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(it) Italy, FAI, Umanita Nova #29-25 - Oltre le piazze per Gaza. Sedimentare indignazione - radicare consapevolezza (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Sat, 22 Nov 2025 08:15:08 +0200
Le recenti mobilitazioni pro-Pal hanno sicuramente dimostrato che esiste
ancora un fondo di empatia tra i popoli. Al di là di questo, leggere la
fase senza un'adeguata riflessione sul nostro presente può dare adito a
facili entusiasmi. Da più parti si leggono editoriali che propongono
commenti e abbozzano riflessioni all'indomani delle giornate di
mobilitazione a sostegno dell'operato delle varie flottiglie, in
particolare, e contro l'indiscriminato e sistematico massacro della
popolazione di Gaza, in generale. Nel momento in cui viene redatto
questo articolo la situazione è mutata, essendo stata raggiunta una
soluzione per determinare una tregua che a breve consentirà l'ingresso
di aiuti umanitari a Gaza. Nel frattempo si sono già consumate anche tre
tornate elettorali regionali, con alcuni dati che meritano di essere
attenzionati.
Questa, in sintesi, è la situazione delle ultime settimane, delle quali
è il caso di comprendere la portata, tanto in chiave locale quanto
internazionale.
Le piazze chiamate dal sindacalismo di base, USB in testa, hanno segnato
un'evidenza notata anche dal sindacato più istituzionale e dalla
costellazione partitica cosiddetta di sinistra. Il tentativo di
cavalcare le piazze c'è stato, con quello sfoggio di goffaggine politica
tipico di chi cerca di imbucarsi a una festa. Se leggere le azioni di
chi, da parecchi lustri, non sa che pesci pigliare è abbastanza
semplice, l'analisi delle istanze che hanno portato così tante persone
in piazza non è altrettanto lineare. Se non è corretto proporre letture
trionfalistiche come se ne sono viste e sentite nel web non lo è
neanche stroncare gli entusiasmi.
Dovrebbe essere segno di onestà intellettuale non abbandonarsi alle
libere interpretazioni, ma cercare di analizzare un fenomeno. Senza
indulgere eccessivamente nella teoria della rivoluzione o dilungarsi in
speculazioni fini, possiamo però affermare che le piazze abbiano
genuinamente risposto ai silenzi delle governance politiche sulla
questione palestinese. Il balbettio europeo di fronte alle nefandezze
israeliane e le continue accuse di antisemitismo a chiunque osasse
criticare il massacro in atto hanno raggiunto un punto di saturazione.
Probabilmente è in quest'ottica che deve essere letta anche l'azione
delle varie flottiglie (erano almeno due, la Global Sumud Flotilla e la
Freedom Flotilla, con evidenti differenze di visibilità mediatica):
un'azione in risposta all'immobilismo politico europeo. Al di là di chi
abbia finanziato le operazioni se le sole ONG o comparti agricoli e
commerciali della Cisgiordania il dato percepito dalle persone che poi
hanno riempito le piazze era la necessità di sbloccare una situazione di
giorno in giorno più vergognosa.
Quando si deve comprendere un fenomeno come quello delle piazze sarebbe
preferibile ragionare su quali siano le spinte razionali o emozionali
che hanno portato le persone in strada, qual è la percezione dei
presenti nell'esserci. Questo aspetto spesso si perde all'interno di
narrazioni entusiastiche, che tendono a descrivere una comprensione
profonda di alcuni problemi da parte delle masse. La storia e le attuali
tendenze ci suggeriscono altre spiegazioni: le persone agiscono e
reagiscono spesso su questioni che sembrano assai meno rilevanti di
altre. Un adagio di qualche anno fa sosteneva che forti agitazioni
sarebbero scoppiate solo se avessero chiuso gli stadi o i cinema; e nel
recente passato ci si è mobilitati per il green pass.
Questa volta, l'empatia per una popolazione massacrata e vessata, unita
all'odiosa sudditanza di un'intera unione politica nei confronti di un
singolo Stato, hanno creato l'humus per un atto di protesta. Quel che fa
pensare è come molti soggetti politici, più o meno istituzionali,
abbiano speso energie per capire come cavalcare il fenomeno più che per
comprenderlo. Lo sperticarsi in ipotesi sul futuro di questa
mobilitazione la dice lunga sulla capacità di alcuni di comprendere il
nostro presente, e snuda quell'attitudine ad aspettare il fenomeno
piuttosto che lavorare per riprodurlo.
La crisi dei movimenti si misura anche su queste modalità e sulle scarse
attitudini alla comprensione.
La controprova possiamo trovarla nella fase di rinnovo dei consigli
regionali: se fosse vero che le piazze esprimevano un aperto e maturo
dissenso contro il governo e i partiti che lo animano, si sarebbe dovuto
assistere a ben altri risultati, piuttosto che a vittorie a mani basse
delle destre. Un dato interessante, però, queste amministrative lo
stanno fornendo: la crisi della rappresentanza sta mostrando anche la
crisi della legittimità. Nel momento in cui per fare l'esempio
calabrese vota il 43% degli aventi diritto e il governatore eletto ha
alle spalle il 57% dei votanti, significa che governa con il consenso
del 24% della popolazione. Anche qui, l'astensionismo è un dato che va
letto più come rassegnazione e sfiducia che come precisa strategia
politica compiuta nel silenzio della propria esistenza.
Le urne vuote, così come le piazze piene, in assenza di motivazioni
lampanti, chiare e incontrovertibili, non sono processi che possano
essere analizzati con la stessa facilità con la quale si tenta di
cavalcarli o di metterci il cappello sopra. Siamo in una fase storica
molto complessa, nella quale molte distinzioni sembrano sempre più
evanescenti.
La società occidentale ha perso terreno sulle questioni di reale equità
sociale, di garanzie esistenziali e di futuribilità del proprio
immaginario; in una parola, è precaria. Eppure sembra essere ancora viva
un'empatia per l'altrui sofferenza almeno sui grandi numeri della
costernazione popolare mentre nel quotidiano si lascia morire la gente
sui marciapiedi. In questa sorta di schizofrenia fra la costernazione di
piazza e il cinismo individuale è sempre più arduo comprendere le
ragioni di processi come quelli delle proteste: arduo non solo per la
complessità del fenomeno, ma perché si cerca di comprenderlo
semplicemente guardandolo da fuori.
Si è perso il protagonismo dell'essere all'interno dei processi e della
relativa elaborazione di strategie, tese non solo a comprendere il
presente ma a prevedere gli scenari futuri. Si vive in un presente
galleggiando sull'imprevedibilità, cercando di non affondare, e nel
frattempo c'è chi cerca di cavalcare ogni increspatura, incurante di ciò
che l'ha provocata, sempre in una tensione volta a usare più che a
comprendere. Ora che una fase stazionaria pare raggiunta sul versante
mediorientale, non si sa cosa sarà di questa mobilitazione, che
probabilmente si affievolirà.
Nasceranno con tutta probabilità momenti e slogan legati a "blocchiamo
tutto", si cercherà di mimare ancora le gesta d'oltralpe, si tenterà di
tenere in piedi qualcosa, ma probabilmente con il consueto risultato.
Forse ciò che manca, oggi, non è la capacità di indignarsi ma quella di
sedimentare l'indignazione in prassi, di tradurre il moto empatico in
forma organizzata e cosciente. Ogni mobilitazione, quando non si fa
processo ma resta evento, finisce per dissolversi nel ritmo frenetico
dell'attualità che tutto consuma. La questione non è dunque quanto le
piazze siano piene, ma quanto siano abitate da una coscienza del
conflitto che si riconosce nel proprio tempo, che sa darsi durata. Senza
questa consapevolezza ogni empatia rischia di restare un riflesso
momentaneo del dolore, e ogni protesta un rito di sopravvivenza
collettiva dentro l'impotenza generalizzata.
In questa direzione, la sfida politico-pratica è costruire una
infrastruttura del dissenso capace di andare oltre l'occasionalità
dell'evento: luoghi di elaborazione e coordinamento che non nascano
dall'urgenza ma dal radicamento, che connettano le singole vertenze
sociali e territoriali dentro una cornice comune. Occorre cioè
ricomporre il frammento, riconoscere che il conflitto è diffuso ma
disperso. Non si tratta di inseguire la nostalgia dei movimenti passati,
ma di ricostruire un tessuto di intelligenza collettiva che sappia
tenere insieme riflessione e azione, analisi e organizzazione. Laddove
la politica istituzionale sta finalmente dimostrando la sua mera
funzionalità ai flussi finanziari e agli interessi particolari, in un
assurdo teatrino di finti opposti, occorrerebbe che i soggetti sociali
tornassero a produrre organizzazione territoriale.
Solo in questo modo l'atto empatico diventa gesto politico, e la piazza
si trasforma da luogo di sfogo in laboratorio del possibile. Senza
questa traduzione materiale, ogni slancio collettivo è destinato a
essere riassorbito dalla normalità e l'onda, invece di diventare
corrente, è destinata ad infrangersi su sé stessa.
JR
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