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(it) Italy, Sicilia Libertaria #463 - INTERVISTA A NELLA CONDORELLI (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Thu, 27 Nov 2025 08:06:12 +0200


Vanni il Siciliano chiude un ciclo di tre film documentari dei quali, filosoficamente parlando, il primo, 1893. L'inchiesta, rappresenta l'aspetto positivo - quello dell'alternativa sociale e dell'utopia incarnata dal movimento dei Fasci dei lavoratori -; il secondo, La storia vergognosa, il negativo - insito nella tragedia dell'emigrazione che subentra dopo la rottura di quel sogno -; e il terzo, Vanni il Siciliano appunto, la sintesi, dove da un lato ricompare la speranza nel cambiamento, rilanciata dall'idea autonomista, declinata in senso libertario e sociale, e dall'altro la disillusione di chi, all'indomani della seconda guerra mondiale, ha visto riformarsi una società nella quale non si riconosce. Sei d'accordo con questa tripartizione?

Nella - Questa considerazione la sto facendo mia nel momento in cui tu me la stai dicendo perché non sono partita pensando a questa struttura della trilogia, e quindi scegliendo delle storie che in qualche maniera la evidenziassero. Le storie che fanno parte della trilogia ce le avevo dentro, e sono venute fuori anche in maniera non ragionata, non consapevole in questo senso, spontanea, legate da un filo rosso che mi si è rivelato via via che lavoravo sui soggetti. Il soggetto del primo film che ho girato, 1893. L'inchiesta, racconta la vicenda del movimento dei Fasci dei lavoratori, che la storiografia considera uno dei più importanti d'Europa, e per la Sicilia uno spartiacque fondamentale: di fronte ad esso c'era il futuro, un avvenire libero da tutte le catene e da tutte le oppressioni, perché le sue rivendicazioni intaccavano le basi secolari dell'organizzazione sociale in Sicilia, dove un pugno di famiglie aveva in mano i tre quarti del territorio ed esercitava un potere assoluto che permeava tutta quanta la società e ne condizionava lo sviluppo. Quel movimento aveva davanti a sé il mondo del futuro, sulle spalle il passato, ma venne "incatenato" a quel passato, e con esso l'intera Sicilia, da un altro siciliano, Francesco Crispi che, divenuto Presidente del Consiglio, s'incaricò di ribadire lo statu quo e rifiutare le nuove istanze sociali che per la prima volta vedevano affacciarsi sul palcoscenico della storia la classe più reietta, quella dei contadini. Il passato si confermò presente di sfruttamento ed emarginazione per milioni di siciliani, destino dell'Isola nel secolo a venire.

L'emigrazione sarà tra le conseguenze di questa situazione "bloccata"?

Nella - Il filo rosso di cui ti parlavo è proprio questo. Partendo dai Fasci dei Lavoratori, mi sono incuriosita sul dopo e, grazie alla ricerca storica e letteraria, ho scoperto che molti fascianti, tornati dalla galera dopo l'amnistia, tornati nei campi, avendo visto che non era cambiato completamente nulla, decisero di partire. Me li ritrovo dall'altra parte dell'oceano. Emblematica è in questo senso la figura di Maddalena, una delle donne protagoniste del film La storia vergognosa, un personaggio che non ho "inventato io"; lei è infatti la sedicenne portabandiera del Fascio delle lavoratrici di Piana degli Albanesi (all'epoca Piana dei Greci), e fa parte del gruppo di donne che Adolfo Rossi intervista per la sua Inchiesta, alla base del mio primo film documentario. Approfondendo la vicenda delle donne che emigravano da sole, ho scoperto che Maddalena, dopo essere uscita di galera, avere continuato ad animare le proteste sociali di Piana, avere fondato da sola la sede del Partito Socialista Rivoluzionario del paese, perseguitata dai delegati del Regno, decide di partire con la grande Emigrazione del 1907. Morirà a Sacramento, dopo essere diventata sarta, la sua aspirazione. Penso che lavorare sul documentario storico comporti una grande responsabilità, e dover coniugare la fantasia con le fonti storiche. Io ho esplorato moltissime fonti, rapporti di polizia, centinaia di lettere degli emigranti, racconti sulla loro vita, sulle condizioni di lavoro, ecc. Una storia diventa storiella se non la inserisci, se non ha radici, se non racconti il contesto politico del momento in cui si è sviluppata, se non la collochi in un affresco storico corale. Le storielle prive di contesto storico alla fine sono tutte eguali, non ti consentono un approccio critico, di stabilire i nessi, di ritrovare nel presente i segni, le conseguenze di quel passato. Nel racconto della Grande Emigrazione del primo '900 io ho cercato di tenere le fila di quelle partenze , la loro motivazione principale, capire cosa si lasciarono alle spalle - una storia di schiavitù e di oppressione - e cosa trovarono dall'altra parte: tanta emarginazione e sfruttamento, certamente, ma anche opportunità di riscatto negate in patria.

Qual è il filo rosso che lega Vanni Rosa alle storie precedenti?

Nella - Il filo rosso con Rosa l'ho scoperto dopo essermi imbattuta casualmente nella sua figura. Quando l'ho conosciuto, quello che mi ha colpito di lui è stato il suo legame con il movimento anarchico perché, lavorando alla Storia vergognosa, e anche a 1893. L'inchiesta, mi ero mossa all'interno di uno spazio politico ben definito nel quale agisce anche Rosa. Insomma, mi ha incuriosito l'anarchismo in Sicilia, e mi ha incuriosito l'antifascismo siciliano. Mi sono allora resa conto che la storia da cui ero partita, quella che con i Fasci dei lavoratori si nutriva d'ispirazione e aspirazione all'autonomia, terminava alla fine della seconda guerra mondiale. Nel momento in cui nasceva la Repubblica, veniva scippata alla Sicilia l'autonomia, nel significato che di tale parola dava Vanni Rosa, che non è il significato odierno, ma è molto interno alla politica e allo sviluppo dell'idea anarchica. Questa cosa mi ha ulteriormente stimolata, perché mi ha rivelato un grosso vulnus rispetto alla ricostruzione politica della seconda metà del Novecento, con molti travisamenti rispetto a quello che realmente è stato. E a un certo punto mi sono messa a guardare il cielo stellato e ho capito che nel mio film c'erano anche gli anni della mia giovinezza militante, il femminismo ed il movimento del '77, c'era Franco Piperno con i suoi ultimi studi sulle costellazioni, la loro fascinazione. Vanni è uno che guarda simbolicamente le stelle che si muovono libere e però insieme, autonome in uno spazio senza fine e senza confini. Nel mio film, rivisitandolo, è come se in qualche maniera avessi voluto omaggiare un movimento politico dalle radici antiche, con il suo cuore nella lotta alla disuguaglianza, quindi anarchia non come concetto vago di libertà ma radicato nella capacità di ogni essere umano di autogestirsi ed "essere se stesso". Quindi non è tanto e solo con il personaggio di Vanni Rosa, ma con quello che Vanni Rosa e la generazione siciliana libertaria e antifascista hanno rappresentato, che mi è parso giusto concludere la trilogia.

Eppure, a un certo punto, riappare la sconfitta: perché non hai voluto seguire Rosa nell'esilio sudamericano?

Nella - Non l'ho voluto seguire nell'esilio sudamericano appunto perché m'interessava maggiormente esprimere una dimensione più larga, di storia collettiva, che parte dal 1893 e finisce nel 1945. Io sospendo il giudizio, sospendo la conclusione sia su di lui che su tutto quel periodo. Se poi tu guardi a questi nostri anni, e io guardo a questi miei anni, in effetti non trovo una conclusione, non c'è una sconfitta ma un movimento della storia che contiene tante cose. E può contenere in sé anche il germe di un nuovo re-inizio, che può essere diverso nella forma, perché diversi sono i tempi, ma che è uguale nella sostanza. E allora la parola autonomia, la parola uguaglianza, tutte le parole di questa storia assumono un significato più largo.

I tuoi sono film corali in quanto contengono più registri cinematografici. In Vanni il Siciliano, però, la dimensione corale - ed è paradossale rispetto al fatto che si tratta di un'opera biografica - attraversa l'intero film. Vi si trova il coinvolgimento sul set di parecchia gente di Pozzallo. Vi è un tentativo di andare oltre il film documentario?

Nella - In tutti i tre documentari della Trilogia parto dal coinvolgimento della gente del posto. Lo considero indispensabile, perché è lì che sono le radici primarie della storia che racconto. E per radici intendo anche dimenticanza, oblio, "ignoranza" del fatto. E mi fa piacere che ci sia uno scambio tra me e coloro che vivono in quei territori, che siano anch'essi protagonisti dei film che li riguardano in prima persona. Pozzallo, il set di Vanni il siciliano, mi si è rivelato come una piccola comunità, molto chiusa su se stessa. Guardando dalle sue spiagge il mare aperto, anche durante i sopralluoghi, mi veniva da pensare al finis terrae, nel senso che tutta l'Italia e tutta l'Europa stanno alle sue spalle. Un dato da cui non si scappa. Quindi, una comunità che vive da sempre un confine/non confine, solcato da partenze e ritorni come superamento fisico e simbolico. Sono particolarmente attirata dall'indagine sui confini/non confini, geografici e simbolici, personali e collettivi, e in Vanni il siciliano questa cosa ha assunto una proporzione ancora più ampia, un impatto più forte che in precedenza. Non è stato per niente facile, questo lo devo dire con onestà; è stato molto difficile. Però ho trovato il sostegno e l'amicizia di tanti e tante, tra tutti Silvana Boccadifuoco, valentissima aiuto scenografa, e Salvatore Russino che fa il pescatore ma è anche un pittore naïf, autore di acquarelli in cui ricerca l'anima del suo paese.

Abbiamo notato che in quest'ultimo film hai inteso privilegiare temi privati che però sono anche politici: il rapporto del protagonista con la madre, la nostalgia per la sua terra, l'umanitarismo che attraversa l'azione e il pensiero di Vanni Rosa. Vi è qui un modo tuo particolare di stare dietro la macchina da presa?

Nella - La figura della madre, nel film su Vanni Rosa, è legata certamente al mio personale/politico, perché la madre di Vanni Rosa ha un figlio maschio, e la relazione madre-figlio maschio è sempre centrale nel femminismo, guardando alle differenze. Ma anche negli altri film c'è molto del mio vissuto, anche se emerge sempre in maniera lieve. Per esempio, c'è tantissimo del mio vissuto nella Storia vergognosa, perché io sono figlia e nipote di emigranti, ma non è mai in primo piano perché mi sembrerebbe di fare torto a quella dimensione corale che invece considero fondamentale, perché la storia che racconto è fatta da tanti, dai tanti e non dai soli. Anche in 1893. L'Inchiesta, c'è molto di me. Mi sono ritrovata in Adolfo Rossi, in una sorta di piccolo transfert tra questo giornalista che sta dietro la penna, che fa un passo indietro e dà la parola ai protagonisti veri delle vicende, e alla fine fa le sue considerazioni distinguendo tra il fatto e l'opinione, ed io tento di fare la stessa cosa dietro la macchina da presa. Un discorso diverso riguarda le figure femminili della Trilogia, dalla madre di Vanni Rosa a Provvidenza Rumore, la contadina testimone dell'assassinio di Lorenzo Panepinto, a Norina, la maestra emigrante veneta che ho tratto dal personaggio di Diletta d'Andrea, celebre militante anarchica, a Maddalena... Con loro ho trattato tutti i temi dell'emancipazione e della liberazione femminile. Sono donne comunque forti, che hanno preso in mano la loro vita, eppure sono state cancellate dalla storia perché conviene di più trasmettere l'immagine di donna debole e vittima, succube, priva di una presa di coscienza politica totalizzante.

Alla fine di questa conversazione, ti chiedo se il non aver voluto insistere molto sulla concezione autonomistica molto originale di Rosa sia dovuto al fatto che oggi, politicamente, questa si potrebbe equivocare.

Nella - Non c'è dubbio che si potrebbe equivocare, ma più del timore dell'equivoco - perché alla fine, se fai ricerca sui contenuti, hai il materiale necessario per giungere a una chiara sintesi - mi ha trattenuto il fatto che non era quello il tema principale del film ma, nella mia visione di autrice e regista, chiudere la parabola cinematografica della «Sicilia Resistente» che dal 1893 conduce al 1945.

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