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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #24-26 - Quando il livore gramsciano non fa egemonia. Pietro Gori, il canto anarchico e la tradizione proletaria (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Sat, 10 Oct 2026 08:01:15 +0300
Sul canto anarchico "classico" (uso qui un termine assai improprio,
sapendo di usarlo) continua a pesare il celebre e sprezzante giudizio di
Antonio Gramsci a proposito di Pietro Gori e dei suoi componimenti. A
dire il vero, di tale giudizio viene usualmente citata una frase, spesso
separandola dal discorso contestuale:[...]"C'è nel Gori tutto un modo di
pensare e di esprimersi che sente di sagrestia e di eroismo di cartone".
Come però già fatto notare da studiosi di vaglia (ad esempio Cesare
Bermani), il giudizio di Gramsci, pur restando assai negativo, riconosce
comunque la grande influenza ideologica esercitata dall'opera di Pietro
Gori su tutto quanto il movimento operaio; influenza nei modi e nelle
forme che, specifica Gramsci,[...]sono state lasciate diffondere senza
contrasto e senza critica" e che "hanno costituito un gusto (e forse lo
costituiscono ancora)".
È un fatto che Pietro Gori intese le proprie canzoni come un potente
mezzo di propaganda elementare anarchica; se Malatesta scelse, ed in
modo assai efficace, un dialogo tra contadini, Pietro Gori si servì
dell'arte popolare costruendo i suoi canti (e i suoi bozzetti teatrali,
che ovviamente non vanno dimenticati) in modo che andassero non solo
diritti al cuore di chi li ascoltava, ma anche servissero a formare una
presa di coscienza di base.
Alcune cose sono peraltro chiarissime: i canti di Pietro Gori, ed i
canti anarchici "classici" in genere, risentono senz'altro di un tipo di
linguaggio e di stilemi che, essendo popolari, hanno della poesia
popolare tutte le caratteristiche, a cominciare dal linguaggio aulico e,
in senso lato, "carducciano" (in tutti i paesi, i componimenti
autenticamente popolari - a meno che non siano in un qualche dialetto -
presentano un linguaggio altisonante, "difficile", roboante). Non solo:
è riconosciuto che l'influenza del canto ecclesiastico è palese
(massimamente in Pietro Gori, stante anche quella sorta di misticismo
che accompagnò tutta la sua esistenza e la sua azione come anarchico;
all'Isola d'Elba, ancora alla metà degli anni '70 del XX secolo veniva
generalmente ricordato come "un santo"!). Come dire: i canti di Pietro
Gori risentono molto del gusto di un'epoca oramai lontanissima. Eppure
non hanno mai cessato di colpire nel segno. Tutto si potrà dire del
Canto degli anarchici espulsi (poi diventato Addio a Lugano), di Amore
ribelle e degli Stornelli d'esilio (solo per fare alcuni esempi) fuorché
esprimano dell' "eroismo di cartone". Sarà bene ricordare, a tale
proposito, che, soltanto pochi mesi fa, un questore ha vietato che si
scrivesse su un muro "la pace agli oppressi, la guerra all'oppressore".
Sui muri, scritto da mano ignota con intenti sovversivi, compare
tutt'oggi un verso di Pietro Gori e dubito che vi comparirà mai un
giudizio critico di Antonio Gramsci.
I canti di Pietro Gori (scomparso l'8 gennaio 1911) hanno continuato a
circolare per tutto il XX secolo. Circolavano quando scriveva i suoi
(adesso generalmente noti soltanto agli studiosi del canto politico e
sociale) Raffaele Mario Offidani, detto "Spartacus Picenus", comunista
ortodosso che utilizzava un linguaggio ed un modo di versificare
pressoché identico a quello di Pietro Gori. Circolavano, proibitissimi,
durante il ventennio fascista. Circolavano durante la Resistenza quando,
assieme ad altri canti (si pensi solo al Caserio) fornivano l'ossatura e
l'esempio per i canti partigiani. Sono circolati nel dopoguerra e
continuano a circolare ancora oggi, e non soltanto tra i militanti
anarchici. Hanno parlato al cuore della gente, utilizzando spesso
melodie riprese dall'opera lirica (arte musicale di grande diffusione
popolare, che utilizza nei propri libretti un linguaggio del tutto
simile a quello poetico di Pietro Gori) oppure da canti risorgimentali
(a tale riguardo è assai indicativo l'Inno dei lavoratori siciliani, da
cantarsi sull'Inno di Mameli!). Di questo, senz'altro, si era accorto
anche Antonio Gramsci, che lo riconosce pur con un retrogusto di livore.
Può darsi che Antonio Gramsci avesse presente che, ancor prima
dell'avvento del fascismo, i canti anarchici di Pietro Gori erano
entrati anche nei canzonieri socialisti e comunisti. Vecchi militanti
del PSI e del PCI continuavano imperterriti a cantarli, alzando i pugno,
con un entusiasmo che rivelava la loro partecipazione a determinate idee
nate dal terreno libertario, e che essi non consideravano in
contraddizione con la loro militanza politica in partiti che si
rifacevano al marxismo. Per dirla in breve: i canti di Pietro Gori,
assieme a altri canti anarchici, erano entrati in pianta stabile nella
tradizione proletaria.
Tutto questo, ovviamente, senza disconoscere i limiti che il canto
anarchico "classico" aveva e continua ad avere. Ma si tratta di limiti
che hanno contribuito alla loro diffusione profonda presso la classe
popolare, sottolineando e accompagnando spesso azioni tutt'altro che "di
cartone": il battaglione partigiano "Gino Lucetti", come è noto dal suo
famoso canto, era "fedele a Pietro Gori". Così come è necessario tener
conto di tali limiti, e concedere a Pietro Gori qualche "deggio",
qualche "speme" o qualche "veggente poeta" di troppo, sarebbe necessario
anche non accettare in modo acritico e intoccabile tutto quel che è
stato scritto da Antonio Gramsci. Anche a lui occorre concedere qualche
bischerata.
Riccardo Venturi
https://umanitanova.org/quando-il-livore-gramsciano-non-fa-egemonia-pietro-gori-il-canto-anarchico-e-la-tradizione-proletaria/
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