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(it) Italy, UCADI, #207 - Una proposta per salvare l'Unione Europea (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Tue, 2 Jun 2026 07:23:20 +0300
È sotto gli occhi di tutti il profondo silenzio dell'Unione Europea di
fronte agli eventi di politica internazionale e soprattutto a proposito
delle due principali guerre in corso nel pianeta. Questa assenza di
posizionamento sempre più viene accolta con un senso di sollievo, nella
consapevolezza che ci viene risparmiato di ascoltare le bestialità
colossali di Ursula von der Stupid e Kaja Kretina Kallas, due soggetti
totalmente inadeguati a ricoprire il loro incarico. Altrettanto dicasi
del restante staff dell'U.E., sia a livello di Presidenza del Parlamento
europeo che dell'intera Commissione. Costoro non sono nemmeno supportati
dalla qualità dei componenti il Consiglio europeo, del quale fanno parte
i capi di Stato e di Governo, ovvero i veri depositari del potere. La
ragione è presto detta: basta consultare il loro curricula sul web e si
ha modo di constatare che sono stati tutti generati dal medesimo tipo di
covata, hanno fatto la loro esperienza nelle grandi multinazionali
statunitensi, lì sono stati allevati, coccolati e formati, per gestire
in nome e per conto dei loro padroni, l'Europa, illudendosi di essere in
tal modo cooptati nelle élite di governo mondiali. Se fosse solo questo
il problema, la soluzione sarebbe semplice, perché basterebbe un virus
selettivo e questo aggregato di manutengoli verrebbe spazzato via in un
colpo solo, posto che la loro eliminazione mediante elezioni è lenta e
faticosa, anche e soprattutto perché coloro che sono posizionati nella
seconda, nella terza e nella quarta fila per prenderne il posto, sono la
loro coppia conforme: l'infezione ha travalicato i cosiddetti
schieramenti politici e, salvo rare eccezioni, riguarda tutti coloro che
fanno parte dell'establishment. Una quota crescente di elettori di ogni
paese l'ha capito e questa è una delle ragioni per le quali ha perso
ogni fiducia nell'efficacia del voto e si astiene.
Tuttavia lo sconforto non nasce solo da questo, ma dalla consapevolezza
che c'è dell'altro, che va ricercato nella struttura e nelle relazioni
di potere che sono state costruite negli anni, nelle scelte politiche
adottate che, come si è detto, sono il frutto di un rapporto di
vassallaggio verso i padroni, ma anche il risultato di una formazione di
pensiero selettiva, fatta di ignoranza, stupidità, servilismo, che fa di
costoro dei corrotti come diceva Vilfredo Pareto e ripete
instancabilmente Alessandro Orsini ovvero di soggetti che non hanno
mai avuto cognizione di quale fosse la loro missione o quando l'hanno
avuta hanno tradito.
Poiché sulle qualità soggettive c'è poco da fare, una scelta possibile è
operare sulle strutture e le istituzioni, nella prospettiva che queste
condizionino l'agire di coloro che sono chiamati a ricoprire i diversi
incarichi.
Il problema strutturale
Un primo problema strutturale dell'Unione europea è costituito
dall'insieme di Stati che sono entrati via via per cooptazione
nell'Unione. All'inizio l'organismo era nato come una coalizione degli
Stati Europei devastati da ben due conflitti mondiali che avevano
provocato in Europa ben 80 milioni di morti. La convinzione dei
federatori che vollero l'Unione europea era che i danni erano stati tali
che mai più avrebbe dovuto esservi una guerra in Europa: ciò poteva
avvenire solo mettendo insieme le diverse nazioni che erano stati gli
attori dei conflitti, unite dal reciproco interesse al progresso, allo
sviluppo e alla pace. Ed è qui che, a causa della situazione politica
contingente, ovvero l'immediato esplodere dalla guerra fredda che portò
alla formazione dei due blocchi contrapposti tra Oriente e l'Occidente
che si creò il primo vulnus al progetto. Ad aderire all'Unione vennero
chiamati tutti gli Stati, esclusa la Russia, proprio quello Stato che
aveva partecipato come uno dei principali attori alle due guerre e che
aveva avuto il maggior numero di morti, più di un quarto del totale.
Non vogliamo ovviamente discutere in questa sede di cosa avrebbe potuto
essere se le cose fossero andate diversamente, ma c'è da prendere atto
di una situazione di fatto: le cause del conflitto non erano state
rimosse, ma solo rinviate. Gli Stati europei occidentali si
confederavano sotto l'ala di uno dei due vincitori del conflitto, gli
Stati Uniti, divenendo una provincia dell'impero e parte della Pax
statunitense e strumento della competizione di questi con la Russia
sovietica e le entità statali ad essa collegate. Bisogna riconoscere ai
politici dell'epoca di essersi posti il problema del superamento di
questa situazione ricorrendo alla cooperazione internazionale, sfoggiata
negli accordi di Helsinki, per promuovere la convivenza pacifica in
Europa. Tale assetto aveva termine il 9 novembre 1989, emblematicamente
con il crollo del muro di Berlino: l'Occidente era convinto di poter
approfittare di questa situazione e fare della Russia un terreno di
caccia di facili profitti, attraverso la frantumazione istituzionale di
quei territori in tante piccole entità che avrebbero potuto essere
assorbite col tempo una ad una dall'Unione europea e sfruttate
dall'Occidente collettivo (progetto Brzezinski).
Questa strategia sembrava avere successo nella prima fase, promuovendo
il dissolvimento manu militari della ex Jugoslavia, paese federale che
per la sua struttura e per essere allora uno dei leader del movimento
dei paesi non allineati, avrebbe potuto costituire un polo di attrazione
alternativo all'Unione europea, al quale è seguita un'acquisizione per
gruppi degli altri paesi non solo dei Balcani ma dell'Est Europa, senza
che in realtà questa adesione fosse accompagnata da una piena
condivisione dei valori fondanti dell'originaria convergenza di
interessi. L'apparente successo dell'operazione di assimilazione dei
nuovi paesi dell'Est spingeva anzi l'Europa, e soprattutto
l'Inghilterra, legata da un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti e
afflitta da nostalgie per il perduto impero, a perseguire la politica di
smembramento della Russia, che intanto aveva ricostruito la propria
compagine statale.
Il primo passo era costituito dallo sganciamento dell'Inghilterra
dall'Unione europea, su iniziativa dei conservatori britannici, che
hanno costituito in ambito NATO un "gruppo di lavoro" che avrebbe
portato alla Brexit dell'Inghilterra dall'U.E., per poter più
liberamente agire come soggetto autonomo: uno sganciamento
istituzionale, ma non troppo, nella prospettiva di poter in futuro, se
necessario, dopo aver orientato dall'esterno la politica estera
dell'Unione, ripristinare rapporti organici (come dimostra la
costituzione del gruppo dei "volenterosi"). Inizia nel frattempo la
destabilizzazione ad Est che nel 2014 sfocia nella crisi di Maidan e
nell'esplosione della guerra civile in Ucraina. Utilizzando il
nazionalismo xenofobo e sovranista di una componente di destra della
politica del paese, da sempre storicamente presente in quei territori,
che affonda i suoi valori in principi contigui all'arianesimo e a
nazismo e faceva aggio sui sentimenti antirussi, bisognava ora procedere
allo smantellamento dell'altra opzione che fino ad allora aveva guidato
l'Unione europea, la quale prevedeva la partnership con la Russia in
nome dello scambio energia materie prime, prodotti industriali e sviluppo.
La strategia prevedeva l'aggressione alle minoranze russofone
dell'Ucraina, presupposto per rompere la neutralità di questo Stato e
l'equilibrio fra le diverse etnie che fanno parte del paese. Lo sviluppo
di questo piano di destabilizzazione provocava l'intervento della Russia
che si illudeva di poter mettere con un'"operazione di polizia" sotto
controllo la situazione in Ucraina, sottovalutando il grado e la
profondità della penetrazione negli anni della NATO nel paese e le
potenzialità acquisite dal nazionalismo ucraino.
L'esplosione dello Stato di guerra con l'Ucraina permetteva ai servizi
segreti inglesi e ai loro alleati statunitensi di recidere il cordone
ombelicale, essenziale che permetteva la politica di cooperazione fino
ad allora sviluppata, in particolare dalla Germania e distruggere il
Nord Stream Due, attribuendone la paternità all'Ucraina. Questa politica
ha caratterizzato tutta la guerra d'Ucraina che è stata finalizzata alla
distruzione dei legami energetici tra la Russia e i paesi U.E., indotti
masochisticamente a sostenere i suoi principali nemici. La successiva
rescissione dei contratti di fornitura di petrolio e gas prodotte dalle
sanzioni alla Russia non sono che il logico sviluppo di questa politica.
Con l'amministrazione Trump l'attacco allo sviluppo dell'Europa assumeva
pienamente l'obiettivo di acquisizione del controllo del mercato
internazionale del petrolio e dell'energia, attraverso l'attacco al
Venezuela e all'Iran: l'obiettivo strategico era costituito dalla
distruzione del welfare europeo, poiché il risparmio dei popoli europei
va canalizzato, attraverso le assicurazioni private e i fondi pensione
gestite dai grandi colossi statunitensi per drenare risorse e a
rimpinguare un mercato finanziario, quello statunitense, asfittico,
privo di capitale, caratterizzato da una deindustrializzazione del
territorio statunitense che lo stesso capitalismo americano ha
perseguito pervicacemente alla ricerca del massimo profitto e
dell'abbattimento del costo del lavoro, esternalizzando le produzioni e
trasformando l'intera economia statunitense in un vorace strumento
finanziario che vive dello sfruttamento e della rendita delle economie
sottomesse e scommette sul salto tecnologico costituito
dall'intelligenza artificiale e dalla bolla finanziaria costruita su
questa ipotesi.
In questo scenario l'Europa è destinata a perdere inesorabilmente,
prigioniera dei suoi processi decisionali, macchinosi e lenti, dalla
mancanza di visione strategica, dalla assoluta ignoranza dei propri
interessi, dalla mancanza di autonomia politica, dall'incapacità di
assumere e fare propria una politica di approvvigionamento energetico
che la metta al sicuro dall'attacco portato ai suoi popoli, alla loro
economia, al loro benessere.
La soluzione possibile
La soluzione possibile è indissolubilmente legata alla riscoperta del
diritto comunitario internazionale e soprattutto al rispetto del
principio "Pacta sut servanda" ripetutamente violato dagli Stati Uniti.
L'Unione europea, in nome della difesa dei popoli europei, dovrebbe
procedere all'immediata interruzione di ogni sostegno all'Ucraina, a
meno che essa non provveda ad adeguare le sue strutture e il suo
ordinamento ai principi comunitari, visto che tra le sue richieste vi è
la pretesa di adesione all'Unione. Ciò vuol dire che questo paese,
accettando il principio di autodeterminazione dei popoli, si trasformi
in Stato federale e delle autonomie che riconosce eguali diritti e
doveri a tutte le etnie e i popoli che lo compongono, a tutti i gruppi
linguistici, a tutti i gruppi religiosi, sancendo per legge il
pluralismo dell'ordinamento, in conformità con quello comunitario che
assicura l'autonomia linguistica, la libertà religiosa, la laicità dello
Stato, il rispetto dell'appartenenza etnica. Parimenti l'Unione dovrebbe
procedere ad una verifica dell'applicazione di questi principi e nei
diversi Stati che ne fanno parte e sanzionare quegli ordinamenti che li
violano, primi tra tutti i Paesi Baltici. Allo Stato ucraino dovrebbe
essere lasciata la scelta tra l'accettare queste condizioni, oppure
essere lasciato a condurre la guerra da solo contro la Russia, senza
alcuna assistenza o aiuto in armi e sostegno finanziario.
Questa scelta permetterebbe, non solo alla pace immediata ma, se
accompagnata dalla contemporanea stipula con la Russia di un rapporto di
cooperazione basato sul mutuo interesse e il ripristino degli scambi
economici e commerciali, sancito dalla stipula di idonei Trattati e
accordi, ma anche la ripresa economica in tutta l'area comunitaria. Ne
risulterebbe un indubbio reciproco vantaggio che permetterebbe
all'Europa di affrontare e contrastare la strategia di disarticolazione
della propria economia e del proprio benessere, messi in atto dagli
Stati Uniti e dagli altri competitors a livello internazionale. Per
quanto, al momento, questa strada sembra utopica, essa è la sola che
consente la presenza dell'Europa tra i grandi competitors internazionali
e quindi la nascita di un nuovo equilibrio multipolare tra le diverse
aree del mondo.
Tutto ci dice che l'ordine imperiale stabilito dagli Stati Uniti è
finito, che il "secolo americano" è ormai alle spalle, e che i nuovi
attori del panorama internazionale come la Cina e l'India, nonché i
paesi aderenti ai BRICS, si vanno imponendo sullo scenario mondiale.
Gli scricchiolii che si odono sono sempre più forti: il 23 marzo il
governo degli Stati Uniti ha dichiarato la propria insolvenza sulla base
dei bilanci consolidati del Dipartimento del Tesoro, per l'anno fiscale
2025, anche se nel quasi totale silenzio dai media, denunciando 6,06
trilioni di $ di attivi totali contro 47,78 trilioni di $ di passivi
totali al 30 settembre 2025, segno che il mondo intero non è più
disposto a permettere agli statunitensi di vivere al di sopra delle loro
possibilità. E non è un caso che gli iraniani abbiano posto come
condizione per il transito nello stretto di Hormuz il pagamento di un
pedaggio e la commercializzazione di gas e petrolio in euro o Renminbi
(il Yuan è l'unità di misura). È il primo passo per scardinare il
sistema dei petrodollari e con esso segnare la fine della posizione di
rendita su tutte le transazioni da parte statunitense.
È proprio la crisi montante dell'impero statunitense ad aprire qualche
spiraglio per l'Europa che deve ringraziare la resistenza eroica
dell'Iran che, al di la delle profonde critiche per il suo regime di
governo in campo sociale, sta infliggendo agli Stati Uniti una lezione
strategica, costringendolo a difendere prioritariamente Israele, anche
rispetto alle sue basi in Medio Oriente e screditando quindi l'ombrello
protettivo offerto agli Stati del Golfo a caro prezzo, nonché
selezionando gli obiettivi da colpire, a cominciare dalla produzione di
elio e dai data center localizzati nel Golfo, per sfruttarne le riserve
di energie, mettendo così in discussione la tenuta della bolla economica
costruita dagli USA sugli investimenti nell'intelligenza artificiale, a
causa del lievitare dei costi e della carenza delle componenti
essenziali. Tutto ciò, si noti bene, a vantaggio della Cina, la quale
anch'essa ha investito nell'intelligenza artificiale ma ha già
provveduto ad integrarne le ricadute con una messa a terra che incide e
potenzia le filiere e i processi produttivi.
È tutto questo ci dice che sarebbe questo il momento per l'Europa per
fare di tutto per chiudere la guerra d'Ucraina e ripristinare i rapporti
di partnership con la Russia. Ma è un'aspettativa e una speranza del
tutto utopica, in considerazione della composizione della classe
dirigente della quale l'Unione europea dispone. E dire che attingendo
alla sua storia l'Europa avrebbe un fulgido esempio di che cosa fare:
basterebbe ricordarsi della Defenestrazione di Praga (1618) e ripeterne
la dinamica dalle finestre di palazzo Berlaymont, a Bruxelles, sede
della Commissione, finalmente aperte.
Gianni Cimbalo
https://www.ucadi.org/2026/04/19/una-proposta-per-salvare-lunione-europea/
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