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(it) Italy, Sicilia Libertaria #468 - Le guerre dell'energia (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Fri, 31 Jul 2026 07:37:10 +0300


Aun folle despota come Donald Trump non riconosceremo mai alcun merito. Ma perlomeno, nella sua trasparente brama di potere, ci ha risparmiato le ipocrisie dei suoi predecessori alla guida dei governi USA. Così lo yankee di plastica non si fa problemi ad ammettere ciò che è noto: al di là dei principi sbandierati, ogni guerra è dettata dall'ansia di accaparramento delle cosiddette risorse naturali. Ogni stato, insomma, mette in moto l'apparato bellico per conquistare, depredare, annettere. E in questo senso le risorse più ambite ancora oggi sono quelle energetiche. Dopo aver contrassegnato le guerre del Novecento, petrolio e gas sono protagoniste dei nuovi conflitti.

Il 2026, lo ricorderete, si è aperto con la cattura del presidente del Venezuela Nicolas Maduro. A distanza di pochi mesi, dopo l'insediamento del governo fantoccio di Delcy Rodríguez, lo stato sudamericano è già diventato la scorta petrolifera degli USA. L'incredibile autogol degli Stati Uniti in Iran, infatti, li sta privando di uno dei più cruciali snodi energetici del mondo (ci torneremo). Ecco perché ogni giorno il Venezuela eroga fino a 80mila barili di petrolio giornalieri verso gli Usa. Lo fa anche grazie all'ignobile spartimento del bottino che lo stesso Trump ha organizzato con le compagnie petrolifere globali - c'era anche Eni - lo scorso 10 gennaio, quando il presidente statunitense ha assunto i toni e le modalità mafiose di don Vito Corleone per dire che "ora si può tornare a fare business". Affari che fanno disporre a Trump del petrolio venezuelano come meglio crede, per regolare ad esempio vecchi e nuovi conti. Negli ultimi 25 anni il Venezuela era stato il principale fornitore di carburante e petrolio greggio a Cuba. Da gennaio, tuttavia, le forniture erano cessate, tranne poi una parziale retromarcia a febbraio che però non ha risolto (e come avrebbe potuto?) la tragedia di un paese sotto embargo da più di 60 anni. C'è da aggiungere che il petrolio venezuelano è "pesante", cioè con un alto contenuto di zolfo: il regime venezuelano non è mai riuscito a rendersi autonomo dal punto di vista della sua lavorazione, e così si era affidato negli ultimi anni in maniera sempre più netta alla Cina. Uno "smacco" che il potere statunitense non poteva accettare.

D'altra parte il Venezuela detiene le maggiori riserve di petrolio al mondo: circa 303 miliardi di barili, pari a quasi il 17-20% delle riserve globali. Una quota superiore di tre volte rispetto a quella degli Stati Uniti. In ogni caso che la partita geopolitica del futuro si sarebbe giocata sull'energia era chiaro da tempo. Tanto che gli Stati Uniti negli anni precedenti, soprattutto coi due presidenti democratici Obama e Biden, avevano creato un vero e proprio cambio di paradigma: da paese importatore di energia - soprattutto petrolio e gas ma anche nucleare e rinnovabili - a paese esportatore. Ciò è avvenuto principalmente attraverso il massiccio ricorso alla pratica del fracking, una tecnica industriale che dal punto di vista ambientale è devastante. Nota già agli inizi del Novecento, con la tecnica del fracking (o fratturazione idraulica) si estraggono gas e petrolio dalle rocce di scisto, cioè quelle presenti nel sottosuolo che si sfaldano più facilmente. Non è un caso che il fracking sia praticamente diffuso solo negli Stati Uniti: i suoi effetti nocivi sono così evidenti che nessuno stato se l'è sentita di utilizzarlo. Eppure tale tecnica ha consentito ai governi degli Stati Uniti, perlomeno negli ultimi 15 anni, di continuare a esercitare il dominio sul mondo e alla popolazione di continuare a vivere al di sopra delle proprie possibilità - secondo i dati del Global Footprint Network, se tutto il mondo avesse i consumi degli Stati Uniti servirebbero cinque pianeti a disposizione. Ora, però, il fracking è già avviato verso l'inesorabile fine. Non c'è quasi più nulla da estrarre, e da devastare. Ne è consapevole l'amministrazione Trump che, terminate le "proprie" risorse energetiche, sta muovendo guerra all'intero mondo.

E così il successo venezuelano ha ringalluzzito Trump, convinto di replicare l'operazione Maduro in Iran. Anche in questo caso il dato di partenza è stato quello energetico. L'Iran infatti detiene non solo l'11% delle riserve mondiali di petrolio (al terzo posto dopo Venezuela e Arabia Saudita) ma anche il 16% delle riserve mondiali di gas (al secondo posto dopo la Russia): è insomma il Paese con il maggior potenziale energetico a livello globale. Inoltre ha un ruolo importante all'interno dell'OPEC e dei BRICS. Senza considerare la posizione strategica, come dimostra il caso emblematico dello stretto di Hormuz, un tratto di mare largo appena 30 chilometri, ma fondamentale per i trasporti: lo stretto divide infatti la penisola arabica dalle coste dell'Iran ed è l'unico passaggio che collega il golfo Persico con il golfo di Oman e il mar Arabico. Ogni anno qui passa circa un quinto di tutto il petrolio venduto al mondo.

Nel suo delirio di onnipotenza il presidente yankee è arrivato a nominare lo stretto di Hormuz come lo "stretto di Trump", come già aveva fatto, lui e l'intera amministrazione, con il golfo del Messico. Se guardate il video della presunta gaffe è chiaro che non si tratta di un lapsus ma di un preciso messaggio politico. Controllare lo stretto di Hormuz vorrebbe dire per gli Stati Uniti garantirsi forniture energetiche per decenni, considerando i buoni rapporti con alcuni dei paesi del Golfo (sauditi ed emirati e qatarioti in testa).

Si tratta di un disegno di dominio talmente evidente che neppure i più accesi tifosi degli USA riescono più a negare. Ma è una volontà di potenza che si regge esclusivamente sull'attuale sistema energetico: fossile, centralizzato, autoritario. È il sistema sul quale si è retto il capitalismo degli ultimi due secoli. Carbone, petrolio e gas hanno un innegabile vantaggio: la loro combustione permette di sprigionare una notevole intensità energetica. Ma i loro svantaggi si sono fatti via via più evidenti, a partire dal fatto che sono comunque risorse finite e che, appunto, stanno cominciando a terminare. Il disperato e ridicolo tentativo di annessione delle Groenlandia da parte degli Stati Uniti va letto in questo senso, ovvero come la consapevolezza che dopo aver esaurito ciò che si trova al proprio interno non resta che tornare alle care vecchie guerre di conquista. Se in questo momento tale ruolo è assunto principalmente dagli Stati Uniti, c'è da aspettarsi che altri paesi prima o poi proseguiranno in questa scia. E anzi, come insegna proprio il caso dell'Italia con il famigerato Piano Mattei, tentativi più o meno morbidi di quelli statunitensi sono già in atto anche altrove. Il genocidio in Palestina e i continui attacchi ai paesi confinanti da parte di Israele, ad esempio, possono essere letti anche sotto questa lente. Di fronte alla complessità di un mondo che va scomparendo, e che per questo è disposto a qualunque orrore pur di sopravvivere, è necessario assumere una maggiore consapevolezza. Le guerre di oggi e di domani pongono e porranno sempre più la questione energetica al centro di ogni cosa. Dalla guerra in Ucraina alla guerra in Iran le conseguenze sui prezzi si sono abbattute soprattutto sull'Europa, pur se il vecchio continente (in teoria) è coinvolto solo in parte. In nome di tali guerre le nostre vite sono state stravolte. L'intersezionalità non è soltanto quella delle lotte ma è anche quella del potere, ecco perché non ci si può più accontentare di analisi rapide e di slogan puerili. Altro che "rinnovabili uguale pace", come sostengono a pappagallo ong e attivismi facili facili. Qui non si tratta più di sostituire una fonte energetica con un'altra ma di liberare l'energia dai sistemi di profitto e di controllo che la rendono uno strumento di oppressione. Più che un'energia rinnovabile serve un'energia rinnovata: decentrata, dal basso, diffusa, senza vincoli statali e pratiche burocratiche. Contro le guerre dell'energia,perun'energia libera.

Andrea Turco

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