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(it) Italy, Umanita Nova: La scuola si svaluta perché è stato svalutato il lavoro (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Tue, 8 Sep 2026 07:18:16 +0300
Lavorando nella scuola, difficilmente si riesce a sfuggire alla netta
impressione, che solo a volte riesce a farsi piena consapevolezza, del
suo declino. Il senso comune tende normalmente ad attribuirlo alla
perdita di autorevolezza e alla mancanza di autorità, dividendosi poi,
abbastanza prevedibilmente, nell'individuazione dei colpevoli di questa
decadenza: gli studenti, le famiglie, i docenti, i pedagogisti, le
riforme che avrebbero rinunciato alla serietà e alla selezione.
Sarebbe forse più interessante, al posto di questa disputa da cortile,
interrogarsi sul rapporto tra il declino dell'istituzione scolastica e
l'affermazione di una società nella quale il principio organizzativo di
ogni aspetto della vita è sempre più costituito dalla logica del
mercato, del profitto, della competizione e della finanziarizzazione.
La domanda, allora, può essere rovesciata: perché una società dovrebbe
riconoscere autorevolezza a un'istituzione alla quale ha
progressivamente sottratto una funzione culturale autonoma?
Ciò che il sistema produttivo richiede oggi alla scuola non è, in primo
luogo, la formazione di persone dotate di un sapere ampio e articolato,
ma la produzione di lavoratrici e lavoratori adattabili, flessibili,
capaci di risolvere problemi e di adeguarsi rapidamente alle
trasformazioni del lavoro. Persone capaci di trovare risposte, molto
meno incoraggiate a formulare domande. Soprattutto quelle che riguardano
il senso e l'organizzazione complessiva della realtà nella quale sono
chiamate a operare.
In questo quadro, un sapere solido, disciplinare o meno, rischia di
apparire non soltanto inutile, ma persino dannoso. Il sapere, quando non
si riduce al possesso di informazioni o di abilità immediatamente
spendibili, permette infatti una maggiore comprensione dei fenomeni
sociali e, con essa, la possibilità di interrogare e mettere in
discussione l'ordine esistente.
Non viene trasformato soltanto ciò che si insegna. Cambia
contemporaneamente lo status dei protagonisti della scuola: i docenti
diventano progressivamente esecutori di procedure e gli studenti clienti
di un'agenzia di formazione dagli orizzonti sempre più limitati.
Entrambi perdono autonomia all'interno di una macchina fortemente
tecnicizzata, nella quale acquistano centralità procedure, protocolli,
certificazioni, indicatori e griglie.
È in questo contesto che andrebbe affrontata anche la questione delle
competenze, diventata uno dei bersagli classici dello scontento docente.
Il paradigma delle competenze era faticosamente emerso anche dal
tentativo di superare le macerie polverose della scuola liberale e
gentiliana, fondata su una precisa gerarchia dei saperi e capace di
funzionare come potente dispositivo di selezione sociale. L'idea che
conoscere significasse anche saper utilizzare autonomamente ciò che si
conosce, mettendo in relazione saperi diversi e applicandoli alla
comprensione di situazioni reali, possedeva una sua forza dirompente.
Il problema, quindi, non è che le competenze abbiano sostituito le
conoscenze. Il problema è ciò in cui tanto le competenze quanto le
conoscenze sono state trasformate.
Un paradigma costruito anche nel tentativo di superare un modello
scolastico classista ed escludente è stato progressivamente piegato alla
costruzione di una scuola che esegue protocolli e compila griglie. La
competenza, da capacità di utilizzare autonomamente il sapere per
comprendere e agire nella realtà, viene ridotta alla capacità di fornire
una prestazione prevista e misurabile. Parallelamente, le conoscenze
vengono selezionate e valorizzate sempre più in relazione alla loro
immediata spendibilità.
Per questo fare delle competenze il nemico rischia di essere una comoda
scorciatoia. Significa attribuire a un paradigma pedagogico una
trasformazione che ha invece radici materiali molto più profonde. E
rischia soprattutto di indicare come alternativa una scuola precedente
che era certamente meno aziendalizzata, ma anche più selettiva,
classista ed escludente.
La contrapposizione tra scuola delle conoscenze e scuola delle
competenze finisce così per nascondere il problema invece di chiarirlo.
Una conoscenza può costituire uno strumento di emancipazione, ma può
anche essere il capitale culturale attraverso il quale una scuola
selettiva riproduce le gerarchie sociali. Una competenza può significare
autonomia nell'uso del sapere oppure semplice capacità di eseguire
efficacemente un compito assegnato.
La questione decisiva è un'altra: quale funzione sociale attribuiamo al
sapere?
Quando il sapere viene subordinato alle necessità immediate del sistema
produttivo, il costrutto delle competenze perde la propria capacità di
mettere in discussione la gerarchia dei saperi e delle conoscenze e
diventa un dispositivo di adattamento al mercato. Il risultato è una
scuola che riesce contemporaneamente a perdere ciò che aveva di meglio
nella propria tradizione disciplinare e ciò che vi era di emancipativo
nel tentativo di superarla.
È un quadro scarsamente rimediabile dall'interno dell'istituzione
scolastica. La trasformazione della figura docente in esecutore di
procedure e di quella studentesca in cliente di un'agenzia formativa ha
sottratto importanza e centralità a entrambe, inserendole in una
macchina nella quale l'autonomia viene progressivamente sostituita dalla
conformità alle procedure.
Per questa ragione, la domanda di una formazione più complessa e
articolata non può provenire soltanto dalla scuola. Può nascere solo da
una necessità sociale più complessiva.
Ed è qui che il problema diventa inevitabilmente anche sindacale.
Il problema non è soltanto difendere le lavoratrici e i lavoratori della
scuola. È capire da che cosa dobbiamo difenderli. Perché una stessa
condizione materiale - salari bassi, perdita di autonomia,
burocratizzazione crescente, svalutazione professionale - può produrre
interpretazioni politiche molto diverse.
La frustrazione di chi lavora nella scuola può tradursi nella richiesta
di maggiore autorità, nel rimpianto per una scuola più selettiva,
nell'insofferenza verso studenti e famiglie, nel rifiuto delle
competetenze, dell'inclusione o di qualsiasi innovazione pedagogica
identificata con il declino dell'istituzione. È una reazione
comprensibile di fronte alla perdita di controllo sul proprio lavoro. Ma
trasformare questa reazione in una prospettiva sindacale significherebbe
scambiare ancora una volta gli effetti per le cause.
Un sindacato può rivendicare lo status perduto di una professione oppure
rivendicare potere per chi quella professione esercita. Non sono la
stessa cosa.
Nel primo caso si chiederanno prestigio, autorità, riconoscimento
sociale e, naturalmente, salari più alti. Nel secondo salario e
riconoscimento economico rimangono centrali, ma insieme alla riduzione
della subordinazione burocratica, alla libertà didattica, al tempo
necessario per svolgere il proprio lavoro, agli organici, alla
possibilità di decidere collettivamente sull'organizzazione della scuola
e al rifiuto della sua riduzione ad agenzia di addestramento alle
necessità del mercato.
Come mi è già capitato di scrivere, la figura docente non può pensare
alla trasformazione del proprio ruolo e, più prosaicamente, all'aumento
del proprio reddito in forma corporativa, estraniandosi dalla società
nella quale svolge il proprio lavoro.
La condizione materiale del lavoro docente non è infatti separabile dal
valore che una società attribuisce alla formazione e, ancora più a
monte, dal tipo di lavoro che il suo sistema produttivo richiede.
Un sistema economico che fa largo affidamento su lavoro povero,
flessibile, ricattabile e scarsamente autonomo ha poco interesse a
garantire alla generalità delle persone una formazione ampia e
complessa. Non perché un patrimonio culturale ridotto produca
automaticamente bassi salari: sarebbe una relazione troppo semplice. Ma
perché un'organizzazione del lavoro fondata sulla debolezza contrattuale
di lavoratrici e lavoratori richiede soprattutto adattabilità,
disponibilità e competenze immediatamente utilizzabili. Ha molto meno
bisogno di autonomia culturale e della capacità di interrogare
criticamente l'organizzazione nella quale si è inseriti.
Il rapporto causale, allora, va forse letto anche nella direzione
opposta a quella abituale. Non è soltanto la svalutazione della scuola a
produrre la svalutazione del lavoro docente. È la svalutazione generale
del lavoro a produrre una scuola adeguata a quel lavoro e, di
conseguenza, a svalutare anche chi vi lavora.
I dati aiutano a dare una misura materiale del fenomeno. Secondo l'OCSE,
nei paesi che ne fanno parte gli stipendi effettivi degli insegnanti
della scuola primaria e secondaria si collocano mediamente tra l'83 e il
91 per cento dei redditi dei lavoratori con un analogo livello di
istruzione. In Italia il divario è assai più marcato: nella scuola
secondaria di primo grado, per esempio, un insegnante tra i 45 e i 54
anni percepisce mediamente circa il 65 per cento del reddito di un
lavoratore a tempo pieno con un analogo livello di istruzione. E mentre
dal 2015 gli stipendi effettivi degli insegnanti della primaria sono
cresciuti in termini reali mediamente del 14,6 per cento nell'area OCSE,
in Italia sono diminuiti del 4,4 per cento.*
A quel punto non dovrebbe stupire che la scelta di lavorare nella scuola
venga sostenuta soprattutto dalla passione per il lavoro educativo o,
più prosaicamente, dalla mancanza di alternative migliori.
Ma proprio qui la questione smette di essere soltanto salariale e,
soprattutto, smette di essere soltanto scolastica.
Se si vuole restituire valore economico e sociale al lavoro di chi
insegna, occorre contemporaneamente rivendicare il valore sociale di ciò
che attraverso quel lavoro viene prodotto. Il problema è decidere se la
scuola debba produrre capitale umano adattabile alle necessità
contingenti del mercato oppure persone capaci di comprendere il mondo
nel quale vivono, di formulare domande e di intervenire collettivamente
sulla realtà.
Per un sindacato di base questo significa, credo, assumere fino in fondo
una scelta: essere il sindacato di una professione che rivendica il
proprio status oppure essere un sindacato del lavoro che agisce nella
scuola.
La battaglia per il salario e per le condizioni di lavoro nella scuola
non può quindi essere separata dalla battaglia per salari più alti,
maggiore autonomia e maggiore capacità contrattuale dell'insieme del
lavoro. E la difesa del sapere non può coincidere con la nostalgia per
una scuola selettiva che quel sapere distribuiva secondo le appartenenze
sociali.
Forse è proprio da qui che bisognerebbe ripartire quando parliamo del
declino della scuola. Non chiedendoci semplicemente come restituire
autorità agli insegnanti o come restaurare la scuola di un tempo. La
domanda è quale società possa avere nuovamente bisogno di una scuola
autorevole perché libera, culturalmente ambiziosa e capace di produrre
non soltanto lavoratrici e lavoratori adattabili, ma persone in grado di
comprendere criticamente l'ordine esistente e, quando necessario, di
immaginarne uno diverso.
* Fonte: OECD, Education at a Glance 2025, dati relativi alle
retribuzioni degli insegnanti e al rapporto con i redditi dei lavoratori
con istruzione terziaria.
Stefano Capello
https://umanitanova.org/la-scuola-si-svaluta-perche-e-stato-svalutato-il-lavoro/
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