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(it) Italy, UCADI #201 - TRUMP E LA TREGUA A GAZA (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Wed, 3 Dec 2025 08:35:46 +0200
Gli israeliani si sono concessi una pausa nell'esecuzione dell'olocausto
della popolazione di Gaza: relativa, perché continuano ad uccidere. Ma
c'è di più, hanno finalmente svelato l'arcano. Lo scopo ultimo
dell'operazione è costituito dall'estensione del territorio dello Stato
ebraico non solo a Gaza ma anche alla Cisgiordania, e all'uopo hanno
provveduto ad approvare una legge apposita che lo prevede. A bloccare
l'operazione è intervenuto, inatteso, perfino il veto di Trump che va
spiegato.
Innanzitutto bisogna considerare l'indebolimento e le divisioni insorte
nella lobby ebraica mondiale che da sempre sostiene Israele, causate dal
genocidio messo in atto a Gaza, dall'orrore generato dal massacro, dai
metodi usati come la fame, l'uccisione indiscriminata di donne e
bambini, le violenze individuali di non pochi soldati sulla popolazione
gazaui, le orribili torture dei prigionieri nelle carceri israeliane, ma
soprattutto il rendersi conto che quando stava accadendo era venuto ha
la conoscenza del mondo, che disgustato e indignato era sceso in piazza,
facendo temere il risorgere di un antisemitismo virulento. Qualunque
cosa dicano i negazionisti quanto è avvenuto è stato documentato da
giornalisti coraggiosi, che hanno sacrificato la loro vita per far
conoscere al mondo quanto avveniva, anche se Israele non ha trascurato
occasione per eliminarne ben 247, e nascondere il genocidio dei gazaui.
Se molti tra gli ebrei residenti in Israele possono vedere quanto fatto
a Gaza come una necessità e un bisogno di soddisfare il desiderio di
vendetta, gli ebrei della diaspora, almeno parte delle comunità sparse
per il mondo, hanno visto nel genocidio degli abitanti di Gaza una
riproposizione dei metodi e della tragedia dell'Olocausto, che molti di
loro hanno vissuto. Certo si tratta di defezioni e di perplessità
individuali, ma è un fatto che l'unanime sostegno ad Israele, per la
prima volta, viene messo in discussione. Ben si comprende quando sta
avvenendo se solo si guarda alle posizioni assunte dalla Comunità degli
ebrei romani che si è distinta per pavidità. Le prese di posizione
coraggiose e individuali di intellettuali, superstiti dell'Olocausto e
semplici cittadini, colpiti dall'orrore di quando stava avvenendo non
basta a restituire dignità all'ebraismo che tende sempre più ad
identificarsi con il sionismo. Il frutto malato di quando sta avvenendo
e che questi comportamenti rischiano di fornire le basi per far
risorgere un antisemitismo radicale proprio a causa dell'identificazione
di Israele con l'ebraismo. Ne è consapevole almeno una parte della
stessa società israeliana prova ne sia che le persone più brillanti e
dinamiche, i titolari di startup alle quali si deve la forza
dell'economia di Israele stanno abbandonando il paese che si sta sempre
più orientalizzando e quel che è più grave clericalizzandosi.
Alla migrazione di cui si diceva corrisponde una crescita demografica ad
opera delle famiglie di ebrei ortodossi che includono la procreazione
tra i doveri religiosi, che educano, i loro figli in scuole separate e
confessionali, evitando l'insegnamento di materie scientifiche e
sostengono con sempre più convinzione il creazionismo e sono convinti
che e non dalla forza, ma dal numero nascerà la Grande Israele, facendo
agio sulla forza della demografia.
All'orrore per quanto stava avvenendo ha indotto molti a scendere in
piazza in tutto il mondo: stimolati dall'iniziativa di forzare il blocco
di Gaza da parte della "Flottiglia del Sumud globale", l'opinione
pubblica si è mobilitata, particolarmente in Italia, per esternare la
condanna dei comportamenti del Governo d'Israele che si è difeso
bollando queste mobilitazioni come antisemite, mentre non di
antisemitismo si tratta, ma di condanna del sionismo e delle politiche
del governo di Israele.
Della sua ferocia ha dato prova, ancora una volta, Israele assaltando la
flottiglia in acque internazionali, dimostrando con il trattamento
riservato ai sequestrati, condotti in carcere, privati di ogni conforto
e di acqua: una crudeltà che comunque suggerisce un'idea dell'intensità
ben maggiore applicata ai palestinesi prigionieri. A chi sostiene la
tesi che la mobilitazione pro Palestina è venata di antisemitismo,
occorrerebbe ricordare che gli ebrei, come gli abitanti di Gaza e della
Cisgiordania, sono anch'essi popolazioni semite e che l'opposizione di
chi manifesta in piazza e nelle strade è contro il governo di Israele e
la sua politica ispirata al più becero sionismo.
Infatti il sionismo è un'ideologia nazionalista, xenofoba e razzista che
sostiene la superiorità genetica del popolo ebraico, concepita e
sviluppatasi nel secolo scorso e affermatasi grazie al sostegno
dell'Inghilterra che voleva stabilire un presidio sicuro nel Medio
Oriente per garantire la sopravvivenza dell'impero britannico. Per
questo motivo l'Inghilterra che esercitava il Protettorato sulla
Palestina ha fatto di tutto per favorire l'emigrazione degli ebrei
europei e non solo, delle vittime dell'Olocausto, verso i territori
attualmente occupati dallo Stato ebraico. Una volta insediatisi sul
territorio i sionisti hanno combattuto una dura lotta per ottenere la
creazione dello Stato ebraico, mettendo in atto attentati e azioni
terroristiche contro l'esercito inglese, di una violenza almeno pari a
quelle messa in atto dai palestinesi.[1]
Trump, da buon comunicatore, ha fiutato l'emergere di queste posizioni,
anche perché possiede un canale diretto e privilegiato per sondare gli
orientamenti della Comunità ebraica degli Stati Uniti, attraverso il
genero e socio in affari Kushner, interessato com'è a fare buoni affari
con i paesi arabi e musulmani e a contrastare gli interessi cinesi,
poiché l'annessione della Cisgiordania sarebbe un atto indigeribile per
i suoi interlocutori mediorientali e, ritenendo di avere buone carte in
mano, ha imposto a Netanyahu di fermarsi.
Trump vuole realizzare con i Patti di Abramo un'area
economica-politica che faccia da supporto agli Stati Uniti, impedisca
che i paesi chiamati a farne parte scivolino gradualmente nei Brics,
vuole dare vita finalmente a quella "via del cotone" che dovrebbe fare
da alternativa alla "via della seta". La realizzazione di questo
progetto politico-economico converrebbe anche ad Israele che vive oggi
una grave crisi economica. D'altra parte l'economia israeliana ha visto
calare il Pil del paese a causa della mobilitazione che ha privato le
aziende di personale indispensabile. Guardando alle azioni belliche
occorre tempo agli israeliani per effettuare la manutenzione
dell'aviazione dopo l'uso e dotarsi di più efficaci strumenti di difesa
per contrastare eventuali attacchi da parte dell'Iran che, al di là di
quanto si dice, ha raggiunto una capacità missilistica notevole e che
durante la guerra dei 13 giorni ha individuato e colpito importanti
obiettivi israeliani, bucando ripetutamente i sistemi di protezione
anti-missili.
E poi i "Patti di Abramo" non reggerebbero ad un'eventuale annessione
della Cisgiordania, che solleverebbe le proteste delle opinioni
pubbliche degli Stati arabi e musulmani, anche se non da parte di coloro
che li governano, ma della popolazione in lotta, mettendo in pericolo i
governi di quei paesi, che si troverebbero contestati dall'opinione
pubblica interna ad opporsi. E poi la "via del cotone" è un ottimo
affare anche per Israele, perché portando le merci provenienti
dall'India e da tutto l'Estremo Oriente al terminale del porto di Haifa,
concepito come hub, destinato a servire il Mediterraneo ne ricaverebbe
notevoli profitti. Non solo la realizzazione dell'infrastruttura
immetterebbe Israele nei circuiti del commercio mondiale, più di quanto
lo è attualmente, e rappresenterebbe un introito finanziario notevole.
Questa, per Trump, è un'occasione troppo ghiotta da farsi sfuggire per
conseguire l'obiettivo di staccare l'India dai Brics e avvicinarla agli
Stati uniti.
La carta cinese
Si spiega anche con questa motivazione il viaggio di Trump in Oriente
dove il tycoon si è recato per creare e consolidare una rete di alleanze
che prevede il riarmo del Giappone, assicurato da un'altra donna al
governo come Primo ministro che aspira ad emulare quelle che gestiscono
la politica comunitaria, tutte guerrafodaie. In questo caso il pericolo
viene dalla Cina che Trump va ad incontrare nella speranza di
ammorbidirne le posizioni e rassicurarne le preoccupazioni, avendo
compreso che lo strumento dell'aumento dei dazi per piegare la Cina
serve a poco, non solo perché il Governo cinese risponde per le rime, ma
perché ha modo di ricattare gli USA con molti strumenti, primo dei quali
la vendita delle terre rare che sono essenziali allo sviluppo
dell'economia statunitense.
Si dice inoltre che Trump voglia sollevare nell'incontro con i cinesi il
problema di un contenimento della Russia a proposito della guerra in
Ucraina per indurli ad accettare una tregua e a porre fine alla guerra.
È probabile che per la prima volta Trump abbia un piano: con le sanzioni
contro la Russia, delle quali chiede il rispetto anche ai cinesi, pensa
di mettere in crisi l'economia russa e al tempo stesso di assumere il
controllo del mercato mondiale del petrolio, appropriandosi dei
giacimenti venezuelani o attraverso l'intervento militare, oppure
finanziando l'attività dell'opposizione interna, guidata dalla pacifista
Machado.
Se si sa qualcosa della Cina c'è da credere che il governo cinese, che
affronta i problemi in un'ottica strategica è tutt'altro che di lungo
periodo sia disponibile ad accogliere le proposte di Trump, anche se
questi è pronto a prospettargli il sostegno per la colonizzazione di
parte della Siberia, attualmente russa e largamente spopolata. Non si
tratta per loro di tener fede ai Trattati liberamente stipulati con la
Russia, né della dipendenza della Cina attuale dalla fornitura di
energia da parte della Russia, sia sotto forma di petrolio che di gas.
Quel che c'è in ballo è il partenariato strategico tra Cina e Russia
nella gestione di una futura rotta artica per raggiungere l'Europa, la
quale, se pure in crisi economica e sociale, rappresenta l'area più
grande di consumatori dell'intero pianeta, anche se è bene domandarsi
per quanto, se a gestire la sua
politica saranno ancora per molto tempo la von der Leyen e la Kallas,
sodali compresi.
Il futuro di Gaza e della Cisgiordania
Leggendo attentamente i 20 punti di Trump con i quali è stata stipulata
la tregua si può vedere che ciò che è cambiato non è il progetto di fare
di Gaza una riviera per ricchi turisti, ma che non si parla più di
sgomberare i palestinesi, almeno per ora. Comunque il progetto del
Governatore in pectore Blair, che dovrà gestire Gaza, è sempre lo stesso
e Trump, non dubita che sarà capace di condurre a termine la transizione
e l'operazione di sfollamento e la graduale espulsione dei palestinesi.
Tanto più che si troverà ad avere a che fare con una popolazione
denutrita, debilitata, con tanti mutilati, con problemi sociali enormi,
con le famiglie distrutte, con una vita sociale e una tenuta sociale
quanto meno difficile con con crescente difficoltà. Saranno in grado di
restare a Gaza, tanto più se questo diventerà un luogo per ricchi, dove
sarà sempre più difficile vivere?
Sulla Cisgiordania invece, anche se momentaneamente l'annessione sembra
essere accantonata, a causa degli interessi superiori degli Stati Uniti,
l'acquisizione continuerà anche se con lentezza e l'infiltrazione
israeliana e l'installazione illegale di nuove colonie anche, visto che
i palestinesi che vi abitano non avranno alcuna forza che si opponga
alla violenza, con la quale i coloni penetrano nel loro territorio e lo
acquisiscono: i loro corpi.
Così la pace di Trump regna sovrana sulla Palestina.
Gianni Cimbalo
[1]Per una ricostruzione del conflitto israeliano-palestinese,
l'insediamento dei sionisti in Palestina e il processo di formazione
dello Stato di Israele, Vedi: UCADI, i comunisti anarchici, la questione
ebraica e quella palestinese, Newsletter Crescita Politica,
Novembre, n. 178, 2023,
https://www.ucadi.org/categorie/newsletter/anno-2023/numero-178-novembre-2023-numero-speciale
https://www.ucadi.org/2025/11/01/trump-e-la-tregua-a-gaza/
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