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(it) Italy, Sicilia Libertaria #471 - ANTROPOCENE O CAPITOLOCENE? - Anomalie climatiche e resistenze dal bassso (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Mon, 2 Nov 2026 08:16:42 +0200
L'estate afosa che ci sta investendo è l'ennesima riprova del
cambiamento climatico in atto. La comunità scientifica ne ha da tempo
individuato la causa nell'attività umana conseguente
all'industrializzazione: a tale proposito è stato coniato il termine
Antropocene. Se la responsabilità è certamente umana, non tutti gli
uomini sono responsabili nella stessa misura del disastro cui andiamo
incontro; qualcuno infatti preferisce parlare di Capitolocene, cioè del
ruolo del sistema capitalistico o comunque di un sistema economico
fondato su crescita e sviluppo illimitati che non tengono conto della
finitezza della natura e delle vicende umane. Cosa fare di fronte a
tutto ciò? Se la lotta al sistema capitalistico è centrale, anche le
piccole iniziative che le comunità locali possono intraprendere sono
fondamentali: per invertire la tendenza all'aumento delle temperature,
per ridare spazio all'azione collettiva.
Anomalie climatiche e resistenze dal bassso
L'analisi climatica di questo anno in corso ci restituisce un'immagine
sempre abbastanza inquietante. In primo luogo, le anomalie globali dei
primi sei mesi dell'anno sono preoccupanti, con giugno 2026 che è stato
il più caldo di sempre in Europa da quando vengono effettuate
rilevazioni con adeguati strumenti di misurazione: il valore di
temperatura media ha superato di 3.05 gradi la media climatica
trentennale di riferimento 1991-2020. È un dato davvero inquietante se
si pensa che l'obiettivo degli accordi di Parigi era quello di mantenere
l'anomalia entro gli 1.5 gradi, ma anche sotto i 2 gradi sarebbe
qualcosa. E invece stiamo probabilmente ponendo le basi per andare
oltre. Almeno in Europa. Quello del sovra riscaldamento europeo è un
dato ormai acquisito: l'anomalia nel nostro continente sembra essere
quasi doppia rispetto all'anomalia, già molto consistente, delle altre
aree a clima temperato poste a latitudini simili.
La causa di questo sovra riscaldamento è stata individuata: la presenza
di una vasta area dell'oceano Atlantico, a sud della Groenlandia, con
acque più fredde della media ha determinato l'instabilizzazione
dell'anticiclone oceanico comunemente noto come anticiclone delle
Azzorre. Questa figura era, fino a 35 anni fa circa, dominante in estate
nel continente europeo e ne determinava il clima: mite e stabile ma
senza estremi, grazie proprio alla sua origine oceanica, portava cieli
azzurri e ciclica instabilità pomeridiana con temporali nelle aree
interne e montuose. Oggi, invece, proprio in estate la sua espansione è
minima e ciò consente la discesa di aria relativamente fredda verso le
coste portoghesi e dell'Africa occidentale con la risposta immediata di
aria caldissima che risale dell'entroterra sahariano, libera di
raggiungere il Mediterraneo e, sempre più spesso, tutta l'Europa
occidentale: la Francia ormai sperimenta ogni anno temperature sopra i
40 gradi per giorni o settimane e, negli ultimissimi anni, anche le
isole britanniche sono raggiunte dall'alito africano.In inverno le cose
non sono migliori. Nel clima che conoscevamo fino agli anni Ottanta del
Novecento, questo anticiclone spesso aveva un'espansione verso nord
lungo i meridiani atlantici causando, in risposta, delle discese di aria
artica responsabili delle fasi fredde che rendevano nevoso anche il
clima delle montagne mediterranee.
Oggi, invece, ha un'espansione lungo i paralleli, orizzontale diciamo, e
finisce per rendere stabili e miti gli inverni europei.In definitiva,
manca in estate, quando era protagonista, e ci invade in inverno,
impedendo scambi meridiani di freddo e neve.Ma la cosa più inquietante è
che l'area oceanica più fredda della media ai piedi della Groenlandia
che, come dicevamo, è all'origine di questo rivolgimento della
circolazione atmosferica dell'Europa occidentale e meridionale, è
probabilmente dovuta allo scioglimento dei ghiacci groenlandesi a causa
del riscaldamento artico, altra area particolarmente soggetta agli
effetti più evidenti della crisi climatica.Questa la situazione a
livello europeo. E in Sicilia? La situazione quest'anno ha avuto
un'evoluzione molto particolare. L'inverno è stato molto piovoso. Nei
primi mesi hanno infatti prevalso correnti tra scirocco e levante,
gonfie di umidità, capaci di determinare accumuli doppi o tripli
rispetto alla media nelle aree orientali e centrali. Il culmine di
questa persistenza è stato il cosiddetto ciclone Harry. È stato un
evento davvero devastante con venti al suolo con una punta di 130 km/h
nei crinali tra Nebrodi e Peloritani e che hanno superato anche molti
record nella Sicilia centrale con picchi di poco superiori ai 100 km/h.
Ma, al di là del singolo record, sono stati eccezionali la durata delle
raffiche (per oltre 24 ore) e la vastità del territorio interessato.
Contemporaneamente, abbiamo avuto accumuli, come dicevamo, straordinari:
più di 450 millimetri in 72 ore nei versanti orientali dell'Etna e 150
millimetri sui Monti Erei.Nella seconda parte dell'inverno, poi, hanno
iniziato a prevalere correnti da ovest - nordovest con rilevanti
accumuli anche nella Sicilia occidentale. Tutti gli invasi hanno
recuperato il deficit dei tre anni precedenti e in molti invasi si è
dovuto procedere all'apertura delle paratie a causa dell'incapacità
delle dighe di contenere masse d'acqua che in pochi mesi sono diventate
rilevantissime.E veniamo all'oggi, all'estate in corso. Paradossalmente,
fino alla metà di luglio, l'estate siciliana è stata molto meno estrema
che quella europea o del nord Italia. Questo perché l'anticiclone
subtropicale africano ha avuto un asse di risalita molto occidentale e
non è stato contenuto da alcuna corrente fredda di origine nord
atlantica: ha così potuto raggiungere anche l'Inghilterra centrale e
settentrionale dove si sono inusitatamente per quelle aree superati i
30-32 gradi. La Sicilia è quindi risultata ad oriente del cuore
anticiclonico e ha beneficiato, di conseguenza, di correnti più fresche
in discesa dai Balcani: le temperature sono rimaste poco più alte della
media soprattutto nelle aree interne e montuose dove queste
infiltrazioni balcaniche hanno portato diffusa nuvolosità pomeridiana e
molti temporali. Purtroppo, dal 15 luglio è cambiato tutto. La risalita
dell'anticiclone nord africano ha puntato direttamente il sud Italia
stavolta, con termiche in quota che hanno superato i 29 gradi e, con
ogni probabilità (non si fanno i radiosondaggi nell'interno Sicilia e
quindi non possiamo averne la prova), si sono raggiunti i 30 gradi a
1500 metri di altezza in libera atmosfera.
Siamo di fronte a valori sahariani nel senso pieno del termine, 10-12
gradi superiori alla norma dell'estate mediterranea. Queste le
conseguenze al suolo: temperature sopra i 45-46 gradi nelle piane o in
bassa collina, sui 40 gradi a 700 metri, di 37-38 gradi a 1000 metri e
di oltre 31 gradi in alta montagna, tra Madonie e Nebrodi, tra Piano
Battaglia e Portella Femmina Morta a quasi 1600 metri sul livello del
mare, nel cuore delle faggete siciliane.Quanto potranno resistere i
nostri ecosistemi a questo sconvolgimento? La vegetazione è esposta a
valori che non tollera e non bastano neanche le grandi precipitazioni di
cui abbiamo scritto e che, soprattutto, non si hanno certo ogni anno,
anzi, mentre ormai questi valori sono diventati la nuova normalità. Fino
agli anni Novanta erano occasionali, come si diceva, mentre in questi
anni li stiamo vedendo sempre, dal 2021 al 2026 senza soluzione di
continuità.
Nelle aree interne, tale configurazione ha risvolti ancora più
inquietanti. L'elevata densità in quota associata a valori termici
inediti determina la cosiddetta subsidenza, un fenomeno davvero
devastante. L'aria scivola dall'alto al basso e viene compressa con tre
conseguenze una più negativa dell'altra: la residua umidità presente non
riesce a condensarsi in quelle nubi di calore tipiche dei tradizionali
temporali estivi, del tutto impossibili durante il dominio della cupola
nord africana; la temperatura aumenta ulteriormente a causa della
compressione dell'aria, con incrementi giornalieri inesorabili; i bassi
strati dell'atmosfera a contatto con il suolo non hanno alcun ricambio e
l'aria caldissima "si ferma" sopra i territori rendendo il clima
sostanzialmente invivibile, torrido. Tutto ciò avviene ovviamente molto
meno sulle coste dove le brezze riescono a dare un minimo di dinamicità
all'atmosfera, al prezzo però di un tasso di umidità elevatissimo che
determina indici di vivibilità e benessere comunque molto bassi.
Ecco che, sul piano strettamente termico, al di là della percezione del
disagio dovuta all'umidità, le anomalie di temperatura delle aree
interne e anche montuose stanno raggiungendo livelli insostenibili per
la popolazione e per l'ecosistema in generale. Recordcheresistevano
trent'anni ora durano tre anni, superati agevolmente da nuovi picchi (in
questa ondata del 20 26 si stanno spesso battendo record del vicinissimo
2023) edecine e decine di stazioni che superano i 40 gradi, praticamente
tra l'80% e il 90% di quelle delle reti di rilevazioni regionali. Questa
è la realtà delle cose mentre, secondo molti studi, la percentuale di
anidride carbonica nell'atmosfera ha raggiunto valori mai toccati in
centinaia di migliaia di anni, E'una coincidenza che l'aumento di gas
serra coincida con l'aumento delle temperature globali? Secondo la gran
parte dei climatologi non lo è affatto, ovviamente, La forzante
antropica del riscaldamento globale è un fatto dimostrato, ammesso che
ci siano cicli naturali sottostanti i quali, appunto, possono esserci ma
sono comunque esaltati dal contributo delle attività umane. Gli euilibri
conomici e politici globali non sembrano propizi alle intese volte alla
riduzione delle emissioni di gas clima alteranti. Molto probabilmente,
seppure con una velocità di trasformazione della produzione energetica
minore di quella che sarebbe necessaria, via via l'uso dei combustibili
fossili diventerà sempre meno centrale. Ma a quel punto ci saranno
ancora margini di contenimento dei cambiamenti?
Di sicuro si deve agire a livello di comunità, anche piccole: per
contenere le attività energivore, per garantire i migliori equilibri
possibili nelle città con alberature e rinaturalizzazione dei suoli, per
realizzare o rinnovare le costruzioni su criteri di maggiore resilienza
climatica. Sembrano piccole cose, troppo piccole rispetto alla vastità
del problema e dello stesso pianeta, Ma sono soluzioni praticabili,
semplici, che ridanno spazio di azione ai territori anche a quelli che
alcuni vorrebbero destinati ad una dolce eutanasia. E sono soluzioni
che, come spesso avviene durante le crisi, possono dare un nuovo impulso
ad un'azione di comunità ormai sconosciuta.
Luca Alerci
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