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(it) Italy, FDCA, Cantiere #44 - Scuola pubblica sotto attacco L'agenda Valditara tra aziendalizzazione, tagli e disciplinamento - Alessandro Granata (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Mon, 8 Jun 2026 06:30:42 +0300
Non è una riforma, è una trasformazione strutturale a tappe: la scuola
viene sempre più piegata al mercato, svuotata della sua funzione critica
e resa sempre più diseguale. ---- Non siamo di fronte a una semplice
nuova stagione di riforme. Quello che sta accadendo sotto la guida del
ministro Valditara è un vero e proprio progetto politico di
ridefinizione della scuola pubblica italiana. Un progetto coerente,
sistematico, portato avanti senza soluzione di continuità rispetto ai
governi precedenti, che mira a trasformare l'istruzione da diritto
universale a strumento funzionale alle esigenze del mercato.
La scuola ridotta a fabbrica di forza lavoro
Il cuore di questo progetto è l'aziendalizzazione dell'istruzione. Con
il modello "4+2", il rafforzamento dell'alternanza scuola-lavoro e
l'ingresso strutturale delle imprese nei percorsi formativi, la scuola
viene progressivamente trasformata in una filiera produttiva.
Studenti e studentesse non sono più soggetti in formazione, ma
lavoratori in addestramento. Non si formano cittadini consapevoli, ma
individui pronti ad adattarsi a un mercato del lavoro precario,
sottopagato e privo di diritti.
Dietro la retorica "dell'occupabilità" si nasconde una verità semplice:
si abbassa il livello dell'istruzione per adattarlo a un sistema
economico che non è in grado di offrire lavoro dignitoso.
L'istruzione tecnica sotto attacco
Prima la trasformazione in "indirizzo ordinamentale" della cosiddetta
"filiera del 4+2" (dopo appena due anni di sperimentazione e un numero
esiguo di corsi attivati). Ora abbiamo il riordino dei percorsi
quinquennali con radicali modifiche ai quadri orari e all'impostazione
didattica: queste due misure segnano una svolta profonda che - se
portata definitivamente a compimento - rovescerebbe le funzioni del
sistema scolastico secondario.
Le due "riforme" riducono i saperi e tagliano il tempo scuola, piegando
i fini dell'istruzione tecnica alla logica aziendale. Ci vogliono far
credere che in meno tempo si imparerebbe di più e meglio. Non è
"modernizzazione" ma il ritorno a quel passato in cui certi percorsi
scolastici erano del tutto strumentali alle esigenze del mercato del lavoro.
Meno sapere e più obbedienza
La riduzione del tempo scuola e il taglio delle discipline non sono
misure neutre. Sono strumenti politici. Meno ore, meno contenuti, meno
profondità significano meno capacità critica.
Parallelamente, si rafforza un modello autoritario: voto in condotta
usato come strumento di esclusione, sanzioni disciplinari più dure,
centralità del rispetto dell'autorità. La scuola non è più luogo di
confronto e crescita democratica, ma spazio di controllo e normalizzazione.
Una scuola che educa all'obbedienza è perfettamente funzionale a un
mercato del lavoro che chiede flessibilità, adattamento e silenzio.
La distruzione dell'unità del sistema pubblico
L'espansione dell'autonomia e della flessibilità curricolare segna un
altro passaggio cruciale: la rottura dell'unità nazionale
dell'istruzione. Già nel solco della autonomia differenziata si
prefiguravano i LEP (livelli essenziali delle prestazioni) regionali.
Ogni scuola diventa un sistema a sé, modellato sulle esigenze del
territorio, cioè delle imprese locali. Il risultato è una frammentazione
crescente: titoli di studio che valgono diversamente, percorsi
diseguali, opportunità divergenti.
È la fine dell'idea di scuola pubblica come strumento di uguaglianza. Al
suo posto, un sistema che riproduce e amplifica le disuguaglianze
sociali e territoriali.
Le imprese dentro la scuola: un cambio di paradigma
Con i "Patti educativi 4.0", le aziende entrano stabilmente nella
scuola, non più come interlocutori ma come co-protagonisti. Possono
influenzare contenuti, percorsi, metodologie.
È un passaggio di enorme portata: la formazione non è più guidata da
finalità educative autonome, ma da interessi economici. La scuola perde
sovranità culturale e pedagogica.
Nel frattempo, agli insegnanti si continuano a chiedere titoli,
abilitazioni, sacrifici, mentre agli attori del mondo produttivo viene
riconosciuto un ruoloformativo senza alcun percorso equivalente. È una
svalutazione evidente del ruolo docente.
Ridurre il tempo scuola significa la mortificazione delle conoscenze di
base, contribuendo così al processo di abbassamento culturale. Il
riordino prevede il taglio delle discipline umanistiche e scientifiche,
producendo la disarticolazione dei saperi disciplinari.
Una scuola dello sfruttamento precoce
Abbassare a 15 anni l'età per l'attivazione dei progetti di Formazione
Scuola Lavoro trasforma gli studenti in manodopera da addestrare a costo
zero, prima ancora che abbiano avuto la possibilità di raggiungere la
necessaria maturazione critica.
Una scuola aziendalizzata
La proposta è quella di un modello didattico asservito alle esigenze
contingenti delle imprese locali, dimenticando che la scuola deve
formare cittadine e cittadini e non semplice forza lavoro. Ne sono prova
l'imposizione, di fatto, della didattica per competenze e delle UDA
(unità di apprendimento) come unica metodologia accettabile e la
richiesta di stipulare accordi con le imprese affinché in aula entrino
"esperti del mondo imprenditoriale".
L'UDA, è vero, semplifica ed è molto più pratica, ma può essere più
superficiale, poco approfondita e provoca un aggravio della
progettazione didattica. In tutte le materie teoriche, o nelle parti
teoriche delle discipline, matematica, grammatica sono non applicabili.
Riducono e semplificano i contenuti - non a caso è il modello che si
vuole usare per fare i libri di testo dei professionali.
Tagli, precarietà e impoverimento strutturale
Tutto questo avviene mentre si riducono le risorse. Tagli al sistema,
dimensionamento scolastico, accorpamenti: meno scuole, più grandi, meno
radicate nei territori.
La precarietà del personale resta irrisolta, gli stipendi continuano a
perdere valore. Si riforma la struttura, ma si abbandonano le persone
che la rendono viva ogni giorno.
È una strategia chiara: indebolire il pubblico per renderlo permeabile
agli interessi privati.
Una scuola degli esuberi
Oltre alla riduzione della qualità didattica vi è un taglio delle
cattedre. La riduzione del monte orario annuale nel riordino dei
percorsi quinquennali e l'incessante propaganda ministeriale per
l'attivazione di indirizzi 4+2 comporteranno esuberi e soprannumerari.
In modo vile - in nome della osannata flessibilità e autonomia - è stato
chiesto ai singoli docenti di deliberare nei collegi quale classe di
concorso sarebbe stata tagliata: ci hanno messo gli uni contro gli altri
chiedendoci di decidere il collega che avrebbe perso il posto!
Una scuola dell'improvvisazione
L'avvio del riordino dei quadri orari, in assenza delle linee guida per
le discipline e con il parere contrario del CSPI (Consiglio nazionale
della pubblica istruzione) che invita l'amministrazione a considerare
transitorio il decreto, limitandone la validità al prossimo anno
scolastico, creerà gravi danni nei nuovi percorsi tecnici, sgretolando
la serietà che da sempre caratterizza questo storico segmento del
sistema d'istruzione.
I collegi docenti, convocati d'urgenza per deliberare come impegnare le
ore di "flessibilità", sono stati costretti dai tempi a farlo per il
solo primo anno, rinunciando a una visione d'insieme dell'intero
curricolo quinquennale. La riforma, inoltre, viene avviata a iscrizioni
concluse, quando le famiglie hanno già operato la scelta della scuola
superiore sulla base di un'offerta formativa che verrà stravolta nel
corso del quinquennio.
Una scuola a misura di impresa
L'attribuzione alle singole scuole di un'ampia flessibilità di
organizzazione dei curricoli (per andare incontro alle esigenze
produttive del territorio!) renderà la proposta formativa di ogni
istituto diversa da quella degli altri. È così smantellato il principio
di un primo biennio con tratti fortemente comuni negli indirizzi
tecnici, obbligando studenti e studentesse a una scelta precoce e poco
consapevole dell'indirizzo di specializzazione già al termine della
scuola media. In aggiunta, la celebrata flessibilità mette in pericolo
la comparabilità della preparazione degli studenti di analoghi
indirizzi, minando così il valore legale del titolo di studio.
Una scuola di classe
Infine, questa riforma cristallizza le disuguaglianze: chi sceglierà
l'istruzione tecnica, da questo momento in poi, verrà precocemente
indirizzato verso binari professionali rigidi, limitando fortemente le
proprie possibilità di proseguire gli studi universitari o di cambiare
rotta nel proprio futuro. La scuola smette di essere un diritto e uno
strumento di emancipazione per diventare un servizio formativo asservito
alle logiche e richieste del mercato.
La grande menzogna: "è colpa della scuola"
A giustificazione di queste politiche si ripete sempre lo stesso mantra:
la scuola non prepara al lavoro, la scuola è inefficiente, la scuola va
cambiata.
Ma la realtà è un'altra. La disoccupazione giovanile, la precarietà, i
bassi salari non dipendono dalla formazione, ma da un sistema economico
incapace di garantire diritti e prospettive.
Scaricare queste responsabilità sulla scuola serve solo a legittimare la
sua trasformazione in senso aziendale.
Una scelta politica, non tecnica
Non esiste neutralità in queste riforme. Ogni scelta - dai curricoli
alla disciplina, dai rapporti con le imprese ai tagli - risponde a una
visione precisa della società.
Una società in cui:
* l'istruzione non emancipa, ma seleziona;
* il sapere non libera, ma serve;
* la scuola non è un diritto, ma un investimento economico.
Resistere è necessario
Di fronte a questo scenario, non basta analizzare. Serve prendere posizione.
Difendere la scuola pubblica oggi significa difendere:
* il diritto universale all'istruzione,
* la funzione critica del sapere,
* l'uguaglianza delle opportunità,
* la dignità del lavoro educativo.
Significa rifiutare una trasformazione che svuota la scuola del suo
senso più profondo.
Perché una scuola ridotta a strumento del mercato non è più scuola. è
un'altra cosa. E accettarlo senza conflitto significa consegnare il
futuro dell'istruzione - e della società - a logiche che nulla hanno a
che fare con la democrazia, l'inclusione e l'egualitarismo di fondo a
cui tende la scuola.
Si continua a inseguire il mito della professionalità a discapito
dell'eguaglianza.
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