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(it) Italy, FdCA, IL CANTIERE #39 - Violenza di genere e patriarcato non c'è rivoluzione senza femminismo, non c'è femminismo senza rivoluzione - Stefania Baschieri (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Tue, 23 Dec 2025 07:46:01 +0200
Il 25 novembre è la giornata internazionale per l'eliminazione della
violenza contro le donne. ---- Nonostante decenni di battaglie,
movimenti di piazza, trattati internazionali e campagne di
sensibilizzazione, la violenza contro le donne, purtroppo, rimane un
fenomeno strutturale: ancora oggi una donna su tre nel mondo subisce
violenza (dati OMS) e questo potrebbe essere persino un dato
sottostimato perché la violenza maschile contro le donne è un fenomeno
multiforme e spesso sommerso.
Infatti la violenza di genere assume molteplici forme -fisica,
economica, psicologica, sessuale- spesso subdole e difficili da
identificare. Quel che è invece certo è che alla base di queste
manifestazioni c'è sempre lo stesso meccanismo: un sistema di
prevaricazione maschile che punta a mantenere il controllo ed il potere,
negando alle donne diritti, autonomia e dignità.
La violenza di genere è un fenomeno complesso e profondo radicato
nella nostra cultura e società che colpisce donne di ogni età, etnia,
livello di istruzione o classe sociale: non esiste una "vittima tipo"
anche se ovviamente ci sono fattori che possono rendere alcune donne più
a rischio come la povertà, l'età, la disabilità, o il fatto di avere un
background migratorio. Alla base di questa violenza, ci sono,
sicuramente, i ruoli di genere e gli stereotipi che li accompagnano che
hanno creato una gerarchia tra uomini e donne che vede i primi in una
posizione di potere e controllo relegando le donne a ruoli subordinati.
Questo sistema ha un nome: patriarcato
Il patriarcato non è un retaggio del passato, ma un meccanismo ancora
profondamente radicato nella nostra società e continua a manifestarsi in
molti modi che vanno dalla violenza di genere alla disparità salariale,
passando per stereotipi culturali e sociali duri a morire come quello
che vede la donna come "naturalmente" sottomessa e predisposta per tutte
le attività necessarie al mantenimento della vita: lavoro domestico,
cura, educazione, rigenerazione della forza lavoro ecc...
Patriarcato e Capitale:
una relazione strutturale
Il patriarcato e il capitalismo sono intrecciati in modo
strutturale, con il capitale che ha integrato e rimodellato le logiche
patriarcali preesistenti per adattarle alle sue esigenze in una
relazione di mutua dipendenza che si esprime tanto nella sfera economica
quanto nelle dinamiche sociali.
La divisione di genere del lavoro e la subordinazione delle donne
non sono elementi paralleli al capitale, ma costitutivi del suo
funzionamento. In particolare il lavoro riproduttivo e di cura
tradizionalmente svolto dalle donne è stato "invisibilizzato",
presentandolo come "naturale" o legato all'affetto, ed anche questo
diventa una forma di violenza più subdola che cerca di negare come
queste attività siano invece una parte indispensabile del ciclo
produttivo capitalista.
Rendere quindi visibile la riproduzione sociale e riconoscerne il
valore significa disarmare una delle fondamenta del patriarcato e del
capitale, significa portare alla luce un aspetto significativo della
violenza contro le donne.
E' necessario ribadire con forza il legame tra capitalismo e
patriarcato e che quest'ultimo non sarà sconfitto fintanto che esisterà
il modello capitalistico, anche per non lasciare spazio ad atteggiamenti
e considerazioni come quelle fatte dal ministro Valditara che ha
dichiarato che: " il patriarcato non c'è più, le violenze sessuali
aumentano a causa dell'immigrazione", continuando con il discorso
fazioso e intriso di razzismo che accompagna l'azione di questo governo.
Secondo Valditara il patriarcato sarebbe scomparso da anni, in
particolare con la riforma del diritto di famiglia del 1975, e quindi si
dovrebbe smettere di far finta di non vedere come "la violenza sessuale
sia legata a fenomeni di marginalità discendenti dall'immigrazione
illegale". Peccato che pochi mesi dopo l'approvazione di tale legge fu
commesso uno dei più efferati femminicidi conosciuto come il massacro
del Circeo e furono degli italianissimi figli della "buona borghesia"
romana a commetterlo.
Affermazioni di questo tipo rispecchiano perfettamente la
propaganda di un governo razzista che, anziché affrontare la violenza di
genere alla radice attraverso programmi di Welfare che incentivino
l'autonomia delle donne, asili nido, congedi di maternità equi per
entrambe le figure genitoriali, soluzioni concrete per l'uscita da
situazioni di violenza domestica, programmi educativi nelle scuole e non
solo, implementazione dei consultori sul territorio, è invece impegnato
a promuovere soluzioni securitarie e politiche per la natalità, a negare
di fatto il diritto all'aborto ad un numero sempre crescente di donne e
a chiudere i confini. Anche nei media la rappresentazione della
violenza sessuale è soprattutto quella fisica, esplicita e visibile,
spesso perpetrata da estranei, in circostanze fortuite. Ma questa è una
narrazione che vuole far passare la violenza di genere come un fatto
occasionale, magari evitabile con comportamenti "adeguati" quasi
colpevolizzando la vittima. Al contrario la maggioranza delle
violenze viene compiuta da partner ed ex partner, amici, parenti,
conoscenti, dunque in contesti in cui la vittima si sentiva al sicuro:
proprio quello che il commento del ministro Valditara voleva mistificare.
Anche la stessa presidente del consiglio cerca di creare
connessioni tra immigrazione e violenza di genere legittimando una vera
e propria propaganda razzista. Simili affermazioni non sono nuove, e non
appartengono solo a questo governo, ma sono il frutto e la dimostrazione
del ruolo predominante che la storia coloniale italiana gioca ancora
oggi nella nostra società. Paragonare l'immigrato ad uno stupratore è
solo uno dei tanti meccanismi di disumanizzazione delle persone non
bianche, con l'intento di identificare "l'altro" come pericoloso nemico
e quindi giustificarne la discriminazione e lo sfruttamento.
Femminismo e lotta di classe
In questo 25 novembre ancora una volta è fondamentale sottolineare
come la violenza di genere è frutto di un modello patriarcale
profondamente radicato e al contempo anche una questione di classe.
Il femminismo intersezionale ci insegna che non siamo tutte uguali
proprio perché la violenza di genere si colloca all'intersezione della
violenza di classe e a sua volta, a questa intersezione, per le donne
non bianche, per esempio, si aggiunge la violenza razzista.
L'approccio intersezionale diventa quindi essenziale per
comprendere meglio le dinamiche di potere e ricercare, quindi, risposte
comuni: oppressioni di genere, razza e classe si intrecciano nei sistemi
di sfruttamento capitalista e le lotte che si originano da queste
oppressioni non possono essere considerate battaglie parallele, ma
convergenti.
Le condizioni di sfruttamento lavorativo, la disparità dei salari,
la condizione di subordinazione in cui si trovano molte donne,
soprattutto quelle povere e razzializzate rende più difficile sfuggire a
situazioni di violenza, domestica e non, ed è per questo che non può
esistere una lotta femminista che non sia anche, necessariamente, lotta
di classe e antirazzista perché oggi più che mai è attuale dire che non
c'è rivoluzione senza femminismo, non c'è femminismo senza rivoluzione.
In conclusione, che le donne siano vittime di un sistema
patriarcale non è una fantasia o un'opinione a cui credere o meno: è il
dato fondamentale da cui il femminismo deve partire per la sua analisi
e, soprattutto, per l'elaborazione di un piano di lotta, e considerando
che questa violenza è riprodotta continuamente dal sistema, non si
tratta semplicemente di riformarlo e magari di ottenere alcune leggi più
favorevoli, ma di abbatterlo e cambiarlo per stroncare alla radice la
riproduzione della cultura patriarcale e maschilista che ha come suo
prodotto più brutale il femminicidio.
https://alternativalibertaria.fdca.it/
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