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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #13-26 - Il senso del consenso. DdL stupri: rilanciare le lotte oltre ogni strumentalizzazione (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Mon, 25 May 2026 07:58:03 +0300
Si è discusso molto in questi ultimi mesi del nuovo Disegno di legge
sulla violenza sessuale, che vorrebbe "aggiornare" la legislazione,
ormai risalente al 1996, allo scopo di identificare e definire il reato
di violenza sessuale e la relativa risposta punitiva. Un piano
strettamente legale di elaborazione della sanzione, assolutamente
estraneo all'agire femminista e transfemminista e alla prospettiva di
trasformazione sociale. ---- La questione della violenza e della cultura
dello stupro che la alimenta è centrale nella lotta contro il
patriarcato e il sessismo e certamente non è il piano legislativo quello
portatore di soluzioni, anzi. Tuttavia ragionare sul percorso che
questo DdL ha avuto negli ultimi mesi è interessante per capire come la
politica istituzionale utilizzi la questione della violenza sessuale e
come sul piano legislativo si elabori la risposta punitiva agli abusi
sessuali.
La Convenzione di Istanbul, fino dal 2011, riconosce come fondamentale
l'elemento del consenso per identificare o meno una situazione di
violenza sessuale e impone agli stati sottoscrittori di incriminare gli
atti sessuali realizzati senza consenso. L'Italia, pur avendo
sottoscritto la Convenzione nel 2013, non ha mai modificato la
legislazione relativa. Per evitare di incorrere nelle sanzioni che sono
state già inflitte a Romania e Bulgaria, l'Italia si è decisa quindi a
mettere mano alla legge del 1996.
Nel novembre scorso alla Camera veniva approvato un Disegno di legge
bipartisan, realizzato con l'accordo della maggioranza e
dell'opposizione, che prevedeva la modifica all'articolo 609 del codice
penale introducendo la dicitura di "consenso libero e attuale", vale a
dire un consenso espresso senza condizionamenti e mantenuto per tutta la
durata del rapporto: senza queste caratteristiche l'atto sessuale è da
considerare stupro. Un mutamento non irrilevante, per la centralità
attribuita al consenso.
Tutto ciò è durato pochissimo. L'accordo bipartisan partorito per
evidente scopo di vetrina appena una settimana prima del 25 novembre,
giornata internazionale contro la violenza di genere, è miseramente
andato all'aria nel giro di poco. I partiti della destra, Lega in testa,
hanno cominciato a scalpitare temendo scarse garanzie per gli imputati
di stupro: è stata paventato il rischio di inversione dell'onere della
prova ed è stato invocato il garantismo, quello che per altri imputati
non scatta mai. Nel mese di dicembre la Bongiorno si sganciava
dall'accordo bipartisan e annunciava di voler togliere gli aggettivi
"libero e attuale" per inserire "riconoscibile". Un cambiamento di
prospettiva rilevante, che toglie due aggettivi qualificanti e
relativizza il concetto di consenso. Secondo questa prospettiva il
consenso deve essere espresso in un certo modo e deve avere una qualità
tale da renderlo riconoscibile a chi pretende di fare sesso; lo
stupratore va tutelato perché in quel momento poteva essere disattento,
magari aveva qualche problema di udito, e allora niente gli si può
addebitare, semplicemente non ha capito che il consenso non c'era.
Insomma, in ambito processuale sarà giudicato non il comportamento
violento dello stupratore, ma la qualità e l'efficacia del consenso
espresso da chi ha subito violenza.
Era il mese di dicembre e subito si sono levate critiche e proteste.
L'opposizione vedeva sfumare non solo l'accordo bipartisan, ma
addirittura sfuggirle la questione, e allora provava a recuperare
protagonismo con una proposta di compromesso assolutamente demenziale,
fatta all'inizio di gennaio addirittura in ambito di Commissione
istituzionale da PD e benemerita compagnia: togliere qualsiasi aggettivo
e lasciare solo consenso. Come dire: chi se ne frega se il consenso non
è libero, se è stato estorto o manipolato, chi se ne frega se magari poi
si è cambiato idea e non si voleva più portare a termine un rapporto
sessuale che qualcun altro imponeva. L'importante è che ci sia quel
termine, anche vuoto, e che ci si possa prendere il merito di essersi
allineati con la Convenzione di Istanbul.
Ma la leghista Bongiorno, forte anche dello sbandamento
dell'opposizione, si smarcava del tutto dall'accordo bipartisan ed
elaborava un altro testo, approvato il 28 gennaio dalla Commissione
Giustizia del Senato. La questione veniva completamente capovolta, il
termine "consenso" spariva, sostituito da "volontà contraria". In
pratica chi intraprende un'azione legale per aver subito uno stupro
dovrà dimostrare di avere espresso in modo chiaro la propria
contrarietà. Dissenso invece di consenso
Allo scopo di accertare un reato di stupro la differenza è enorme.
Sottolineare la presenza del consenso significa che chi vuole avviare un
atto sessuale deve verificare che l'altra persona sia d'accordo e non
dare per scontato che ci sia disponibilità. Rovesciare i termini della
questione e puntare sul dissenso significa invece dare per scontata la
disponibilità sessuale della persona che ha subito violenza, la quale
deve dimostrare di aver espresso chiaramente la sua contrarietà o il
motivo per cui non lo ha fatto, che diventerà oggetto di esame: era
ubriaca? E quanto? Era in situazione di ricatto, di minaccia, di
subalternità, era paralizzata dalla paura? Come dimostrarlo? Per
sostenere che c'è stata violenza la donna, come ogni soggettività
abusata, dovrà dimostrare di avere resistito e di averlo fatto con
efficacia. Sta a lei, secondo il DdL Bongiorno, saper gestire un
rapporto violento, anche se si trova in una situazione di disparità,
anche se ha paura, se è minacciata, ricattata, poco cosciente. L'uomo
può tranquillamente continuare a ritenere che il corpo di una donna sia
a sua disposizione, glielo consentono millenni di patriarcato e lo
conferma la legge dei padri.
Qualcosa che purtroppo abbiamo già visto nelle aule dei tribunali e
tante volte abbiamo denunciato come violenza istituzionale, come cultura
dello stupro.
Per respingere il DdL Bongiorno sono subito scattate mobilitazioni di
piazza e iniziative varie, lanciate da NonUnaDiMeno, da vari collettivi
e da centri antiviolenza.
Ad animarsi tuttavia, in modo assolutamente incongruente, sono stati
anche i settori istituzionali dei partiti di opposizione, gli stessi che
con noncuranza irresponsabile avevano tolto dal termine consenso gli
aggettivi qualificanti. Da questi settori, affiancati dall'immancabile
apparato sindacale CGIL e dalla Rete D.i.Re, nel mese di febbraio sono
state lanciate anche iniziative pubbliche.
È stato necessario un grande sforzo per evitare fastidiose e
inaccettabili strumentalizzazioni e dare alle piazze dell'8 marzo la
forte caratterizzazione transfemminista che ha marcato quasi un decennio
di lotte, con un'analisi complessiva e un agire anti istituzionale che
ha messo al centro proprio la violenza sistemica e la cultura dello stupro.
Non è stato facile (e non dappertutto è riuscito), anche perché c'è un
mondo intermedio - quello dei centri antiviolenza istituzionali e delle
Reti Antiviolenza strutturate in grande, come D.i.Re - che in alcuni
territori si muove con disinvoltura tra sedi ministeriali, istituzioni e
movimenti. Non è stato facile ma ce l'abbiamo fatta. Ed ora è il momento
di intensificare le mobilitazioni.
L'esito del referendum di fine marzo ha indotto la destra di governo ad
ingranare momentaneamente la ridotta almeno su alcune questioni,
ritenute evidentemente meno urgenti e allo stesso tempo impopolari, come
appunto il DdL stupri, su cui si erano levate tante e decise
contestazioni. L'iter del provvedimento dunque ha avuto una variazione.
Invece di andare dritto in aula del Senato, dove l'approvazione era
calendarizzata per lo scorso 8 aprile, la Bongiorno ha ritenuto
opportuno creare un comitato ristretto e fare, a livello istituzionale,
qualche passaggio condiviso con l'opposizione. Evidentemente la
maggioranza di Governo, all'indomani immediato della batosta
referendaria, ha momentaneamente sopravvalutato un'opposizione che
invece, su questo come su altri temi, si è baloccata stupidamente col
vantaggio ricavato dal referendum, lo ha sprecato nell'immobilismo che
le è congeniale, frutto di mancanza di interesse al pur minimo
cambiamento, dimostrando ancor opportunismo e incapacità. Con il passare
dei giorni la destra ha velocemente capito che c'era ben poco da temere.
Alla prima seduta del comitato ristretto sul DdL stupri l'opposizione si
è ritrovata da sola nella trappola del dialogo coi fascisti tesa dalla
Bongiorno, che a quella riunione non si è nemmeno presentata.
Questa la miseria con cui le istituzioni hanno trattato il disegno di
legge che si dovrebbe occupare di identificare e sanzionare la violenza
in sede legale. Un balletto indegno che ha utilizzato in modo
strumentale e superficiale il concetto di consenso: l'opposizione di
governo lo ha sostenuto per pura esigenza di visibilità politica, ma ha
mostrato di considerarlo un termine senza senso; mentre la maggioranza
ha contrastato il consenso fino a farlo sparire dal testo, per marcare
l'identitarismo machista e sessista tanto caro ai fascisti.
Per noi il consenso è ben altro ed è il momento di proseguire la lotta
facendo chiaramente capire a chi ancora avesse qualche fiducia nella
soluzione istituzionale e a chi ha confidato nei poteri taumaturgici del
"no" referendario che su questa, come su moltissime questioni, altri
sono i percorsi da praticare. Per noi il consenso non è un termine vuoto.
Sul concetto di consenso il movimento femminista e transfemminista ha
costruito dibattiti, elaborazioni, ma anche sperimentazioni ed
esperienze, con l'intento collettivo di rompere quella cultura dello
stupro che significa possesso, abuso, diritto del maschio di pensare che
i corpi sono sempre a sua disposizione. Rompere questa cultura sessista
e patriarcale, educare ed educarci al consenso è difficile, richiede un
lavoro complicato, un profondo mutamento di cultura, sorretto da una
prospettiva sociale che deve essere radicalmente alternativa a quella
attuale. È proprio questo ciò per cui continuare a lottare contro e
oltre il DdL Bongiorno. Perché non sarà certo una brutta legge a fermare
la lotta transfemminista.
Il consenso è una pratica da coltivare, da adottare in tutte le
relazioni, non solo quelle sessuali, ma anche nelle modalità relazionali
più generali. È anche un modo di discutere senza prevaricazioni, di
prendere le decisioni mettendo da parte il criterio della maggioranza,
di rapportarsi a livello interpersonale e collettivo sbarazzandosi della
gerarchia. Il consenso è un modo consapevole e sicuro di fare sesso, ma
anche un modo consapevole e sicuro di stare al mondo e di pensare
concretamente un mondo diverso.
Patrizia Nesti
https://umanitanova.org/il-senso-del-consenso-ddl-stupri-rilanciare-le-lotte-oltre-ogni-strumentalizzazione/
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