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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #14-26 - Una Riforma da buttare. Istituti tecnici sotto attacco (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Fri, 5 Jun 2026 08:53:26 +0300
Continua l'attacco del Governo alla scuola pubblica. Nel mirino, ancora
una volta, gli istituti tecnici, uno dei segmenti più importanti e con
il maggior numero di studenti e di lavoratori addetti dell'intero
sistema scolastico. Oltre che un settore strategico per la formazione
tecnologica, quindi appetibile per l'orientamento lavorativo e per gli
interessi legati al mondo produttivo. ---- La Riforma dei tecnici,
inserita all'interno della Missione 4 del PNRR e votata già dal
Consiglio dei ministri nel 2022, sotto il governo Draghi, quando al
Ministero dell'istruzione c'era Bianchi, prevede uno stretto raccordo
tra istruzione e mondo produttivo. La manovra si è articolata in due
blocchi, il primo dei quali è stata la sperimentazione della filiera 4+2
di cui abbiamo trattato su Umanità Nova in altre occasioni: un percorso
che, come indica la denominazione, è strettamente subordinato alle
esigenze del mercato e delle imprese, con taglio secco di un anno di
scuola, quota di ore di docenza regalata alle aziende e aumento
esponenziale delle ore di formazione scuola lavoro (ex alternanza). A
due anni dall'attivazione della sperimentazione, la filiera si è
dimostrata un flop: l'utenza ha mostrato scarsissimo gradimento verso
questo modello; nei pochissimi istituti che la hanno sperimentata,
l'intensificazione legata alla compressione di 5 anni in 4 ha generato
solo abbattimento della qualità e aumento della selezione per gli
studenti, aumento dei carichi di lavoro e perdita di organico per il
personale docente e ATA.
Parte ora il secondo blocco della riforma dei tecnici, che investe
complessivamente tutto il settore. Nello scorso marzo è stato pubblicato
il decreto attuativo che, come esplicitamente dichiarato, si propone di
aggiornare i curricoli sulla base della domanda proveniente dal sistema
produttivo nazionale. Si tratta di una vera e propria destrutturazione
degli indirizzi e dei quadri orario, ma anche delle discipline di
studio, che si trovano ad essere aggregate per aree d'ambito.
All'interno degli 11 indirizzi ci sarà un'area definita di istruzione
generale nazionale (ambiti linguistico, matematico, storico-geografico,
giuridico-economico, delle scienze motorie, nonché l'immancabile
religione cattolica) e una definita di indirizzo flessibile (ambiti
relativi a scienze sperimentali e discipline caratterizzanti
l'indirizzo), comprensiva di un'area "territoriale" riservata alle
aziende in base ad accordi di partenariato col mondo produttivo locale.
Un disastro sfornato al buio, che si pretenderebbe di far partire dal
prossimo 1 settembre, con l'anno scolastico 2026-27. Nessuno fino a
marzo conosceva i dettagli della nuova articolazione: né le famiglie
degli alunni delle future prime che hanno iscritto i loro figli ad una
scuola di impianto ben diverso da quella che partirà a settembre; né i
docenti, che in alcuni casi si vedono attribuire materie che non hanno
mai insegnato, spesso da condividere con "docenti" provenienti dal mondo
dell'impresa, e che in tutti i casi subiscono un notevole taglio di ore.
I cambiamenti introdotti da questa seconda e ancor più consistente
tranche della riforma sono colossali. Finora nei tecnici c'era un
biennio unico e la scelta dell'indirizzo veniva fatta a partire dalla
terza classe: una minima garanzia di formazione culturale di base
omogenea e una maggiore consapevolezza nella scelta di canalizzazione
professionalizzante. Ora scompare il biennio unico, la scelta viene
fatta a metà della terza media, la canalizzazione funzionale al lavoro
comincia subito. Da segnalare anche l'anticipo della formazione scuola
lavoro, che comincia in seconda invece che in terza, con un aumento
complessivo del monte ore.
Il caos che la riforma va a produrre sulle discipline è devastante.
Moltissime sono le materie che perdono ore, fra le quali Italiano,
Matematica, Arte nei turistici, Geografia, Lingue straniere. Nel biennio
dell'area Tecnologico ambientale viene introdotta una nuova disciplina
chiamata "Scienze sperimentali" in cui confluiscono Chimica, Fisica,
Scienze, con un unico insegnante: questa mistura porta una perdita
complessiva di 231 ore per classe nel biennio, rispetto alle ore che ci
sarebbero state mantenendo autonome queste discipline. Il Ministero non
ha ancora definito chi dovrà insegnare la nuova materia "scienze
sperimentali" in cui afferiscono le altre. Qualcuno sarà chiamato a
insegnare cose che non sa; saranno create classi di concorso atipiche in
cui confluiscono più insegnamenti e i dirigenti scolastici gestiranno
gli organici in modo clientelare; ci sarà perdita qualitativa
dell'insegnamento e perdita di posti di lavoro, precarizzazione dei
docenti di ruolo e disoccupazione per i precari attuali. Per contro, a
fianco delle materie compresse le cui ore vengono cannibalizzate, c'è la
quota di flessibilità, un ambito in cui le ore possono essere destinate
al "territorio", intendendo con questo termine le aziende e le imprese
locali, che possono entrare comodamente a scuola, non per un progetto
extracurricolare, ma occupando proprio lo spazio curricolare. Un dato
che sollecita più riflessioni: oltre al perfezionamento del processo di
aziendalizzazione iniziato da tempo, l'ingresso nel curricolo di
insegnamenti legati alla particolare fisionomia imprenditoriale di una
zona - viste le forti differenze delle realtà produttive sul territorio
nazionale - rappresenta infatti anche una modalità di attuazione
informale, nella scuola, di quella autonomia differenziata tanto
agognata da vari governi e finora mai formalmente realizzata.
Come se non bastasse, questa sciagurata ristrutturazione complessiva dei
tecnici è stata condotta con cialtroneria e incompetenza. Mancano linee
guida, mancano indicazioni su come gestire gli organici, su come gestire
gli esuberi, su tutto. Sono operazioni che, in situazioni ordinarie, si
fanno in questa fase, entro la prima settimana di maggio, se si vuole
che l'anno scolastico parta. La scuola è una macchina dal funzionamento
complesso, di cui pare che ministero e governo siano del tutto ignari.
Di fronte a richieste di chiarimenti tecnici la risposta è stata del
tutto incongruente e impossibile da applicare. Sono stati annunciati
miseri correttivi, per niente risolutivi, che avrebbero tuttavia
bisogno, oltre che di risorse economiche, di passaggi operativi ben
definiti di cui non sembra esserci a livello ministeriale e governativo
la più pallida idea. Ovviamente, il piano che ci interessa non è quello
del buon funzionamento tecnico di una riforma da buttare, ma va comunque
sottolineata la cialtronesca incompetenza che accompagna questa
operazione di distruzione di un pezzo di scuola pubblica.
Contro la riforma dei tecnici ci sono state prese di posizione di molti
Collegi docenti, sono stati elaborati documenti, sono state intraprese
iniziative sindacali. I sindacati concertativi hanno presto fatto
rientrare lo stato di agitazione, dicendosi rassicurati dalle toppe
maldestre, inefficaci e oggettivamente inapplicabili promesse da
Valditara. La CGIL, che attualmente vediamo in risibile versione
"barricadera", come sempre succede quando non c'è un governo amico, si è
smarcata dagli altri chiedendo nientepopodimenoché il rinvio di un anno
e l'apertura di un tavolo. I sindacati di base attivi nel settore scuola
chiedono l'abolizione della riforma dei tecnici. L'Unicobas ha inserito
questa importante rivendicazione tra i punti della piattaforma di
sciopero dello scorso 20 aprile, ha organizzato assemblee e un presidio
sotto il ministero.
È importante che sulla questione la mobilitazione cresca ancora e si
radicalizzi. Nessuna fiducia può essere riposta nei sindacati
concertativi eternamente proni alle esigenze di padroni e Confindustria.
Ma nemmeno può essere riposta fiducia nelle esternazioni della CGIL che
annuncia battaglie di scarsa credibilità e corto respiro, limitandosi a
proporre uno slittamento non risolutivo. Del resto i ministri
dell'istruzione dei governi "amici" di centro sinistra hanno attivamente
portato avanti i processi di aziendalizzazione e privatizzazione della
scuola che si sono andati a strutturare nel tempo: dalla Carrozza sotto
il governo Letta, alla Giannini sotto Renzi, alla Fedeli con il governo
Gentiloni, o al già citato Bianchi, ministro sotto Draghi. Questo solo
facendo riferimento al periodo recente; se poi andiamo agli albori del
2000, ricordiamo che il ministro Berlinguer voleva già all'epoca
accorciare di un anno il percorso della scuola superiore e introdurre la
valutazione del merito di ispirazione aziendalista. Insomma è bene
distinguere tra chi fa proteste credibili e chi gioca a fare
l'opposizione del momento. Non dobbiamo dimenticare, fra l'altro, gli
interessi che anche la CGIL ha nella gestione dei percorsi della
formazione tecnica e professionale attivati dalle Regioni, in cui lo
spazio riservato alle imprese è rilevantissimo e che costituiscono da
tempo una alternativa di puro addestramento lavorativo in competizione
con l'istruzione tecnica e professionale della scuola pubblica.
Contro la riforma dei tecnici c'è bisogno di un'opposizione chiara,
tempestiva e radicale. C'è bisogno di respingerla, non di rinviarla e
perfezionarla. Sosteniamo le mobilitazioni dei sindacati di base, dei
lavoratori, dei Collegi docenti, degli studenti che si battono realmente
contro un processo che porterà, oltre a tutti i disastri sopra
evidenziati per il settore, ad una crescita del potere dei padroni, ad
una crescita dello sfruttamento, a rendere le giovani generazioni serve
del lavoro.
Contrastiamo con forza tutto questo.
Patrizia Nesti
https://umanitanova.org/una-riforma-da-buttare-istituti-tecnici-sotto-attacco/
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