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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #32-25 - Fronti di lotta da ricongiungere. Taranto - dalla fabbrica al territorio (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Tue, 23 Dec 2025 07:45:54 +0200
Affrontare la realtà di Taranto non è semplice. Significa analizzare
quello che può essere considerato un laboratorio di oppressione
capitalista e militare, in cui sono presenti germogli di un conflitto
che fatica a esplodere. ---- Per decifrare la bassa conflittualità che
da anni caratterizza Taranto è necessario smontare il mito della sua
"vocazione industriale" e cercare di capire la stratificazione che si è
andata a determinare nel tempo e come si sono andate a costruire le
catene di uno sviluppo imposto.
Partiamo dal controllo militare e industriale. Fino dal primo Novecento
con l'Arsenale, poi con il colpo di mano degli anni '60 (Italsider, Eni,
Cementir), fortemente voluto da sindacati e partiti di governo e di
opposizione, lo stato ha forgiato un distretto funzionale alla sua
strategia militare e produttiva. Questo asse si è consolidato con la
presenza della Marina Militare e di una base NATO cruciale, che insieme
a Brindisi forma un cardine della proiezione atlantica nel Mediterraneo.
Proprio la base NATO e le aziende del comparto militare (es. Leonardo)
rendono attualmente Taranto un hub strategico per le guerre nel
Mediterraneo.
La costruzione di questa identità militare e industriale si è
accompagnata ad un sabotaggio sistematico dell'istruzione. La mancata
costituzione di un polo universitario negli anni '70 e '80 non fu una
casualità, ma una precisa scelta politica. Si voleva evitare la
pericolosa miscela di lotte studentesche e operaie, mantenendo la
conflittualità a un livello basso e facilitando il controllo sociale.
Nel tempo la città è stata anche un laboratorio neoliberista: Taranto è
stata un banco di prova per politiche populiste (il sindaco fascista
Cito) e neoliberali. Con la giunta Di Bello si sperimentarono i Buoni
Ordinari Comunali (BOC), strumenti finanziari speculativi che portarono
la città al fallimento, con i costi scaricati sui servizi e sul
proletariato. Contemporaneamente, si è avuta la strutturazione di una
classe parassitaria, una piccola borghesia locale, resa parassitaria dai
fasti di un'aristocrazia operaia ormai estinta e incapace di immaginare
un futuro diverso. Il risultato è un territorio con disoccupazione alle
stelle, migrazione forzata e un proletariato massicciamente
precarizzato. In questo quadro, le lotte che emergono sono frammenti di
un'unica resistenza contro un sistema ecocida in cui l'ex Ilva ha un
ruolo centrale.
I numeri della depredazione parlano chiaro. L'ex Ilva produce meno del
10% dell'acciaio italiano, è costantemente in perdita e ha bisogno di
continui "salvataggi" statali. Inoltre preleva 12,5 milioni di m³/anno
dal Fiume Tara, una risorsa che basterebbe per il consumo potabile di
tutta Taranto e una immensa quantità di acqua prelevata dal Mar Piccolo.
La vertenza ex Ilva: tra territorio considerato zona di sacrificio e
farsa dell'acciaio verde.
La pluridecennale agonia dell'ex Ilva è la rappresentazione più chiara
dell'immobilismo e della malafede del potere. I passaggi di proprietà
(da Italsider a Riva, poi ad ArcelorMittal) non hanno fatto che
prolungare le sofferenze di un impianto obsoleto e non competitivo. A
ciò si è aggiunta la fuffa della transizione: il ministro Urso parla di
"acciaio verde", forni elettrici (DRI) e decarbonizzazione. Nella
realtà, con l'ultimo Accordo di Programma si è rinviato di 12 anni
l'abbandono del carbone, chiedendo un'AIA (autorizzazione integrata
ambientale) per produrre 6 milioni di tonnellate con le tecnologie
inquinanti di sempre, che confermano Taranto come zona di sacrificio,
come dichiarato anche dal relatore Onu Marcos Orellana. I sindacati
confederali e di base non vanno oltre lo slogan sterile della
"nazionalizzazione". Non esiste un piano credibile, né una reale
conflittualità operaia in grado di autodeterminarsi al di fuori di
queste logiche.
L'ostinazione a tenere in vita questo "cadavere che cammina" si spiega
solo con la mancanza di una visione strategica di riconversione (come
avvenuto a Bilbao) e con la necessità, in uno scenario di economia di
guerra, di mantenere quote di produzione nazionale di acciaio, a
qualunque costo, umano e ambientale. Né vanno trascurati altri aspetti,
come ad esempio il fatto che le varie industrie del territorio, in
primis l'ex Ilva, hanno, tra le altre cose, anche un grande impatto
nell'alterazione del fragile e importantissimo ecosistema del Mar
Piccolo; su questo incide pure la pesca di frodo finalizzata anche al
commercio illegale. Il segnale di una connessione perversa tra
impoverimento, criminalità e depredazione del vivente.
Di fronte a tutto questo, un coordinamento di cittadini e associazioni,
a proprie spese, sta promuovendo il ricorso contro la nuova AIA, dopo
che il Comune si è rifiutato di farlo. È un segnale di resistenza, ma la
strada per un conflitto radicale e determinato è ancora lunga.
La vertenza sul Dissalatore: l'acqua merce del capitale
La mobilitazione contro il dissalatore sul fiume Tara non nasce con il
coordinamento "No Dissalatore", ma affonda le sue radici in un percorso
di impegno territoriale ben più ampio e di lunga durata. Da quasi tre
anni, comitati, associazioni e cittadini attivi hanno dato vita a
un'opposizione informata e fondata, mettendo in discussione, nel merito,
l'opera e la sua presunta necessità. La battaglia contro il dissalatore
sul fiume Tara smaschera l'ipocrisia della cosiddetta "transizione
ecologica". Spacciato come opera per l'acquedotto pubblico, è in realtà
un'infrastruttura al servizio del complesso industriale, in primis l'ex
Ilva.
Il coordinamento No Dissalatore contesta questi punti: 1) inefficienza
pilotata: in Puglia si perde oltre il 50% dell'acqua immessa in rete. Il
problema non è la carenza, ma il saccheggio e la mala gestione; 2)
soluzione inquinante e costosa: si tratta di un'opera da 130 milioni di
euro che produrrà acqua a un costo triplo rispetto al riuso delle acque
reflue, con un'enorme impronta di CO2; 3) danno ambientale: l'opera
altererà l'ecosistema di uno dei fiumi naturali del territorio; 4)
modello sbagliato: si preferisce un modello lineare (preleva, trasforma,
scarica) a un modello relazionale e rigenerativo, basato sulla riduzione
degli sprechi, sul riuso e su una gestione comunitaria della risorsa.
Siamo davanti a un'opera che ha un costo di 130 milioni di euro (27 dal
PNRR), con tecnologia a osmosi inversa, quando l'AIA del 2011 imponeva
già all'ex-Ilva di usare le acque reflue depurate della città (impianti
di Gennarini e Bellavista). Un progetto mai realizzato, perché è più
comodo far pagare alla collettività nuove opere.
La nuova discarica di Paolo VI: l'ecocidio quotidiano
Il territorio di Taranto è già un hotspot europeo per le discariche
(Grottaglie, Lizzano, Statte). Ora, con un escamotage burocratico, si
vuole imporre un nuovo impianto per inerti (una discarica) a 800 metri
dalle case del quartiere Paolo VI, già tra i più colpiti
dall'inquinamento dell'ex Ilva.
Nonostante i pareri negativi ripetuti di ARPA e enti di controllo, la
Provincia fa leva sul silenzio-assenso di un Comune inerte i cui
consiglieri, a tre anni dalla proposta, ammettono di "non aver ancora
letto le carte". Il comitato No Discarica Paolo VI conduce una duplice
lotta: di opposizione diretta all'opera e di sensibilizzazione per una
gestione razionale e comunitaria dei rifiuti, contro gli interessi di
imprenditori senza scrupoli e ecomafie.
Taranto per la Palestina: il filo rosso della complicità
La solidarietà internazionalista a Taranto non è un tema astratto, ma la
presa di coscienza di un nesso materiale tra lo sfruttamento del
territorio e le guerre globali. Il coordinamento Taranto per la
Palestina, nato da realtà libertarie, di antagonismo e
autorganizzazione, di sindacalismo di base e studentesche, ha
organizzato presidi, manifestazioni e iniziative culturali. Alcuni
attivisti palestinesi hanno saputo tessere un filo rosso tra l'apartheid
di Gaza e il "genocidio a bassa intensità" di Taranto, capitale italiana
dei tumori ed hanno rinominato la loro piece artistico-militante, in
"Parlami di Gaza e di Taranto".
Le connessioni del resto sono evidenti. Taranto è un hub strategico per
la guerra. La Leonardo a Grottaglie produce droni e l'Eni rifornisce di
greggio l'aviazione israeliana. La stessa Eni che ha forti interessi
nell'estrazione e sfruttamento del gas davanti alla costa di Gaza.
Lo scorso 24 settembre il coordinamento Taranto per la Palestina e
sindacati di base (Cobas, USB) hanno tentato di bloccare il rifornimento
della petroliera Seasalvia, carica di 30.000 tonnellate di greggio per
Israele. Inizialmente Eni e Autorità portuale avevano dichiarato che la
nave non si sarebbe rifornita, cosa poi avvenuta nei giorni successivi.
Il 27 Settembre subito dopo la manifestazione regionale pugliese contro
la Leonardo di Grottaglie, circa 200 attivisti hanno cercato di bloccare
al varco dell'Eni i rifornimenti della Seasalvia. Senza l'appoggio dei
portuali, l'azione è rimasta simbolica, ma ha alzato il livello dello
scontro.
La legge 185 del 1990 vieta l'esportazione di armamenti verso paesi in
guerra o che commettono violazioni dei diritti umani. Il governo e le
autorità portuali la calpestano sistematicamente, rendendosi complici
del genocidio. Davanti al muro di gomma di Comune e Prefettura, che
negano le loro stesse responsabilità e violano la legge 185, il
coordinamento ha intensificato la controinformazione e i presidi,
preparando una manifestazione regionale contro l'Eni ancora in data da
definirsi. Intanto sono proseguite e proseguono le iniziative, tra cui:
l'accoglienza e il supporto dell'imbarcazione della Freedom Flotilla
"Gasshan Kanafani" al molo Sant'Eligio di Taranto; il monitoraggio della
nave Seasalvia pronta a caricare altre 30 mila tonnellate di greggio
destinate ad Israele; le assemblee pubbliche del comitato No Discarica
Paolo VI e del coordinamento No Dissalatore; le iniziative di
solidarietà con la Palestina e contro la complicità delle aziende del
territorio. Di particolare importanza la manifestazione "L'ora di
Taranto", prevista il 23 novembre con tutte le realtà associative e
movimenti di lotta. per dire no al salvataggio dell'ex Ilva e chiedere
la riconversione economica del territorio.
Verso una lotta sistemica
Le vertenze di Taranto non sono isole separate. Sono tasselli di un
unico attacco capitalista che ha come matrice: lo sfruttamento ecocida
per il profitto (ex-Ilva, dissalatore, discariche); il controllo
militare del territorio (basi NATO, Leonardo); la complicità nella
guerra imperialista (Eni, rifornimenti a Israele); il sabotaggio della
capacità di ribellione (assenza dell'università, precarietà, sindacati e
forze politiche istituzionali complici).
La sfida per i movimenti antagonisti è proprio questa: collegare i fili
e mostrare le connessioni tra le varie questioni. Solo un conflitto che
unisca le rivendicazioni ambientali a quelle sociali e
internazionaliste, praticando l'autorganizzazione e l'azione diretta,
potrà rompere l'assedio e aprire uno spazio di liberazione, che possa in
un prossimo futuro concretizzarsi in uno sciopero sociale con blocco
della città.
Walterego
Cosimo Cassetta
https://umanitanova.org/fronti-di-lotta-da-ricongiungere-taranto-dalla-fabbrica-al-territorio/
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