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(it) Italy, UCADI #211 - FRANCESCO GUCCINI (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Sun, 11 Oct 2026 07:33:08 +0300
"Se fossi accademico, fossi maestro o dottore Ti insignerei in toga di
15 lauree ad honorem Ma a scuola ero scarso in latino E il pop non è
fatto per me Ti diplomerò in canti e in vino Qui in via Paolo Fabbri 43"
-- Via Paolo Fabbri 43 ---- Scrivere di Francesco Guccini all'indomani
della sua scomparsa e dopo averne sentite e lette di tutti i colori da
sinistra e da destra, mi risulta un po' difficile perché non vorrei
correre il rischio di essere banale e unirmi allo stuolo molto nutrito
di estimatori dell'ultima ora o di professionisti dei "coccodrilli".
Sono convinto che, per coloro che un po' si occupano di poesia, di
musica, di persone, di anime, abbiano perso un amico, un fratello
maggiore più maturo e per tutti noi sarà necessario un po' di tempo per
bloccare e far cicatrizzare la ferita che si è aperta dentro.
Cercherò, quindi, di cogliere alcuni aspetti della poetica e del suo
pensiero partendo dalla fine, da quella rilettura della canzone popolare
di protesta del suo ultimo lavoro "intorto" in cui si ritorna alla
poesia e alle inquietudini giovanili, irruenti, segnate dalla canzone
popolare di lotta e partendo da quello spirito anarchico del
"macchinista ferroviere" che alla fine dell'800, in un momento di grandi
ideali, pensa bene di utilizzare la sua locomotiva lanciandola a folle
velocità fino al deragliamento e all'esplosione finale. Una metafora
esplicita, l'anarchico che lancia la locomotiva contro il potere
borghese diventa un manifesto dei movimenti giovanili degli anni '70,
nel momento più topico del brano, quando "la bomba proletaria illuminava
l'aria, la fiaccola dell'anarchia". Per comprendere Guccini bisogna
partire da quella stazione di Bologna illuminata dall'esplosione, da
quelle montagne dell'Appennino, da quella cultura che lo ha plasmato. Ho
letto da qualche parte un suo ricordo: nel periodo scolastico, quando si
studiava l'Iliade, tanti studenti parteggiavano per i greci; lui è stato
sempre con i troiani, quelli perdenti. Nelle sue canzoni, ma anche nei
suoi romanzi, si comprende benissimo a quale parte è rimasto fedele e di
non aver mai nascosto le sue idee. Lui è sempre stato un anarchico e
simpatizzante di quel mondo ed è in quel mondo che lui scava anche
quando spesso esclama "mah" per dirci di considerare sempre il dubbio,
di avere la certezza del dubbio, perché in fondo a quest'oggi c'è ancora
la notte, in fondo alla notte c'è ancora, c'è ancora. Cit. Madame Bovary.
Il pensiero politico di Francesco Guccini non è legato a un'ideologia
rigida o militante, ma guarda allo spirito romantico dell'anarchia, a un
pensiero quasi moralistico, vicino ad una visione storica, quella di
Bakunin o di Gaetano Bresci, per intenderci, fatta di rincorse utopiche,
ideali puri e di lotta contro tutte le ingiustizie. Guccini ha spesso
chiarito di non essere mai stato comunista né di essere stato iscritto a
un partito che avesse schemi fissi, ma ha rivendicato la sua ferma
laicità, il suo agnosticismo e l'anticlericalismo, Il suo rifiuto di
ogni legame ideologico o religioso, vivendo la sua vita in piena
libertà, frequentando le osterie e privilegiando i racconti, le storie
legate alla sua terra emiliana e nella libertà di creare.
Si è sempre definito un "azionista" vicino al pensiero e agli ideali di
Giustizia e Libertà, dai forti connotati antifascisti. In questo c'è
un'affinità e un forte legame con l'amico Fabrizio De André, affinità
intesa soprattutto come radicale indipendenza intellettuale, rifiuto del
dogmatismo e difesa degli ultimi e dei ribelli. L'irrompere di Guccini,
con la sua curiosità tipica delle menti acute, con la sua cultura, la
sua ironia, nella musica leggera italiana ha caricato di quotidianità
popolare, filosofia e tracciato traiettorie nuove nella struttura del
testo per come si muove la sua penna magica. Se poi a questo si aggiunge
una voce forte, limpida, che si lascia ascoltare, il cerchio si chiude
perfettamente.
Guccini è il classico artista, il personaggio che definirei senza tempo
che si lascia ascoltare e che ti fa riflettere e pensare, il Maestrone,
il Guccio come veniva chiamato dagli amici d'osteria, il burattinaio
delle parole che ha elevato a poesia la narrazione del cantautore
attingendo a piene mani dalla immensa statura poetica di Bob Dylan che
ha venerato, imitato ma che presto se ne liberato, rivendicando il
bisogno di purezza e di consapevolezza nel dover distruggere i disvalori
di quell'America, capitalista e guerrafondaia, che guarda al solo
profitto e alla egemonia sull'intero mondo.
Guccini ha sperimentato nuove forme di narrazione con divertente ironia,
ci ha intristiti con storie di solitudine e marginalità, ubriacato di
racconti di paese tra cronaca, ricordi, affabulazioni, e rime «vibranti
e belle e mai senza scopo», come le definiva, senza mai cavalcare le
ideologie, le mode.
Credo che per questo per questo è stato compreso e amato da tutti, senza
nessuna divisione sociale, politica e anagrafica. Il mio è solo un
modesto e semplice invito a tutti a riascoltare mezzo secolo di sue
canzoni e scoprire, riscoprire leggere, ascoltare, raccontare le
emozioni che ogni canzone è capace di trasmettere e confrontarsi sulle
emozioni che ogni brano regala.
Jan kadj strummer
https://www.ucadi.org/2026/09/06/francesco-guccini/
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