|
A - I n f o s
|
|
a multi-lingual news service by, for, and about anarchists
**
News in all languages
Last 30 posts (Homepage)
Last two
weeks' posts
Our
archives of old posts
The last 100 posts, according
to language
Greek_
中文 Chinese_
Castellano_
Catalan_
Deutsch_
Nederlands_
English_
Francais_
Italiano_
Polski_
Português_
Russkyi_
Suomi_
Svenska_
Türkurkish_
The.Supplement
The First Few Lines of The Last 10 posts in:
Castellano_
Deutsch_
Nederlands_
English_
Français_
Italiano_
Polski_
Português_
Russkyi_
Suomi_
Svenska_
Türkçe_
First few lines of all posts of last 24 hours
Links to indexes of first few lines of all posts
of past 30 days |
of 2002 |
of 2003 |
of 2004 |
of 2005 |
of 2006 |
of 2007 |
of 2008 |
of 2009 |
of 2010 |
of 2011 |
of 2012 |
of 2013 |
of 2014 |
of 2015 |
of 2016 |
of 2017 |
of 2018 |
of 2019 |
of 2020 |
of 2021 |
of 2022 |
of 2023 |
of 2024 |
of 2025 |
of 2026
Syndication Of A-Infos - including
RDF - How to Syndicate A-Infos
Subscribe to the a-infos newsgroups
(it) Italy, FdCA, IL CANTIERE #39 - "Ci sono giorni che pesano come macigni"... - Alternativa Libertaria/FdCA (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Thu, 25 Dec 2025 08:04:06 +0200
Il sistematico genocidio della popolazione civile palestinese ad
opera del governo israeliano e dell'IDF, si realizza nella quasi totale
subalternità dei governi dell'Unione Europea ai voleri non negoziabili
dell'imperialismo statunitense. Gli USA sono infatti il principale
sostenitore del governo di Israele, delle sue mire espansionistiche e
dei suoi crimini conseguenti in una delle aree più infuocate del
pianeta. Questi intenti di sanguinoso dominio imperialista non avevano
finora trovato un'opposizione di massa così come si è manifestata in
questi giorni in Europa, nel mondo e anche nel nostro paese, laddove
mobilitazioni inizialmente episodiche sono andate assumendo
caratteristiche inedite per la quantità, la qualità e la diffusione
delle proteste.
Nel nostro paese la cartina al tornasole di queste mobilitazioni
sono stati tre scioperi generali che si sono susseguiti in sole due
settimane: il primo, è stato frettolosamente indetto dalla CGIL per
il 19 settembre us senza porsi il problema di convergere con quello già
indetto da alcune organizzazioni del sindacalismo di base per il
successivo 22. Ma la decisione della CGIL di muoversi in autonomia si
è rilevata inopportuna facendo sì, anche per i limiti imposti dalla
legge 146/90, che sullo sciopero del 22 convergessero numerose
iscritte e iscritti alla CGIL registrando così un indiscutibile successo
di quella mobilitazione, oltre a significative manifestazioni in
numerose piazze d'Italia.
Infine lo sciopero del 3 di ottobre, che ha visto oltre alla
rinnovata partecipazione delle sigle del sindacalismo di base anche
quella della CGIL, che questa volta non ha potuto ignorare la forte
volontà unitaria interna scaturita dallo sciopero del 22, dando luogo a
una mobilitazione così come non si verificava da decenni caratterizzata,
soprattutto, da una grande e diffusa presenza delle giovani generazioni,
di studentesse, di studenti e, in generale, del mondo della scuola, una
mobilitazione che il giorno dopo è stata confermata in tutta la sua
vastissima estensione dalla manifestazione nazionale unitaria del 4
di ottobre a Roma.
"Piazze piene urne vuote"
Questa celebre esternazione di Pietro Nenni, autorevole dirigente
del PSI (Partito Socialista Italiano), pronunciata all'indomani della
sconfitta del "Fronte Popolare" alle elezioni politiche dell'aprile del
1948, è stata da più parti stucchevolmente rievocata in occasione delle
recenti mobilitazioni contro il genocidio operato in Palestina da parte
del governo Netanyahu, mobilitazioni che si sono distinte per
un'elevatissima e inedita partecipazione soprattutto giovanile, alla
quale viene artatamente contrapposta la crescente "fuga dalle urne",
così come le recenti tornate delle elezioni regionali hanno dimostrato
in ultimo anche in Toscana, dove ha votato il 47,73% delle aventi e
degli aventi diritto.
L'esternazione di Nenni fu la conseguenza di una sconfitta storica,
non solo elettorale ma soprattutto politica dove il disappunto, la
disillusione e lo scoramento primeggiarono sui contesti nei quali questa
sconfitta maturò, soffermandosi invece solo sulle apparenze secondo la
più genuina e omissiva prassi riformista. Infatti, se alle elezioni
politiche dell'aprile del 1948 le piazze piene erano indubbiamente
quelle del "Fronte Popolare" costituito dall'unità PSI - PCI (Partito
Comunista Italiano), un'unità per altro alquanto controversa, le urne
dell'epoca non potevano certo dirsi svuotate dato che alle medesime
elezioni votò il 92,19% delle aventi e degli aventi diritto e la DC
(Democrazia Cristiana) da sola, ottenne quasi la maggioranza assoluta
dei voti.
Quindi la citazione del Nenni, per quanto "a effetto", rimase
fortemente condizionata da una sorta di "giustificazionismo" proprio
perché il problema rilevante non era certo "l'astensionismo" in se, ma
il fatto che la "gente" all'epoca continuava in massa a votare DC.
L'attuale movimento contro la guerra e la fuga dalla urne
L'abbiamo fatta un poco lunga perché a distanza di oltre 77 anni
dai fatti sopra accennati c'è ancora chi, evidentemente, utilizza
antichi e suggestivi espedienti da contrapporre al manifestarsi di un
movimento sociale e di massa inedito, che torna a esprimere in Italia e
in numerosissimi altri paesi, contenuti politici dichiaratamente e
intelligentemente sovversivi, cosa che non si manifestava da svariate
decine di anni. Ma, di contro, c'è anche chi ritiene di voler
canalizzare queste spinte sociali e, perché no, anche di classe, nelle
istituzioni centrali e periferiche dello stato per farsene portavoce
lamentando che, proprio la mancanza di un'autorevole sponda politica
attiva nelle istituzioni, avrebbe contribuito alla fuga dalle urne, alla
crisi della rappresentanza e della democrazia, in una superficiale
valutazione del fenomeno "astensionista" quale fenomeno sociale, che
uniforma gli schieramenti politici parlamentari. La mancanza di una
sponda elettorale esprime e limita anche la strategia compiuta di
innumerevoli organizzazioni e componenti politiche della nuova sinistra
anche nelle sue componenti storiche più radicali, volte a ricostituire
una presenza soprattutto nel parlamento della repubblica, laddove sono
assenti dal lontano 2008. Crediamo allora che sia il caso di superare
quella che riteniamo una paralizzante deriva istituzionale, avviando
un'obiettiva riflessione politica anche tra chi la sostiene
elettoralmente ma, per farlo, è necessario partire dalla radice dei
fenomeni evitando di scaricare le responsabilità dei propri storici
insuccessi sull'astensionismo.
La crisi della democrazia borghese e delle sue istituzioni è un
fenomeno internazionale, strettamente connesso ai grandi processi di
ristrutturazione produttiva intrapresi in questi ultimi decenni dal
capitale nella cornice dell'emergere di nuove potenze, che hanno
accresciuto la competizione imperialista per il controllo del mercato
mondiale. Le guerre, oltre 50 in tutto il pianeta, costituiscono
l'espressione di un conflitto mondiale combattuto "a pezzi" e tendono
sempre più a generalizzarsi, intrecciandosi anche con i conflitti
commerciali tra potenze entrati in una fase acuta e ormai
dichiaratamente endemica, dove sempre più si impongono i rapporti di
forza militari che stracciano il diritto internazionale: la NATO ha più
autorevolezza dell'ONU; la Corte Penale Internazionale è ridotta
all'impotenza dal potere sanzionatorio USA. l'Unione Europea vede le sue
disarticolate componenti imperialiste giocare partite "nazionali" ormai
consunte, dove si afferma il più forte che, come la Germania, ritiene di
far fronte alla propria crisi economica riesumando politiche di riarmo,
anche a scapito delle altre componenti dell'Unione le quali, come
l'Italia, sono messe peggio di lei e comunque, tutte, si ritrovano
costrette a una subalternità economica e politica agli USA che intendono
far fronte al proprio irreversibile declino a scapito della UE e la sua
diplomazia divisa e impotente, riunita solo dalla necessità di non
irritare ulteriormente l'interlocutore statunitense, accettando le
sue condizioni peraltro non negoziabili in materia di acquisto di
armamenti e di energia, di dazi e di altri protezionismi erti difesa
dell'economia USA, in una dimensione che si concreta nel fomentare il
conflitto con la Russia ben oltre la guerra in Ucraina. Tutto ciò per
giustificare le politiche di riarmo condotte nell'interesse dei
produttori di armamenti europei e, soprattutto, statunitensi.
In altre e più semplici parole: l'UE dovrà quindi pensare alla
Russia a sue spese, vale a dire scaricando i costi del riarmo sulla
spesa pubblica, proprio per consentire agli USA di occuparsi della Cina.
A tutte queste dinamiche del capitale e dei suoi assetti economici,
politici e istituzionali, si è contrapposta anche in Italia una
un'agitazione sistematica e capillare che ha prodotto una rinnovata e
diffusa consapevolezza circa lo sterminio della popolazione civile in
Palestina, le politiche del riarmo condotte a spese delle classi
subalterne e, in generale, contro le guerre imperialiste, al conseguente
militarismo che s'impone nell'intera società e, soprattutto, nel sistema
di istruzione di ogni ordine e grado. Ma questo movimento di massa non
ha coinvolto solo strati indistinti di popolazione ma anche lavoratrici,
lavoratori e rilevanti settori del movimento studentesco e giovanile.
Un movimento di massa che, sia pure con inevitabili contraddizioni,
sta dimostrando una crescita, sia pure minoritaria, di alcune sue
componenti più consapevoli: cresce infatti la consapevolezza e l'urgenza
di contrastare il capitalismo nelle sue politiche padronali e
governative legandole alla difesa degli interessi di classe. Da qui la
necessità di articolare proposte di lotta unitarie coinvolgendo
stabilmente il mondo del lavoro e alcune categorie che, come la scuola
di ogni ordine e grado si è distinta, in tutte le sue componenti, per la
partecipazione alle recenti mobilitazioni. Se poi questa diffusa
partecipazione esprime strati sociali e di classe minoritari ma non più
irrilevanti, che rifuggono le istituzioni e la scelta elettorale è
allora essenziale cogliere l'indicazione che queste componenti
esprimono, vale a dire: rafforzare, coordinare e organizzare le
consapevolezze che si stanno diffondendo tra il movimento di lotta
contro le guerre per estendere il conflitto sociale, saldando la difesa
degli interessi materiali delle classi subalterne ognuno contro la
borghesia del proprio paese, per tornare a vincere. In questa
direzione il lavoro da fare è ancora molto, ma solo così potremo
concretamente saldare gli interessi immediati delle classi subalterne
con quelli storici del proletariato mondiale, in una lotta
internazionalista per il superamento del sistema capitalistico, contro
tutte le guerre indotte dall'imperialismo, per la pace e la liberazione
dell'umanità e l'ambiente che la circonda.
"Palestina libera dal fiume al mare"
E' lo slogan forse più gridato in tutte le più recenti
manifestazioni da vaste istanze giovanili ed esprime un sincero anelito
di libertà. Lo stesso concetto esprime una validità anche nei confronti
della guerra in Ucraina e di tutti i conflitti conseguenti al dominio
che il sistema di produzione capitalista esercita sull'intero pianeta,
proprio perché la guerra è una sua ineliminabile conseguenza. Ma gli
slogan devono essere "presi" per quello che sono in quanto non possono
certo assumere il ruolo di analisi politiche compiute, e non si può e
non si deve pretendere che schiere di adolescenti che si affacciano per
la prima volta alla politica invece di gridare la propria rabbia contro
un genocidio e il sistema economico, politico e istituzionale che
consapevolmente lo scatena, vadano prima a documentarsi al riguardo
magari proprio dalle fonti che lo apologizzano che, almeno in questa
fase, sono sommerse da una generale opposizione di massa.
Ma quale resistenza e quale libertà si prospettano realisticamente
per la Palestina? Quali per l'Ucraina, per la Libia o per il Sudan e per
tutte le realtà devastate dalle guerre combattute nella cornice
imperialista dello scontro tra potenze? Quali i precedenti storici a cui
fare riferimento? Una libertà che si afferma in quella "unità di
popolo", così come andò definendosi nei processi di decolonizzazione che
si dispiegarono fin dal secondo dopoguerra dall'Asia all'Africa fino
all'America Latina?
E quali furono le forze sociali egemoni che assunsero il potere in
quelle transizioni, costruendo regimi che affrancandosi
dall'imperialismo USA caddero sotto il dominio dell'imperialismo
dell'allora URSS o di potenze territoriali che, come la Cina, stavano
evolvendo verso un capitalismo ancora fragile e incompiuto? In un
modesto editoriale non è certo possibile fornire risposte esaustive a
domande così complesse: torniamo a sottolineare che l'imperialismo non
impiega solo armamenti ed eserciti per esportare, estendere e garantire
i propri investimenti capitalistici nelle rispettive aree di interesse:
l'imperialismo esporta anche gli assetti del proprio dominio istituzionale.
E' importante ricordare, quale contributo alla riflessione sulla
Palestina, l'intera vicenda della decolonizzazione del Vietnam laddove,
ci sia concessa l'estrema semplificazione, le componenti di una vivace
borghesia nazionale che si poneva alla guida del popolo vietnamita si
affermarono, grazie al sostegno dell'URSS, in una realtà sociale
disfatta da una lotta ventennale e vittoriosa contro le potenze
colonizzatrici dando vita a un regime che, affrancato dall'imperialismo
USA, assunse i contenuti del "socialismo reale", quale
configurazione di un nuovo modello di sfruttamento capitalistico delle
classi subalterne, che perpetrava il proprio dominio con la dittatura
del partito unico su modello sovietico.
Anche in quel caso storico la concezione di popolo mascherava la
dura ma realistica realtà dei rapporti di forza tra le classi sociali,
che vedevano nella borghesia vietnamita la classe egemone che avrebbe
assunto il potere in forme istituzionali diverse dalle precedenti, che
comunque perpetravano lo sfruttamento capitalistico sia pure ammantato
dal falso socialismo.
L'intera vicenda del Vietnam vide, fino alla metà degli anni '70
del secolo scorso, una poderosa opposizione all'aggressione Usa che
coinvolse una grandissima partecipazione anche giovanile che
indubbiamente contribuì a concludere la guerra.
Ma questa vittoria non fornì le risposte che questo poderoso movimento
esprimeva in una prospettiva di liberazione: anche in quel caso
mancarono le premesse e primeggiarono i rapporti di forza tra le classi
che videro l'emergere di un nuovo regime capitalistico.
Una conclusione: prima delle risposte formuliamo le domande opportune
Si dirà che "variano i contesti" e certamente ne conveniamo: ma
anche in Palestina i rapporti di forza tra le classi interne al popolo
palestinese tirano nel senso dell'egemonia di fazioni borghesi per altro
divise in componenti nazionaliste, che oscillano tra laicità e
fondamentalismo reazionario, oppressivo e oscurantista, esercitando
comunque il proprio contraddittorio dominio su di una classe
subalterna disfatta da una antica guerra sanguinosa e, soprattutto,
totalmente priva di rappresentanza politica e sindacale. Allora: in
questa situazione quale libertà si prospetta per la Palestina? Prima
ancora delle risposte che è necessario fornire è la formulazione delle
domande a essere importante e, avviandoci verso la conclusione di questo
nostro editoriale, affermiamo che non ci appassiona la discussione
polarizzata tra uno o due stati, in un' alternativa che comunque non
consentirebbe la difesa degli interessi del proletariato palestinese
(continuiamo a usare questa definizione perché la riteniamo
attualissima), in una prospettiva di emancipazione dal capitalismo che,
rimanendo alquanto irrealistica dati i contesti attuali, non ne
cancella la sua inevitabile portata internazionalista.
Continuiamo a credere e a proporre che l'unità del proletariato e
la sua emancipazione avversa le barriere nazionali e nazionaliste e che,
per quanto la proposta internazionalista di unità delle lavoratrici e
dei lavoratori di tutto il mondo sia l'unica in grado di scongiurare la
guerra, è un processo di costruzione che deve essere urgentemente e
realisticamente iniziato, soprattutto per coinvolgere le giovani
generazioni.
https://alternativalibertaria.fdca.it/
________________________________________
A - I n f o s Notiziario Fatto Dagli Anarchici
Per, gli, sugli anarchici
Send news reports to A-infos-it mailing list
A-infos-it@ainfos.ca
Subscribe/Unsubscribe https://ainfos.ca/mailman/listinfo/a-infos-it
Archive http://ainfos.ca/it
- Prev by Date:
(it) Czech, [Ukraine]: Mobilitati con la forza e poi uccisi dai droni. La logica omicida della guerra in azione (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
- Next by Date:
(it) Italy, FAI, Umanita Nova #32-25 - Smascherare repressione e speculazioni. Eni vuole sgomberare C.S. La Fornace (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
A-Infos Information Center