei lager. Tutta la musica ebraica è intrisa del profondo dolore di un popolo senza terra, perseguitato e scacciato via. Le banchine di Aushwitz erano piene di strumenti musicali abbandonati accanto alle valigie. E oggi, senza ombra di dubbio, quella musica sarebbe un'appropriata colonna sonora per i palestinesi. E suonerebbero bene questi musicisti ebrei accanto alle voci potenti e affilate, dolcemente malinconiche ed acute dei cantanti arabi, e canterebbero bene quegli strumenti, ballerebbero quelle genti, si incontrerebbero sugli spartiti, dialogherebbero tra le note, si affronterebbero a colpi di maestria con lo strumento, con parole di nenie struggenti.

Come risalterebbero bene le liriche di poeti arabi come Adonis, Jabra Ibrahim Jabra, Khalil Gibran, sulle melodie di un Gabriele Cohen, Kletzmatics, John Zorn e così all'infinito. Ma perché così non può essere, da chi e quando è stato deciso che gli uomini debbano scannarsi invece di incontrarsi e ri-conoscersi, magari attraverso la poesia e le note?

Chi compone e riaggiorna questo musical di distruzione e morte, bombardamenti e pogrom, cioè lo stesso spartito che ci si ripropone sempre, su diverse latitudini, ma sempre uguale e disperante?

Il dolore dell'uomo è uguale per tutti gli uomini, come la poesia, come la musica. Ma c'è qualcosa di più grande nell'uomo: c'è un afflato schiacciato, pestato, ridotto al lumicino, una piccola fiammella che deve pur resistere.

Il pianista pugliese Francesco Lotoro ha dedicato parte della sua vita a trascrivere e salvare dall'oblio le musiche composte nelle realtà concentrazionarie, incluse chiaramente quelle provenienti dai lager di Dachau e Borgermoor, ma non solo quelle degli ebrei coinvolti nell'Olocausto.

Aldilà del valore artistico dell'operazione, quel che emerge violentemente è l'enorme spessore umano che essa rappresenta. Significa conservare e mettere al riparo quella fiammella di umanità e fratellanza, quel barlume di testimonianza che quelle musiche esprimono. Vuol dire che anche nei momenti più bui, esattamente come quelli che ci troviamo a vivere, è sempre possibile esprimere la radicalità del valore di ogni singola vita contro la mostruosa macchina di guerra e sopraffazione che ci circonda, che la speranza non è una panacea per vinti, non è solo una virtù teologale, ma essa ci sostanzia e ci definisce.

Domani ascolteremo la musica e perché no, il rap composto durante la notte buia di Gaza, durante l'Esodo, come per tutti gli Esodi. Questa parola greca che significa "fuori in strada", quando capiremo che è la nostra condizione di uomini, quando accetteremo che solo essa abbatte i muri, che essa significa rivoluzione?

Domani, ma oggi e per sempre grideremo: due popoli nessuna nazione.

http://alternativalibertaria.fdca.it/
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