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(it) Italy, Sicilia Libertaria #463 - VERGA SOVVERSIVO. Rosso Malpelo (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Sun, 16 Nov 2025 07:33:03 +0200


È possibile gettare uno «sguardo anarchico» sulla produzione letteraria di Giovanni Verga? ---- I critici marxisti, che per anni hanno disputato sulla maggiore o minore concordanza delle opere verghiane con i canoni marxiani, hanno avuto comunque il merito di segnalarne la polisemia (ossia quella pluralità di significati che consente letture diverse e a volte contrastanti) e l'«attualizzazione» (la capacità di fornire ai lettori di oggi qualcosa che riguardi la loro vita, la loro esperienza, i loro valori). Aspetti che dovrebbe facilitare il compito anche a chi ricerca in quelle opere dei risvolti libertari.

Tra questi si distinguono Graziana Maniscalco e Nino Romeo, attrice e regista del CTS (Centro Teatrale Siciliano) che il 25 e il 26 luglio scorsi hanno messo in scena Rosso Malpelo, «il punto più alto per consapevolezza e resa espressiva», secondo il critico letterario Guido Baldi, della novellistica verghiana. Lo spettacolo si è tenuto all'interno della cava Daniele dove i piccoli minatori, come Rosso Malpelo, estraevano nell'Ottocento la ghiara rossa destinata alle abitazioni e al porto di Catania. L'interpretazione data alla novella si ricollegava in sostanza alla lettura fattane da Romano Luperini, un altro importante critico verghiano, in diversi suoi studi. Luperini aveva preso a modello Rosso Malpelo per ricostruire la poetica dell'autore, così parco a parlare di sé e della sua opera, attraverso le modifiche che vi aveva apportato nel tempo, dalla prima edizione del 1878 all'ultima, di vent'anni dopo, nel 1897, nella quale Verga aveva condotto alle estreme conseguenze il suo tentativo di «fare ecclissare (sic) al possibile lo scrittore, di sostituire la rappresentazione all'osservazione, mettere per quanto si può l'autore fuori del campo d'azione, sicché il disegno acquisti tutto il rilievo e l'effetto da dar completa l'illusione della realtà».

Tuttavia, come in tutte le opere veriste, anche in questa l' «impersonalità» dello scrittore si rivela alla lunga una «finzione» (Barberi Squarotti) che tracima nella «mistificazione» (Roland Barthes), nel «mascheramento» (Di Silvestro, Lo Castro) e nell' «occultamento» (Trifone). Gli espedienti e gli artifici di cui Verga si avvale in gran copia per «dare l'illusione della realtà» («fatto diverso», regressione, straniamento, discorso «indiretto libero», assenza di intreccio, di descrizione, di presentazione, di analisi psicologica dei personaggi, uso del passato imperfetto, linguaggio popolare, proverbi, ecc.), consentendogli di raggiungere la vetta più alta del realismo europeo, non riescono quasi mai a celare l'effettivo posizionamento (il messaggio, il giudizio, la passione, l'interesse) dell'autore.

Luperini per primo e molti altri dopo di lui hanno dimostrato che «l'interesse» dell'autore emerge e straripa addirittura dall' «insieme» della rappresentazione, dal suo andamento, dalla scelta del contesto e dei personaggi, dalla «regìa» (il montare ad esempio una particolare scena dietro l'altra), dai contrasti tra i vari soggetti del racconto, dalla distanza e dall'alterità del lettore rispetto al soggetto rappresentato, dall'effetto straniante che conduce infine il lettore a tifare per le vittime anziché per gli aguzzini. Il protagonista di Rosso Malpelo, che ha assistito nella cava alla morte del padre, Misciu Bestia, e alla malattia mortale dell'amico Ranocchio, s'indovina colto da un moto di ribellione cosciente, «machiavelliano» per la sua capacità «di guardare lucidamente, senza alcuna ipocrisia, alla verità effettuale delle cose» (Luigi Russo), che lo porterà a ricercare persino nella morte la liberazione «dalla sua condizione di ragazzo senza futuro» (Nino Romeo). Per Luperini, Rosso «porta in sé un elemento potenziale di ribellione alla violenza, cioè di pericolosità sociale, che non sfugge a nessuno ... Tutti i suoi ragionamenti rappresentano un'oscura, iniziale capacità di ribellione alla violenza»; trattando poi del contesto in cui la novella era apparsa per la prima volta - in un giornale destinato agli operai e nell'ambito di una campagna contro il lavoro dei fanciulli nelle miniere -, il critico toscano ipotizza ch'essa abbia avuto la funzione di dare «un minimo di coscienza agli operai».

Pertanto la denuncia del lavoro minorile e delle morti bianche sul lavoro - per nulla estirpati oggi nel mondo - non è la sola chiave di lettura «attualizzante» di Rosso Malpelo: l'accompagna una «potenziale» presa di coscienza che sarebbe incomprensibile a considerar Verga, in politica, come un conservatore, un reazionario addirittura, senza indagare seriamente, per fasi evolutive, sulla sua evoluzione ideologica. Verga appartenne per lungo tempo al campo democratico, è stato seguace di Giuseppe Carnazza Amari e di Francesco Crispi, dei quali ha seguito tutte le trasformazioni, dall'iniziale garibaldinismo all'imperialismo senile, con relativi ammiccamenti ad ambienti della sinistra radicale, dapprima, e della destra illuminata alla Sonnino, successivamente. Mantenne però alcuni particolari punti di vista: in campo filosofico fu anticapitalista, materialista, ateo, determinista, darwiniano, e ciò lo accomunò a buona parte dei pensatori suoi contemporanei, anarchici inclusi; in ambito letterario: il Verismo, derivato in parte dalla Scapigliatura democratica, era pur sempre un movimento d'avanguardia che «rompeva» con le tradizioni letterarie precedenti ed era inviso al pubblico borghese perché ne metteva a nudo vizi e difetti, e Verga per di più curava la rappresentazione nuda e cruda, disturbante e provocatoria, delle condizioni in cui erano tenuti in Sicilia i ceti più umili.

A colpire maggiormente il lettore di Rosso Malpelo non è tuttavia ciò che traspare dell'ideologia dell'autore, ma ciò che, rimosso dal suo vissuto, riemerge improvvisamente al suo interno nella relazione contrastata con Ranocchio e nella figura ricorrente del padre morto. Rosso vi rivela quella «dimensione non egoistica dell'esistenza» (Lo Castro) che la voce narrante gli aveva fino ad allora negato. L'umanitarismo nascosto di Verga s'incontra quindi con le pulsioni psichiche «profonde» dell'autore, non investigate finora a sufficienza.

Altri elementi della novella si prestano ad una lettura prettamente libertaria. Innanzitutto la visione prospettica, che consente di cogliere e far evolvere la realtà «dal basso», mediante un narratore o voce popolare che si erge a rappresentare gruppi sociali che vivono nelle campagne, nelle miniere e nelle località marinare dell'Isola, con tutte le prevenzioni, i pregiudizi e le mitologie del caso, ma anche capaci, nel volgere di pochi anni, di riunirsi nella più imponente organizzazione di rivendicazioni sociali della storia del socialismo europeo, i Fasci dei lavoratori. Il rilievo dato agli ambienti popolari, con le loro forti connotazioni comunitarie e solidaristiche, ha portato un altro interprete di Verga, Vitilio Masiello, ad equiparare lo scrittore siciliano a Tolstoj e a riprendere la definizione che Trotsky aveva affibbiato a quest'ultimo: «aristocratico e anarco-conservatore» (sic!)

È vero che i cavatori di Verga, e Rosso Malpelo è tra di loro uno dei più instancabili, sono intrisi in superficie di una cultura tradizionale, violenta e iniqua - alla maniera dei padroni che li sovrastano - nei confronti dei loro stessi simili, ma conservano anche quella profonda umanità che, coltivata e a determinate condizioni, può erompere in aperta rivoluzione. Verga non ne fa una questione di classe: gli aguzzini di Rosso, d'altronde, sono presenti ai vari livelli della scala sociale, e perfino tra i suoi parenti! È lo stesso Malpelo che, in quanto individuo e al di là della classe di appartenenza, deve emanciparsi e riscattarsi, dando l'esempio, anche se ciò può condurlo nei labirinti della morte. Verga tenta una «rappresentazione parabolica dell'esistenza umana» ricorrendo a «casi eccezionali dal punto di vista psicologico e sociale» (Asor Rosa): la realtà non corrisponde a quella incarnata dai suoi personaggi. Ma ciò che per taluni critici è un «limite», da un punto di vista anarchico appare un pregio. Rosso, difatti, «è cosciente d'essere un esempio di opposizione e di rifiuto per il fatto stesso di esistere: e allora recita fino in fondo la sua parte, anzi ne fa una forma ancor più radicale di contestazione del sistema del mondo interno alla cava e della propria funzione di coscienza di come è organizzata metafisicamente la vita (e, con la vita, la società)» (Barberi Squarotti). Una volta di più è il messaggio dell'autore, sono le potenzialità espresse o inespresse dei suoi personaggi, a prevalere sulla realtà oggettiva.

Un accenno in conclusione all'estrema coerenza di Giovanni Verga. A differenza di molti scrittori del suo tempo, anche d'ideologia socialista conclamata (come De Amicis), egli non cercò mai di mediare, rifacendo o censurando le sue opere secondo il gusto del tempo, ovviando in tal modo a sicuri insuccessi presso il pubblico borghese. La fedeltà al proprio modello narrativo l'accompagnò per tutta la vita ed è probabile che il silenzio dei suoi ultimi anni abbia la sua radice nell'impossibilità, essendo divenuto definitivamente «codino» - come si esprimeva -, di proseguire per la strada del disvelamento di realtà inaccettabili e orrende.

Natale Musarra

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