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(it) Italy, Sicilia Libertaria #463 - Lo Stretto necessario. (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Wed, 26 Nov 2025 08:26:31 +0200


Non si può parlare dello Stretto di Messina senza fare riferimento a uno dei fenomeni più spettacolari offerti dalla Natura che, anni addietro, divenne oggetto di osservazione di un pugno di naturalisti. Poco più di un manipolo, piuttosto accampati in quelle che erano tre vecchie roulotte nel bosco. L'illusione (così venivano giudicati) era di bloccare un grave fenomeno di bracconaggio: intere montagne, già poco oltre la periferia di Messina, costellate da veri e propri bunker in cemento armato da dove si sparare contro rapaci e cicogne in migrazione. Quel volo si infrangeva sul piombo. Un contesto aberrante, tollerato e ancor più diffuso nel versante calabrese da dove un tempo arrivavano finanche clienti armati, che si aggiungevano ai locali, accolti da sorte di "impresari" che affittavano. Eppure, invece di incoraggiare, c'era chi diceva che "tanto si è sempre fatto così" e che "nulla poteva cambiare". Non è andata in quel verso e l'utopia ha vinto. Il riferimento di tutto ciò, ora nelle barricate per il No al Ponte, era la messinese Anna Giordano, nel 1998 premiata con il Goldman Environmental Prize, di fatto come un Nobel per l'Ambiente. Minacce e veri e propri attentati non la fermarono. Quegli uccelli rappresentavano un ideale di libertà, che si realizzava nel vederli finalmente liberi di potersi librare tra i venti spesso difficili della Stretto. Oggi il bracconaggio in quel tratto della provincia di Messina è pressoché estinto. Un nuovo fenomeno, però, parrebbe ora puntare in alto; si andrebbe a piazzare (con i suoi piloni, tiranti e luci) proprio al centro di quel pericoloso passaggio. Tutto secondo legge, per carità, ma che porterà quantitativi di cemento mai visti per un'opera unica. Cemento ottenuto triturando calcare prelevato da chissà quali montagne, e impastato con argilla per i forni altamente energivori. Occorrerà acqua, tanta acqua dolce, anche se non si è capito bene dove l'andranno a trovare. Acciaio, cemento, bulloni, luci, sembra questo il destino dello Stretto. Pensare che tutto ciò non possa rappresentare un rischio per i milioni di uccelli in migrazione, è quantomeno azzardato. Noi, però, i ritmi della Natura non li osserviamo più, ci tiriamo fuori abbagliati da spot e dichiarazioni che sembrano riferirsi alle stesse tonalità di un monotono spartito musicale. Tali armature di chiave, caratterizzano, ormai, ciò che circonda la nostra quotidianità. Chi aveva individuato nella Scienza una sapienza pulita (senza condizionamenti di potere), quei ritmi li aveva osservati traendone insegnamenti per la Società dell'uomo. L'aveva fatto Kropotkin che, studiando le comunità animali, aveva dedotto, pur senza contraddire Darwin, che la competizione non è l'unico fattore importante e che almeno altrettanto lo è il mutualismo. Lo aveva fatto Reclus, osservando la Montagna, i rumori dei ghiacci che si spaccavano, i suoi umori. Proviamo, allora, a guardare lo Stretto come luogo di passaggio di milioni di uccelli e, come scoperto più di recente, anche di farfalle. Molti di loro arrivano dall'Africa subsahariana, attraversano il Sahel e poi il Sahara. Un tempo trovavano centinaia di fucili svettanti, pronti a sbarrargli per sempre la strada. Sembrava tutto finito, ma ora arriva il Ponte. Quando, non proprio di sua spontanea iniziativa, ci fu chi dovette utilizzare un radar per valutare in maniera più compiuta la migrazione, saltarono fuori numeri incredibili: milioni di uccelli che attraversavano in pochi mesi appena un "angolino" di quello Stretto. Animali, in alcuni casi, molto rari in quanto appartenenti a specie che concentrano nella rotta più centrale del Mediterraneo, la quasi totalità della loro popolazione mondiale. Sapete quale è, sullo Stretto di Messina, il loro principale problema? Il vento, improvviso e spesso impetuoso. Gli uccelli possono improvvisamente cambiare rotta, alzandosi fino a centinaia di metri o sorvolando appena le onde marine. Un tempo venivano abbattuti da personaggi non sempre rozzi e ignoranti, ma anche grandi affabulatori, che organizzavano "convegni" e che, a volte quasi nottetempo, venivano a trovare quel manipolo di protezionisti accampati tra gli alberi nelle tre quasi roulotte. A loro esprimevano "solidarietà". Ma i tempi cambiano. Rimangono i dubbi. Proviamo a chiedere ai grandi fautori dello Ponte, cosa ne pensano degli uccelli e delle farfalle. È già successo: guardateli negli occhi, nei loro sorrisi. Parlano un linguaggio diverso, seguono leggi diverse, ma di certo non convincono, considerata l'enormità delle critiche che gli piovono sopra. Il Ponte e la Nato, le faglie sul fondo del mare, la tettonica a placche, il fiume di soldi. Evidentemente hanno ragioni come potenti motori, visto che vanno avanti. Lo Stretto cambierà forma, non sarà più lo Stretto e la Sicilia sarà tale ancor meno. Quanto di quella ricchezza andrà a Messina, come a Villa San Giovanni, dove le comunità locali, su quella immane costruzione, si sono in più casi già espresse? Non la vogliono. Verranno cambiati i territori per un traffico veicolare, peraltro, che va scemando sempre più. Verranno spostate numerose centinaia di persone, cambierà il volto della struttura di una società già precaria. Arriverà nuovo cemento e acciaio in un luogo che, dopo l'Etna, è forse il più iconico della Sicilia, le sue lotte, le sue ribellioni nate proprio a Messina contro un potere lontano e i marajà locali come al tempo degli inglesi nelle Indie Orientali. Se ci si rassegna sarà come accettare un'Isola impossibile, fatta di ferrovie a binario unico, di strade provinciali ricordo di antica viabilità, di gente cha va via, di ponti di autostrade perennemente in manutenzione, incoscientemente piantati nei fiumi da uno Stato che, negli anni Sessanta, negava o glissava le domande sulla mafia. Si può dire, a prescindere da faglie e terremoti, che al Ponte preferiamo il volo delle farfalle?

Giovanni Guadagna

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