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(it) Italy, FdCA, IL CANTIERE #37 - Libia - dal regime di Gheddafi alle bande armate Lino Roveredo e Virgilio Caletti (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Tue, 11 Nov 2025 07:55:44 +0200
Dopo la rivolta del 2011 e il conseguente intervento militare dalla Nato
che ha contribuito al crollo del regime di Gheddafi, la Libia non ha più
trovato una sua stabilità. ---- Le recenti tensioni politiche e
militari, seguite all'uccisione del potente comandante miliziano Abdel
Ghani al-Kikli (Kikli era a capo del Dispositivo di Supporto alla
Stabilità (SSA), una potente milizia che prima era in qualche modo
collegata al Governo di unità nazionale (GNU) ma che negli ultimi tempi
operava in modo più indipendente; alleato dell'Occidente nel contrasto
all'immigrazione irregolare è accusato di gravi violazioni dei diritti
umani) che hanno portato la Libia sull'orlo di un nuovo conflitto, sono
l'inevitabile conseguenza di un paese politicamente e territorialmente
frammentato.
La divisione etnica in Libia è parte di un mosaico complesso di etnie
(arabi, berberi, tuareg e tebu), tribù (circa 140) e regioni storiche
(Tripolitania, Cirenaica e Fezzan), con radici profonde nella storia del
paese. Questa frammentazione etnica e tribale ha contribuito a un forte
sviluppo di rivalità e conflitti, che si sono acuiti dopo la caduta di
Gheddafi nel 2011, segnando la fine di un'unità nazionale artificiale e
il ritorno a molteplici particolarismi locali e nazionali.
Centinaia di milizie armate, stando alle ultime stime più di 200, si
spartiscono il territorio e si dividono tra i due principali e
contrapposti schieramenti: il Governo di unità nazionale (GNU) del primo
ministro Abdul Hamid Dbeibah che controlla Tripoli e il territorio del
nord-ovest, affiancato dall'Alto Consiglio di Stato, dal Consiglio
Presidenziale e con il supporto dalla Turchia; e il generale Khalifa
Haftar che controlla, attraverso la Camera dei Rappresentanti e il
Governo di stabilità nazionale, l'est del paese e vaste regioni della
Libia centrale e meridionale con l'appoggio della Russia.
Crisi sociale e lotte sindacali
Negli ultimi tre anni, la Libia ha attraversato una situazione economica
molto difficile, con redditi medi bassi e crescenti tensioni sociali.
Nel 2025, lo stipendio medio mensile in Libia è di circa 300 euro, con
differenze sostanziali a seconda della dimensione dell'azienda e del
settore: mentre nelle grandi aziende si arriva a 430 euro, nella
microimpresa la media scende a 180 euro. Nel settore pubblico lo
stipendio medio è intorno ai 240 euro.
La Libia, una volta tra i paesi con il reddito pro-capite più alto
dell'Africa, ha visto un crollo significativo soprattutto a partire dal
2011 e ulteriormente aggravato dal conflitto e dalla instabilità. Nel
2023-2025 il PIL è in parziale recupero, ma la disoccupazione resta
alta, oltre il 15%.
La difficile realtà economica ha generato intense lotte sindacali e
sociali. Negli ultimi anni lo scontento popolare è esploso in proteste
contro l'aumento del costo della vita, il deficit di servizi pubblici
essenziali e l'assenza di tutele lavorative. I sindacati indipendenti e
gruppi di lavoratori hanno organizzato scioperi, manifestazioni e
richieste di riforme salariali e migliori condizioni di lavoro,
soprattutto nei settori pubblici e petroliferi.
Queste mobilitazioni sindacali non si sono limitate a rivendicazioni
salariali, ma denunciano anche la corruzione diffusa e una situazione
politica che alimenta le diseguaglianze nella distribuzione della
ricchezza. La frammentazione politica e la presenza di milizie armate
complicano la possibilità di organizzazione e rappresentanza sindacale
unitaria, rallentando il processo di emancipazione della classe lavoratrice.
L'industria degli idrocarburi
L'economia libica è basata principalmente sull'estrazione di petrolio e
gas naturale. Con una riserva di 48 miliardi di barili di petrolio è tra
i primi 10 paesi produttori a livello mondiale e il primo in Africa. La
Libia possiede anche consistenti riserve di gas naturale e occupa il
quinto posto tra i produttori di gas nel continente africano. Val la
pena qui ricordare che l'Italia è uno dei principali acquirenti di
petrolio e gas libico.
Il ruolo strategico che hanno assunto queste due risorse nell'economia
del paese sono centrali per comprendere la storia passata e presente
della Libia.
Fu in seguito alla crisi di Suez del 1956 che la produzione di petrolio
libico divenne di estrema importanza per i paesi occidentali.
Come riportato nel libro "Sotto la sabbia" di Giampaolo Cadalanu: "il
governo di re Idris aveva accordato circa sessanta concessioni di
prospezione geologiche a una dozzina di società straniere" e "il primo
pozzo petrolifero produttivo fu realizzato nel 1959 nella regione di
Sirte, a Zelten (ora Nasser)". Viste le dimensione del giacimento, la
Exxon, titolare della concessione, costruì una conduttura e un terminal
sul Mediterraneo: la pipeline, lunga 167 chilometri, aveva la capacità
di portare al terminal di Marsa al Brega circa duecentomila barili di
greggio al giorno. Inaugurata nell'ottobre 1961, l'opera garantì
l'export di sette milioni di barili solo per quell'anno e rappresentò un
momento di svolta per la Libia.
Nel 1962 la Libia, con una produzione annua di 67,1 milioni di barili,
aderì all'OPEC e nel 1965 il gettito dei giacimenti arrivò a 445,4
milioni di barili.
E' risaputo che uno degli obiettivi del golpe militare del 1969,
conosciuto come "Operazione Gerusalemme", che determinò la caduta del
regime "reazionario e corrotto, autocratico e marcio" di re Idris e che
portò al potere di Muammar al Gheddafi, era dettato dall'inadeguatezza
della monarchia nella gestione delle risorse petrolifere.
Infatti, con il suo insediamento, Gheddafi avviò una rinegoziazione
delle concessioni petrolifere con le compagnie straniere ottenendo
condizioni più vantaggiose e, attraverso la nazionalizzazione delle
risorse, le costrinse a cedere al governo libico quote significative
delle loro partecipazioni. Il petrolio rappresentava la principale fonte
di entrate per il paese, costituendo circa il 95% delle esportazioni e
garantendo una notevole ricchezza. E' sulla base degli interessi che
ruotano attorno al petrolio e al gas e sul ruolo attivo dello Stato
libico nella gestione economica che si andrà a costituire un'élite,
formata dai vertici politici e militari intrecciati con il potere di
Gheddafi e del suo entourage, che rappresenterà la nuova borghesia
nazionale.
Dopo la caduta di Gheddafi nel 2011, la Libia è teatro di conflitti
interni e divisioni territoriali. La redistribuzione dei proventi
derivanti dalle vendite del petrolio è una tra le cause fondamentali dei
dissidi tra i due governi rivali che si contendono il potere e dividono
il paese: il Governo di Unità Nazionale (GNU), con sede a Tripoli, e il
Governo di Stabilità Nazionale (GSN), con sede a Tobruk.
Anche il recente cambio di leadership della compagnia petrolifera
nazionale (NOC) è un tassello chiave della più ampia crisi politica e
militare del Paese, dove il controllo delle risorse petrolifere diventa
arma di potere tra i diversi governi rivali e milizie, con impatti
diretti sull'economia nazionale, la stabilità politica e la sicurezza.
Farhat Bengdara, nominato presidente della NOC nel luglio 2022 e
recentemente sostituito da Massoud Suleman, si è dimesso ufficialmente
per motivi di salute ma è accusato di aver facilitato traffici illeciti
a vantaggio del clan Haftar.
Recentemente un gruppo di esperti dell'Onu si è focalizzato sulle
attività di Arkenu, una società petrolifera privata fondata nel 2023 e
di fatto controllata da Saddam Haftar (figlio del generale Khalifa).
Arkenu è l'unica compagnia privata in Libia formalmente autorizzata
dalla NOC a produrre ed esportare petrolio. Secondo l'agenzia Reuters,
dallo scorso maggio Arkenu ha esportato petrolio per un valore di almeno
600 milioni di dollari, amministrando i fondi al di fuori dei canali
della Banca centrale. Tra le figure chiave dell'amministrazione di
Arkenu figurano non solo diversi membri del clan Haftar, ma anche alcune
figure vicine al primo ministro Dbeibah. La società potrebbe quindi
rappresentare uno dei principali strumenti per la spartizione dei
proventi petroliferi tra est e ovest.
Il business del traffico di esseri umani
Dopo la figuraccia per il respingimento della delegazione dell'Unione
europea, composta dal ministro dell'interno italiano Matteo Piantedosi,
dai suoi omologhi di Grecia e Malta, Thanos Plevris e Byron Camilleri, e
dal commissario europeo per le migrazioni, Magnus Brunner, messo in
opera dal governo parallelo di Bengasi, sotto il controllo di Khalifa
Haftar, il Viminale corre ai ripari dichiarando che "i rapporti sono
ottimi con entrambe le fazioni della Libia".
La Libia per l'Europa, ed in particolare per l'Italia, è un
interlocutore strategico per la gestione dei flussi migratori in
partenza dalle coste libiche e provenienti dall'area subsahariana. Lo
sanno bene anche i ministri costretti a lasciare la Libia che il peso di
Haftar, che guida le milizie che controllano le coste da dove parte il
maggior numero di migranti verso l'Italia, è di basilare importanza.
La delegazione europea ha ridotto la vicenda ad una questione di
protocollo, ma è più probabile che le autorità della Libia orientale
mirino ad un riconoscimento internazionale e a chiedere più soldi in
cambio del loro impegno a svolgere il "lavoro sporco" per conto degli
europei con l'obiettivo di diminuire le partenze via mare dei migranti.
I rapporti tra le milizie libiche e l'Europa sul tema dei migranti non
sono una novità, ma esistono accordi stipulati già negli anni passati.
Accordi che si inquadrano in un piano di "esternalizzazione delle
frontiere" che mette a nudo l'inadeguatezza dell'Europa nel gestire un
fenomeno relativamente nuovo come le migrazioni di massa, reclutando
paesi come la Libia che non hanno mai firmato la convenzione per i
diritti del rifugiato dell'ONU.
Infatti, è emblematico il caso della mancata consegna del generale
libico Najeem Osama Almasri alla Corte penale internazionale da parte
del governo italiano. Accusato di crimini di guerra e contro l'umanità
legati a casi di "trattamento crudele, tortura, stupro, violenza
sessuale e omicidio, commessi nel carcere di Mitiga", dopo essere stato
arrestato dalla polizia italiana e incarcerato presso il carcere di
Torino, il governo italiano lo libera e lo rimpatria in Libia con un
aereo di Stato. E pensare che durante una conferenza stampa del 11 marzo
2023 a Cutro, dove due settimane prima al largo della costa del comune
jonico, era avvenuto il naufragio di una nave carica di migranti (i
morti accertati furono 94 e i dispersi mai restituiti dal mare un numero
mai stabilito con certezza), il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni
aveva dichiarato: "Noi siamo abituati ad un'Italia che si occupa
soprattutto di andare a cercare i migranti per tutto il Mediterraneo.
Quello che vuole fare questo governo è andare a cercare gli scafisti
lungo tutto il globo terracqueo perché vogliamo rompere questa tratta."
Gli affari che ruotano attorno al flusso dei migranti gestito dalle
milizie armate libiche sono profondamente intrecciati con attività di
traffico di esseri umani e sfruttamento sistematico. Il totale del
mercato degli esseri umani nel Mediterraneo è stimato in miliardi di
euro (circa 6 miliardi di euro solo nel Mediterraneo nel 2017), di cui
una parte rilevante è legata alla rotta libica.
Le milizie, spesso collegate alle forze armate statali o autonome,
controllano centri di detenzione dove i migranti vengono imprigionati in
condizioni estremamente dure, subendo torture, violenze sessuali e
lavoro forzato. Questo sistema, che è diventato un affare estremamente
lucroso, viene sfruttato anche per ottenere riconoscimenti e vantaggi
politici nelle trattative con i governi europei, i quali spesso fanno
accordi formali e informali con queste fazioni per controllare e ridurre
le partenze via mare.
Il primo accordo tra l'Europa e la Libia è del 2011 per collaborare su
sicurezza, stabilità, e migrazione. La caduta di Gheddafi e la guerra
civile hanno impresso una forte accelerazione all'aumento del numero dei
migranti e richiedenti asilo che attraversano il Mediterraneo e
l'emergenza migratoria è diventata uno dei punti cruciali nelle
relazioni dell'Europa con la Libia.
Tra gli accordi principali che meritano di essere citati ci sono il
Memorandum Italia-Libia del 2 febbraio 2017 e la Malta Declaration del 3
febbraio 2017. Essi rappresentano il cuore operativo della strategia
europea per arrestare i flussi migratori attraverso formazione, mezzi e
fondi in cambio di blocco delle partenze e gestione dei centri di
detenzione.
Il Memorandum d'intesa Italia-Libia del 2 febbraio 2017 è stato firmato
a Roma dal primo ministro italiano Paolo Gentiloni e dal capo del
Governo di Accordo Nazionale libico Fayez al-Sarraj. Esso prevede che
l'Italia garantisca supporto logistico e tecnico alla Libia, che
fornisca mezzi navali, attrezzature, tecnologie e formazione alla
guardia costiera libica per il pattugliamento del Mediterraneo e
collaborazione per il rafforzamento del controllo delle frontiere sud
della Libia, attraverso supporto a centri di transito e accoglienza nei
punti di entrata. Inoltre, nell'accordo sono previsti la
ristrutturazione e il potenziamento dei centri esistenti in Libia con il
supporto tecnico e finanziario italiano. Formalmente definiti come
centri "di accoglienza temporanea", ma nella pratica spesso identificati
come centri di detenzione per migranti, con gravi violazioni documentate
dei diritti umani.
Infine, l'accordo contempla il coinvolgimento dell'UE e delle agenzie
ONU (come l'OIM e l'UNHCR) per il finanziamento e la gestione di alcuni
interventi, mentre l'Italia si impegna a mobilitare fondi europei e
italiani. Il Memorandum ha una validità di 3 anni, con rinnovo
automatico salvo disdetta da una delle parti con 3 mesi di preavviso. È
stato rinnovato automaticamente nel 2020 e di nuovo nel 2023.
Il giorno successivo alla firma del Memorandum, i leader europei hanno
adottato la Malta Declaration con il proposito di "garantire un
controllo efficace della nostra frontiera esterna e nell'arginare i
flussi illegali verso l'UE". Tra gli obiettivi prioritari della
Dichiarazione: il rafforzamento della guardia costiera libica, il blocco
delle rotte marittime e perfezionamento dei meccanismi di rimpatrio.
Un ulteriore "passo in avanti" verso quel programma di
"esternalizzazione" delle frontiere che troverà concretezza grazie ad
ingenti finanziamenti, tra i quali: 1,8 miliardi di euro del Fondo
fiduciario dell'UE per l'Africa, 152 milioni di euro provenienti da
contributi degli Stati membri e 200 milioni per le operazioni più urgenti.
Con questi accordi, l'Unione Europea e l'Italia si smarcano dal loro
dovere di accogliere le persone in fuga da persecuzioni e guerre, con
una politica estera in materia di immigrazione che si basa su accordi
stipulati con governi dittatoriali o attori criminali (leggi gruppi
armati) che sfruttano i migranti per ricavarne profitti personali,
calpestando i principali diritti umani di chi ha scelto di costruirsi
una vita migliore e che, per perseguire questo obiettivo, si è visto
costretto ad abbandonare il proprio paese di origine.
Gli attori internazionali
Ragionando sul piano di un'analisi dei rapporti imperialistici, le
ingerenze di Turchia, Russia, Europa, Cina e Stati Uniti in Libia
rappresentano una competizione per il controllo strategico, militare ed
economico di una regione chiave per il Mediterraneo, l'Africa e le rotte
energetiche globali.
La Turchia sostiene il governo di Tripoli (GNU) attraverso interventi
militari diretti, fornendo mercenari e dispositivi militari,
consolidando così un avamposto nel Mediterraneo orientale per accrescere
la propria influenza politica ed economica. Il suo progetto
neo-imperialista include il controllo di zone marittime contese e il
ruolo di interlocutore imprescindibile nel Nord Africa.
La Russia appoggia invece il governo orientale di Tobruk, guidato da
Khalifa Haftar, con l'invio di armamenti, mercenari (in particolare del
gruppo Wagner) e supporto politico-economico, volti a stabilire una base
militare e a influenzare l'estrazione petrolifera e le rotte
commerciali. Il posizionamento russo è parte di una strategia di
accrescimento della propria influenza globale e di contenimento
dell'influenza occidentale.
L'Europa, frammentata ma partecipe, mantiene rapporti ufficiali con
Tripoli, ma si muove con pragmatismo dialogando anche con la Cirenaica e
cercando di gestire le crisi migratorie e l'accesso alle risorse
energetiche. In realtà, l'Europa soffre di una mancanza di un progetto
unitario e incisivo, rimanendo spesso subordinata alle dinamiche delle
potenze più forti.
La Cina entra in gioco principalmente con investimenti economici e
infrastrutturali mirati a costruire una forte presenza economica,
cercando di proporsi come partner strategico sia dei governi di Tripoli
che di Tobruk senza però un coinvolgimento militare diretto. Il suo
imperialismo si manifesta con il progetto della Via della Seta e
l'acquisizione di interessi strategici, minerari ed energetici in Libia
e nell'Africa in generale, puntando a rafforzare la propria posizione
nel sistema mondiale multipolare.
Gli Stati Uniti, infine, mantengono un ruolo di supervisore strategico
che mira a salvaguardare i propri interessi energetici e di sicurezza,
limitando l'espansione russa e turca e tentando di stabilizzare la
regione attraverso l'appoggio selettivo a interlocutori politici, senza
però un impegno militare massiccio. Washington utilizza la diplomazia,
le sanzioni e il supporto alle missioni internazionali come strumenti di
controllo.
Il ruolo dell'Italia
La presenza italiana in Libia ha radici profonde che risalgono al 1911,
quando l'Italia avviò una campagna di conquista coloniale della
Tripolitania e della Cirenaica, allora provincie dell'Impero Ottomano.
Con l'avvento del fascismo nel 1922, Mussolini ordinò una "riconquista"
aggressiva e senza limiti della Libia. I generali italiani, in
particolare Rodolfo Graziani, scatenarono una repressione feroce usando
tattiche di controguerriglia, deportazioni di massa di civili, campi di
concentramento e violenze estreme, tra cui l'uso di gas e bombardamenti
sulle popolazioni libiche.
Successivamente alla Seconda guerra mondiale, con l'indipendenza della
Libia nel 1951, molti italiani rimasti nel paese furono espulsi o
lasciarono progressivamente la Libia, soprattutto dopo l'avvento di
Gheddafi, che nel 1970 ordinò l'espulsione della maggior parte degli
italiani e la confisca delle loro proprietà (valutate nel 1970 a più di
400 miliardi di lire). Dalla confisca si salvarono però le proprietà
della FIAT e soprattutto dell'ENI.
Sotto il regno di Idris, la collaborazione tra l'Italia e la Libia si
concentrò nel settore petrolifero, portando alla costruzione di
importanti impianti come raffinerie a Tripoli e impianti industriali, e
con accordi che garantivano all'Italia forniture accresciute di
petrolio, pagate tramite investimenti in infrastrutture e industrie
libiche. Nel 1959, la Compagnia Ricerca Idrocarburi (Cori), controllata
da Agip e Snam Progetti, ottenne concessioni per avviare l'estrazione
nella regione della Cirenaica.
Ma è' con la crisi petrolifera del 1973 che la Libia assume per i paesi
europei e, in particolare, per l'Italia un ruolo strategico nel
reperimento delle fonti energetiche.
Durante il governo di Gheddafi, nonostante le tensioni politiche
internazionali, ENI mantenne rapporti stabili con la Libia, favorendo
accordi operativi tra AGIP (la società petrolifera italiana parte di
ENI) e il governo di Tripoli, come avvenuto nel 1975. La collaborazione
si inseriva anche in una più ampia strategia energetica italiana volta
alla cosiddetta "opzione metanifera", cioè l'importazione di gas
naturale per diversificare le fonti energetiche italiane, inclusa la
costruzione di gasdotti e l'export di tecnologia italiana. Come
riportato nel libro di Giampaolo Cadalanu "Sotto la sabbia": "Intanto
l'Italia aveva intrapreso con Tripoli un commercio di armamenti, che
negli anni doveva diventare fornitura di arsenali interi - dalle
corvette agli aerei da trasporto, dai mezzi blindati ai missili
terra-terra, fino alle mine -, con la coscienza nazionale salva grazie
alla clausola per cui queste armi dovevano avere una funzione difensiva."
Merita qui accennare anche alla breve parentesi della partecipazione
libica nel capitale della FIAT: dopo lunghe trattative segrete, nel 1976
la Libyan Arab Foreign Investment Company, l'istituto per le
partecipazioni estere della Banca Centrale libica, acquistò una quota
pari al 9,7 per cento delle azioni FIAT per 415 milioni di dollari. La
partecipazione nel capitale dell'azienda torinese finì una decina d'anni
dopo, Tripoli rivendette le quote alla FIAT con un buon guadagno.
La collaborazione energetica tra Italia e Libia nel 2025 è
caratterizzata da un rafforzamento significativo degli accordi e da una
crescente sinergia soprattutto nel settore del petrolio, del gas e delle
energie rinnovabili.
L'Italia rimane il principale partner commerciale e il maggior
importatore di idrocarburi libici, con una relazione energetica
strategica che si concretizza in accordi importanti, come quello da 8
miliardi di dollari tra Eni e la National Oil Corporation libica per
aumentare la produzione petrolifera. Tuttavia, le esportazioni di
petrolio e gas libico hanno subito negativamente gli effetti
dell'instabilità politica nel Paese, segnando un calo negli ultimi anni.
Nel contesto della transizione energetica globale, si registra un
interesse condiviso per lo sviluppo delle energie rinnovabili. In
particolare, l'Italia sostiene la Libia nel suo Piano strategico per le
energie rinnovabili fino al 2025, con progetti per la generazione
elettrica da fonti solari ed eoliche e lo sviluppo di tecnologie verdi,
anche grazie alla partecipazione di Eni e l'interesse del governo
italiano per la cooperazione economica e industriale in questo ambito.
Inoltre, nel 2024-2025 si sono intensificati i contatti diplomatici e
commerciali, inclusa la firma di accordi al Business Forum italo-libico
che vede la partecipazione di imprese italiane come Confindustria,
Saipem, Intesa Sanpaolo e Unioncamere. Il Piano Mattei, promosso dal
governo italiano, punta a consolidare queste relazioni energetiche
integrando il ruolo italiano come snodo naturale per flussi energetici
tra Africa, Mediterraneo ed Europa.
Viene anche ripristinato il collegamento aereo diretto tra Italia e
Libia (con ITA Airways dal 2025), consolidando i rapporti commerciali e
facilitando gli scambi.
Campi profughi libici: l'amoralita' istituzionalizzata
Nel sito di Magistratura Democratica "Questione Giustizia", i campi
profughi in Libia vengono definiti "un'istituzione concentrazionaria"
nella quale non sono assenti i soggetti di cui ci ha diffusamente
trasmesso i tratti peculiari Primo Levi: i Kapo'. Costoro, come nel
passato, sono in grado disinvoltamente, quotidianamente e reiteratamente
(come attestano tutte le testimonianze) di trasmettere alti concetti
come "posso uccidere quando voglio e come voglio, posso fare quello che
voglio" oppure "io non sono somalo, non sono musulmano, io sono il
vostro padrone" etc.
I principali, fra i Centri, sono situati a Tripoli, Misurata, Khoms,
Zliten e Dhar El-Jebel; preoccupantemente vasta e variegata la gamma di
patologie (in primis la tubercolosi) che periodicamente decima le
popolazioni dei campi. Da almeno 6 anni Amnesty e Medici senza Frontiere
allertano, in modo documentario, la gravità della situazione lanciando
ripetuti quanto inascoltati appelli.
Memorandum
Il Memorandum Italia-Libia (l'articolato del quale si ricordava in
precedenza) compie 8 anni e può a buon diritto venire qualificato con le
parole "tragico fiasco". Superfluo enumerare le nefandezze che lo hanno
fin qui caratterizzato.
Oltre alla ignominiosa "vicenda Najeem Osama Almasri e al viaggio di
ritorno in aereo di Stato" più sopra ricordata, è sufficiente rammentare
che figure di vertice assoluto dell'apparato che forma la Guardia
Costiera libica, depositaria dell'italica fiducia e celebrata fino alla
nausea, quali il fu' Abd al-Rahman al-Milad sono ritenute dall'ONU quali
"criminali e trafficanti di uomini".
Per quel che riguarda, infine, i numeri capaci di togliere il sonno a
più di un settore di società patria, va evidenziato che, ad oggi, fra
Libia e Tunisia, circa 60.000 sono i migranti bloccati nei lager
attualmente operativi. E tenuto conto del fatto che la rotta prescelta
(considerata la "più pericolosa del mondo"), cioè il tratto di
Mediterraneo che conduce al Bel Paese (non obbligatoriamente al fine di
insediarsi in vita sua nell'amena località di Caronno Pertusella) è
fortemente arricchita di nostri consimili in via di decomposizione (nel
mentre scriviamo si apprende di altre 26 morti accertate e di numerose
altre in via di accertamento prodotto dell'ennesimo naufragio) viene
spontaneo evincere che l'ambizioso quanto nobile disegno annunciato
dalla nostra Presidente del Consiglio (perseguire senza tregua per
l'intero periplo i trafficanti di uomini...) non ha fin qui registrato
risultati rimarchevoli.
Come corollario a tali asserti, una volta di più in odore di
scontatezza, e allo scopo di rammemorare intorno al grado di organica
costruzione offerto dalla fortezza di ostacoli che si presentano, meglio
richiamare l'attenzione sul paragrafo qui intitolato "Attori
internazionali", laddove si elucida quanto basta per comprendere come
anche in questo "teatro minore" (l'aggettivazione è dovuta, considerando
la grandiosa bellicosità che si offre allo sguardo) le potenze globali e
quelle regionali si muovano ed operino con le consuete rapacità e
voracità permeanti lo "spirito del tempo".
Conclusione
Provare a tirare qualche conclusione degna di nota è impresa ardua,
innegabilmente.
Una cosa, per noi, è però certa; ricusiamo fermamente la vulgata che
vorrebbe designare la Libia (e con lei, in buona compagnia, la
Mauritania) come l'unica area del Maghreb del tutto priva della nostra
tradizione (ossia dell'Anarchismo) e rinviamo alla pagina del 2011
(precisamente delle date 17-03-2011 e del 24-11-2011; traduzione
dell'Ufficio Relazioni Internazionali della FdCA) di Anarkismo.net nella
quale è possibile rinvenire ed apprezzare un breve testo dal titolo "I
segni della sconfitta della rivoluzione in Libia" così firmato: Saoud
Salem - Anarchico libico.
Semplicità, eleganza e nitore degni di un diagramma matematico ne
costituiscono i segni distintivi.
Il compagno che scrive si appella ai popoli, "a tutti i popoli del
mondo", e non ai governi, "a nessun governo".
Davvero improbabile individuare un "cammino" più chiaro, intelligibile e
luminoso di quello indicato dal compagno Saoud Salem.
Agli sfruttati libici, ai migranti lì detenuti e a noi con loro il
dovere di percorrerlo.
Documentazione:
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/libia-un-paese-ostaggio-di-elite-politiche-rivali-206588
https://ilmanifesto.it/la-crisi-libica-ha-tre-facce-politica-militare-ed-economica
https://www.infomercatiesteri.it/indicatori_macroeconomici.php?id_paesi=109#
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/libia-il-consolidamento-di-un-fragile-equilibrio-fondato-sul-clientelismo-124011
https://www.nigrizia.it/notizia/libia-conflitto-banca-centrale-petrolio
https://www.worldbank.org/en/news/press-release/2024/12/17/libya-s-economic-outlook-pathways-to-sustainable-growth-and-increased-productivity
Giampaolo Cadalanu - Sotto la sabbia - Editori Laterza
Porsia Nancy - Mal di Libia. I miei giorni sul fronte del Mediterraneo -
Bompiani Munizioni
https://www.iai.it/sites/default/files/iai1516.pdf#:~:text=Con%20la%20caduta%20del%20regime%20di%20Gheddafi%20e,e%20richiedenti%20asilo%20che%20cercano%20di%20raggiungere%20l%E2%80%99Europa.
https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2017/02/03/malta-declaration/
https://www.swissinfo.ch/ita/libia-video-cnn-mostra-aste-di-migranti/43675752
Del Boca Angelo - Italiani, brava gente? - Neri Pozza Editore
A-Infos (it)[Editoriale Anarkismo.net]I segni della sconfitta della
rivoluzione in Libia
https://alternativalibertaria.fdca.it/
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