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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #7-26 - L'esperienza di Greenham Common. La dirompente pratica dell'antimilitarismo femminista (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Thu, 9 Apr 2026 07:25:31 +0300
Il 5 settembre 1981, l'arrivo di una piccola delegazione di donne
gallesi ai cancelli della base aerea della Royal Air Force (RAF) a
Greenham Common non sembrava destinato a riscrivere la storia dei
movimenti sociali del ventesimo secolo. Eppure, quella che iniziò come
una marcia di protesta contro la decisione della NATO di schierare
missili nucleari cruise in territorio britannico si trasformò in
un'occupazione permanente durata diciannove anni, un esperimento di vita
comunitaria radicale e una sfida senza precedenti alle strutture del
patriarcato e del militarismo globale. Greenham Common non è stata solo
una protesta, ma un laboratorio di resistenza ecofeminista che ha
dimostrato come il corpo femminile, quando si riappropria dello spazio
pubblico e sfida la logica della distruzione totale, diventi una forza
politica dirompente capace di scardinare le fondamenta stesse dello
Stato militarizzato.
Le radici di Greenham Common affondano nel clima di rinnovata tensione
della Guerra fredda alla fine degli anni Settanta. Il 12 dicembre 1979,
la NATO adottò la cosiddetta "Dual-Track Decision", una strategia che
prevedeva l'ammodernamento delle forze nucleari in Europa in risposta
allo schieramento dei missili sovietici SS-20. In Gran Bretagna, il
governo conservatore guidato da Margaret Thatcher accettò di ospitare
novantasei missili cruise Tomahawk presso la base di Greenham Common,
nel Berkshire. Questi missili, di proprietà e controllo esclusivo degli
Stati Uniti, rappresentavano una minaccia esistenziale: non essendoci un
sistema di "doppia chiave" per il lancio, il territorio britannico
diventava un bersaglio privilegiato senza avere alcun controllo
effettivo sul proprio destino nucleare.
La reazione istituzionale fu pressoché inesistente, ma nella società
civile il dissenso iniziò a ribollire. Nel 1980, quattro amiche gallesi
- Ann Pettitt, Karmen Cutler, Lynne Whittemore e Liney Seward -
fondarono il gruppo "Women for Life on Earth". La loro visione non era
solo pacifista, ma profondamente radicata in un'etica di responsabilità
verso le generazioni future. Decisero di organizzare una marcia che
attraversasse 120 miglia (circa 193 km), partendo dal municipio di
Cardiff per raggiungere Greenham Common. La marcia iniziò con circa 40
persone, prevalentemente donne, il 27 Agosto 1981 dalla City Hall di
Cardiff per concludersi il 5 settembre 1981.
Al loro arrivo, la delegazione consegnò una lettera aperta al comandante
della base. In essa si leggeva: "Abbiamo intrapreso questa azione perché
crediamo che la corsa agli armamenti nucleari costituisca la più grande
minaccia mai affrontata dalla razza umana e dal nostro pianeta vivente".
Quando la richiesta di un dibattito televisivo con i ministri del
governo fu sdegnosamente ignorata, trentasei donne si incatenarono alla
recinzione della base, dichiarando che non se ne sarebbero andate fino
alla rimozione dei missili. Era l'inizio del Greenham Common Women's
Peace Camp.
Inizialmente, il campo era aperto a uomini e donne, ma nel febbraio 1982
la comunità prese una decisione radicale: il campo sarebbe diventato uno
spazio esclusivamente femminile. Questa scelta non fu dettata da un
separatismo ideologico astratto, ma da necessità pratiche e osservazioni
politiche sul campo. Le attiviste notarono che la presenza maschile
tendeva a polarizzare i rapporti con la polizia, innescando dinamiche di
violenza fisica che le donne preferivano evitare attraverso la
resistenza passiva. Inoltre, emerse la consapevolezza che, all'interno
di un movimento misto, le donne finivano spesso per riprodurre ruoli
domestici o subordinati, mentre in uno spazio di sole donne erano
costrette a gestire ogni aspetto della sopravvivenza, dalla politica
alla logistica.
L'esclusione degli uomini serviva anche a lanciare un potente messaggio
simbolico: la contrapposizione tra il mondo maschile delle decisioni
militari e il mondo femminile della protezione della vita. Questa scelta
trasformò Greenham in un magnete per le donne che cercavano non solo di
abolire le armi nucleari, ma di abbattere i sistemi patriarcali di
oppressione. Il campo divenne un rifugio per le donne della comunità
LGBTQIA+, offrendo una tregua dalle discriminazioni quotidiane in
un'epoca in cui le madri lesbiche rischiavano regolarmente di perdere la
custodia dei figli.
Per gestire un'occupazione che si estendeva lungo i 14 chilometri della
recinzione della base, il campo si organizzò in modo organico e non
gerarchico. Non c'erano leader; le decisioni venivano prese per consenso
attorno ai fuochi da campo. Ogni ingresso principale della base ospitava
un insediamento, identificato con un colore dell'arcobaleno per
contrastare l'estetica militare della base.
Il cancello giallo era il cuore politico ovvero fungeva da centro per i
rapporti con i media e le battaglie legali; il blu era conosciuto per
l'atmosfera "New Age", la musica e la presenza di molte donne giovani;
il verde, situato nel bosco, era considerato il più sicuro per i bambini
ed era rigidamente separatista; il viola era caratterizzato da un forte
focus religioso e spirituale; quello turchese e quello smeraldo erano
zone di espansione che collegavano gli insediamenti principali lungo il
perimetro.
La vita quotidiana era una sfida costante contro gli elementi e la
repressione. Le donne vivevano nei "bender", rifugi semisferici
costruiti intrecciando rami di nocciolo o salice e coprendoli con teli
di plastica. Senza acqua corrente, elettricità o servizi igienici, la
comunità si basava sulla solidarietà radicale. Ogni giorno le residenti
dovevano affrontare gli sgomberi forzati da parte dei "bailiffs"
(ufficiali giudiziari) che, supportati dalla polizia, gettavano i loro
pochi averi nei "muncher" (camion compattatori dei rifiuti). Questa
precarietà divenne parte integrante della loro protesta: dimostrare che
era possibile vivere con quasi nulla pur di opporsi alla distruzione
suprema rappresentata dal nucleare.
Greenham Common ha rivoluzionato il linguaggio della protesta attraverso
l'uso di simboli tratti dalla vita domestica e dalla natura,
ri-significandoli come strumenti di guerra psicologica e politica. La
recinzione militare, simbolo di esclusione e segretezza, fu trasformata
in una galleria d'arte a cielo aperto.
Uno dei simboli più potenti fu la ragnatela. Le donne tessevano
ragnatele di lana colorata attraverso i cancelli e sulle recinzioni, a
simboleggiare l'interconnessione della vita e la fragilità che, se
unita, diventa forza. Attaccavano alla rete metallica fotografie dei
propri figli, vestiti da neonati, fiori, nastri e persino un abito da
sposa, contrapponendo la "materialità della vita" all'astrattezza della
morte nucleare custodita all'interno.
Il 12 dicembre 1982 segnò una delle azioni più iconiche nella storia del
pacifismo mondiale: "Embrace the Base" (Abbraccia la base). Oltre 30.000
donne, mobilitate attraverso una meticolosa rete telefonica e postale,
circondarono l'intero perimetro della base tenendosi per mano. In un
silenzio rotto solo dai canti, le manifestanti dimostrarono che la
determinazione pacifica poteva letteralmente "cingere" la macchina militare.
L'anno successivo, il 1° aprile 1983, circa 70.000 persone formarono una
catena umana di 14 miglia che collegava Greenham Common con la fabbrica
di testate nucleari di Aldermaston e l'impianto di Burghfield. Queste
azioni non erano solo dimostrazioni di numeri, ma performance collettive
destinate a risvegliare la coscienza pubblica sulla capillarità del
complesso militare-industriale nel territorio britannico.
La creatività militante di Greenham si spingeva spesso oltre i limiti
della legalità, entrando nel campo della disobbedienza civile radicale.
La notte di Capodanno del 1983, 44 donne scalarono le recinzioni e
danzarono per ore sopra i silos in costruzione destinati ai missili,
cantando canzoni di pace sotto gli occhi increduli dei soldati. Questo
atto ridicolizzava l'idea di "sicurezza" della base: se un gruppo di
donne disarmate poteva violare il cuore del santuario nucleare, allora
l'intera narrazione della difesa nazionale era una menzogna.
Le donne praticavano regolarmente il "keening", un lamento funebre
tradizionale ululato che disorientava e innervosiva le guardie. Si
travestivano da animali - come durante il celebre "Teddy Bear's Picnic",
quando invasero la base vestite da orsacchiotti - per evidenziare
l'assurdità della violenza di Stato contro la vita civile. Quando
venivano arrestate, praticavano la "non-collaborazione passiva",
rendendo i propri corpi molli e pesanti per costringere gli agenti a
faticare enormemente per spostarle.
La forza di Greenham risiede nelle migliaia di storie individuali che si
sono intrecciate nel fango del Berkshire. Le testimonianze delle
attiviste rivelano un mix di paura, euforia e determinazione incrollabile.
Mary Millington ricorda: "Il comune stesso era bellissimo: betulle,
farfalle; ma la bruttezza della potenza militare era scioccante... era
lì che costruivano i silos. Vivere al campo mi ha dato una relazione
profonda con l'esterno, con il sole, la luna e il tempo atmosferico".
Per molte, l'esperienza a Greenham fu un rito di passaggio verso
l'empowerment: "Ho fatto molti discorsi pubblici, cosa che non avevo mai
fatto prima, in una Manchester Town Hall gremita e persino sul Pyramid
stage a Glastonbury".
Rebecca Johnson, una delle figure storiche del campo, racconta la
durezza della repressione: "La polizia mi arrestò e mi trascinò dentro
la base... era un periodo terribile quando arrivarono i primi missili
nel novembre 1983". Nonostante l'arrivo dei cruise, la resistenza non si
spezzò. Le donne intensificarono il monitoraggio dei convogli
missilistici che tentavano di uscire dalla base per esercitazioni
notturne. Attraverso il gruppo "Cruisewatch", i convogli venivano
tracciati, bloccati e fotografati, impedendo alla base di operare nel
segreto.
La risposta dello Stato non fu solo giudiziaria, ma incluse forme di
violenza fisica e psicologica estrema. Oltre alle percosse durante gli
sgomberi, nel 1984 iniziarono a emergere rapporti inquietanti sull'uso
di armi a radiofrequenza contro le donne. Molte residenti denunciarono
sintomi anomali: emicranie acute, vertigini, sonnolenza inspiegabile,
nausea, ronzii intracranici e persino paralisi temporanee. Un'indagine
condotta dalla Medical Campaign Against Nuclear Weapons rilevò livelli
di radiazione elettromagnetica ben al di sopra del fondo ambientale
vicino ai campi delle donne in momenti di particolare tensione politica.
Sebbene le autorità abbiano sempre negato l'uso deliberato di microonde
o infrasuoni, le prove documentate suggeriscono che la base possa aver
testato tecnologie di controllo della folla su una popolazione civile
composta da donne disarmate. Questo capitolo di Greenham sottolinea
quanto la sfida femminista fosse percepita come una minaccia
esistenziale dal sistema militare, tanto da giustificare l'uso di
tecnologie belliche sperimentali contro di essa.
L'onda d'urto di Greenham Common non si fermò alle scogliere della
Manica. Il modello del "Women's Peace Camp" si diffuse in tutto il
mondo, da Seneca Falls negli Stati Uniti a Madrid, fino alla Sicilia. In
Italia, la decisione di ospitare 112 missili cruise presso l'aeroporto
Magliocco di Comiso scatenò una reazione speculare.
Nel marzo 1983, ispirate dalle compagne inglesi, un gruppo di femministe
fondò il campo di pace "La Ragnatela" proprio di fronte alla base di
Comiso. Come a Greenham, la scelta fu quella del separatismo per
denunciare il nesso tra violenza maschile, patriarcato e militarismo.
Agata Ruscica, una delle fondatrici, descrive lo "spaesamento" delle
manifestazioni miste dominate dai partiti, dove le istanze delle donne
venivano soffocate. "La Ragnatela" divenne uno spazio di autocoscienza e
azione diretta, dove le donne siciliane, insieme ad attiviste arrivate
da tutta Europa e oltreoceano, tessevano ragnatele di lana colorata. "La
Ragnatela" simboleggiava la rete di relazioni, la solidarietà femminile
e l'impegno a "imbrigliare" la guerra e i missili. Il documento "Contro
il nucleare e oltre", redatto dalle femministe catanesi, evidenziava
come la guerra non fosse che l'estensione suprema della violenza
quotidiana subita dalle donne: "Aggressione, conquista, possesso,
controllo di una donna o di un territorio fa lo stesso". Questa analisi
intersezionale collegava la lotta contro i missili alla lotta contro lo
stupro e lo sfruttamento, rendendo il femminismo antimilitarista una
minaccia globale all'ordine.
Nonostante la vita dura al campo, le donne di Greenham non rinunciarono
mai ai canali formali per sfidare lo Stato. Nel 1983, un gruppo di
manifestanti lanciò la causa legale Greenham Women Against Cruise
Missiles vs. Reagan presso la corte federale degli Stati Uniti a New
York. Sostenute dal Center for Constitutional Rights, le donne
argomentarono che lo schieramento dei missili violava la Costituzione
americana e il diritto internazionale, mettendo a rischio la vita di
milioni di persone senza il consenso del Congresso.
Sebbene la causa non abbia fermato materialmente l'installazione, essa
servì a internazionalizzare il conflitto e a mettere in imbarazzo le
amministrazioni Thatcher e Reagan. La pressione costante esercitata dai
campi di pace in tutta Europa, unita ai mutamenti geopolitici
nell'Unione Sovietica con l'ascesa di Gorbachev, portò infine alla firma
del Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces) nel 1987.
I missili cruise iniziarono a lasciare Greenham Common nel 1989 e
l'ultimo ordigno fu rimosso nel marzo 1991, sia a Greenham che a Comiso.
Fu una vittoria straordinaria per un movimento che era stato deriso come
"fringe" (marginale) e composto da "streghe e comuniste". Tuttavia, il
campo non chiuse immediatamente. Le donne rimasero per altri nove anni
per protestare contro il programma britannico Trident e per assicurarsi
che la base non venisse mai più utilizzata per scopi nucleari. Il 5
settembre 2000, diciannove anni dopo l'inizio della marcia, il campo
chiuse definitivamente per fare spazio a un sito storico commemorativo.
L'impatto di Greenham Common non può essere misurato solo in termini di
trattati firmati o basi smantellate. La sua eredità risiede nella
trasformazione radicale della prassi politica femminista. Greenham ha
dimostrato che il femminismo, quando passa all'azione nel campo
antimilitarista, non si limita a chiedere inclusione nel sistema, ma ne
contesta la logica stessa.
Il patriarcato ha storicamente utilizzato il concetto di "cura" per
confinare le donne nella sfera privata. Greenham ha ribaltato questo
paradigma, trasformando la cura in una forma di resistenza pubblica e
bellicosa. Prendersi cura del pianeta, dei propri figli e del futuro
comune è diventato l'atto più politico possibile, giustificando la
violazione dei confini militari e la distruzione della proprietà
statale. Questa "maternità militante" non era un ritorno alla
tradizione, ma una sua radicale politicizzazione.
Greenham è stato il precursore di ciò che oggi chiamiamo "craftivism" -
l'uso del lavoro manuale e domestico come forma di protesta. Le tecniche
di comunicazione orizzontale, la leadership collettiva e il rifiuto
delle gerarchie maschili hanno influenzato generazioni di movimenti
successivi.
La storia di Greenham Common ci insegna che il potere militare, per
quanto immenso e armato di testate nucleari, è intrinsecamente fragile
di fronte a una resistenza che ne rifiuta i codici. I soldati e i
poliziotti sapevano come gestire un esercito nemico, ma non sapevano
come gestire migliaia di donne che ridevano di loro, che cantavano
davanti ai cannoni e che tessevano fili di lana su recinzioni elettrificate.
Il femminismo antimilitarista è dirompente perché toglie al potere la
sua risorsa più preziosa: il consenso e la paura. Rifiutando di essere
"protette" da armi che minacciano la distruzione totale, le donne di
Greenham hanno rivendicato la propria agenda politica e hanno dimostrato
che il conflitto non deve necessariamente essere solo distruttivo per
essere efficace.
Greenham Common rimane una testimonianza del fatto che quando le donne
decidono che la vita vale più della sovranità nazionale o della potenza
tecnologica, non c'è recinzione che possa tenerle fuori e non c'è
silenzio che possa soffocare il loro canto. Ha fatto in modo che da una
lotta specifica si creasse uno spazio di ripensamento di sé dell'agire
comunitario e della realtà data come immutabile. La loro lotta ha
segnato il passaggio da un femminismo di rivendicazione a un femminismo
di trasformazione totale, capace di guardare negli occhi il mostro della
guerra e di iniziare, con un semplice filo di lana, a smontarlo pezzo
per pezzo.
Cristina
https://umanitanova.org/lesperienza-di-greenham-common-la-dirompente-pratica-dellantimilitarismo-femminista/
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