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(it) Italy, Sicilia Libertaria #462 - UOMINI IN GUERRA - Effetti collaterali o progetti di sterminio? (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Fri, 17 Oct 2025 09:57:16 +0300


«di una delle aree naturalistiche più presidiate e controllate» ---- Due guerre scuotono il dibattito europeo ormai da alcuni anni, anche se a ben vedere solo una di queste sembra corrispondere alla definizione di guerra, quella fra Ucraina e Russia, mentre l'altra, sulle coste africane del Mediterraneo, è solo un altro genocidio israelita contro i palestinesi, con la scusa del terrorismo di Hamas che, a sua volta, tanto innocente non è. L'Europa dibatte sul pericolo che corre, e l'Occidente sembra preoccuparsi, stretto tra ipocriti commercianti di armi e politici che fanno dichiarazioni pacifiste, mentre commerciano con le parti in guerra. L'Europa si guarda l'ombelico, pensando di essere al centro del mondo, e poco si cura, essa che si crede un faro della giustizia e della democrazia, di quello che di terribile e bellicoso succede un poco più in là della sua area d'influenza. Infatti, se andiamo a vedere, in questo momento tutti i continenti sono attraversati da conflitti bellici, al punto che sommando le popolazioni coinvolte e il numero delle vittime si superano per la prima volta i dati della seconda guerra mondiale. Infatti, senza considerare i conflitti latenti, che riesplodono di colpo per poi tornare ad assopirsi, secondo l'ONU ci sono attualmente almeno 56 conflitti armati attivi sparsi in 92 paesi, ognuno dei quali coinvolge due o più paesi indipendenti o sotto protettorato implicito di alcune delle grandi potenze. In vari casi si tratta di guerre intestine, dove ognuna delle parti può anche essere appoggiata da potenze internazionali differenti, sotto il controllo delle grandi industrie produttrici di armi.

In tutti questi conflitti bellici gran parte dei morti appartengono evidentemente agli eserciti combattenti, anche se i civili, secondo la conformazione del teatro di guerra, possono subire grandi perdite di vite umane, spesso definite come «effetti collaterali». Questa espressione viene utilizzata per alludere agli effetti «non intenzionali» delle azioni belliche, ma in genere riguarda «vittime innocenti», cioè non i militari che, quando muoiono o sono feriti, sarebbero «vittime colpevoli», perché si presume che partecipino alla guerra volontariamente, e quindi ne sono in parte responsabili, o in ogni caso sapevano del pericolo che correvano, ecc. Gli «effetti collaterali» riguarderebbero uomini, donne e bambini che ci si trovano in mezzo senza volerlo e ne soffrono le conseguenze tanto fisiche - morti, feriti, dispersi o sfollati - che psicologiche - ansia, depressione, traumi -, senza considerare la distruzione dell'ambiente e delle colture, la diffusione della fame e della povertà; tutti effetti che contribuiscono, secondo la loro gravità, a indebolire più una parte che l'altra delle fazioni in guerra, e ben lo sa, per esempio, il governo sionista quando proibisce l'entrata degli aiuti alimentari a Gaza. Da tutto ciò deriva che questi effetti tanto collaterali poi non sono.

A parte l'ipocrisia implicita nell'uso della definizione, occorre tuttavia distinguere bene quello che succede nella realtà senza lasciarsi irretire da discorsi giustificatori e propagandistici, anche da parte di giornalisti italiani, per cui Putin sarebbe un aggressore mentre Netanyahu non lo è: giudizio giustificato dall'attacco effettuato il 7 ottobre 2023 da Hamas che però dimentica essere Israele ad avere storicamente invaso la Palestina. In quanto agli «effetti collaterali», fra la Russia che bombarda Kiev colpendo edifici abitati da civili o mercati o stazioni ferroviarie, reputandole strutture militari, e ciò che da due anni avviene a Gaza, bombardata in modo indiscriminato da Israele con la scusa che vi si nascondono i tunnel di Hamas, non c'è molta differenza, tantomeno nelle giustificazioni addotte, tranne forse che nel numero delle vittime. In effetti, sembra che, di fronte alla poca credibilità che ha il giustificare i suoi crimini come «effetto collaterale», il governo sionista sia stato obbligato ad accennare anche ad «errori» che, però, si susseguono giornalmente, quando si uccidono persone che fanno la fila per ricevere un po' di cibo, o quando si colpisce con un drone un assembramento o un ospedale, si aspetta alcuni minuti finché arrivino i soccorritori e si torna a bombardare nello stesso punto, per ammazzare più gente «collaterale» possibile. È quanto è successo nuovamente il 25 agosto 2025 all'ospedale di Khan Younis, a Gaza City, con il risultato di 21 morti, compresi cinque giornalisti, che erano accorsi a soccorrere i feriti e che si aggiungono agli oltre 270 giornalisti uccisi, direttamente e volutamente, dall'inizio dell'invasione. Uccidere chi informa delle nefandezze che Israele sta commettendo a Gaza è un «effetto collaterale» o un piano ben pensato per eliminare chi tenta di descrivere in tempo reale il nuovo olocausto?

Il concetto occidentale di «effetto collaterale» è stato molto dibattuto durante il ventesimo secolo, a partire dagli effetti delle due guerre mondiali, con riferimenti filosofici all'Illuminismo e, ancor di più, derivati dal dibattito giuridico sulla «guerra giusta», caratteristico della modernità fin dal riemergere, alla fine del quindicesimo secolo, dalle radici romane, dello ius bello che, tra l'altro, stabiliva quali limiti morali si dovessero porre ai danni inflitti ai non combattenti. Il dibattito moderno sulla «guerra giusta» prende l'avvio in ambito spagnolo, con l'inizio della conquista dell'America, sulla liceità o meno di far la guerra ai popoli indigeni e sottometterli alla corona. È in tale contesto che il diritto di conquista, storicamente giustificato dall'annuncio del Cristianesimo, viene moralmente limitato dalla necessità di riconoscere l'umanità degli indigeni, anch'essi figli di Dio. Da essa discende il decreto reale di Isabella la Cattolica che, pur proibendo la schiavitù delle popolazioni americane, ne imponeva la «tutela» fino alla loro uscita dallo stato selvatico e alla loro conversione (lo stesso ragionamento sarà ripreso in parte per la schiavitù africana).

Dal dibattito sulla «guerra giusta» il diritto internazionale moderno, di impronta occidentale, raccoglie i due principi della necessità e della proporzionalità: qualunque atto di guerra non deve causare danni eccessivi ai non combattenti o coinvolgerli per raggiungere degli obbiettivi militari; e la risposta a un'azione bellica dev'essere proporzionata alla sua intensità. Sappiamo che questi principi non vengono rispettati spesso, anche se li ha assunti il Tribunale Penale Internazionale, a cui oltretutto non tutti i paesi aderiscono. In ogni caso, dal percorso storico del concetto di «guerra giusta», deriva un forte richiamo, tranne per chi non voglia saperne completamente, affinché il «diritto in bello» non coincida con la «moralità in bello», neanche nei casi di legittima difesa (per fare un esempio, la legittimità palestinese di ribellarsi all'oppressione sionista non giustifica moralmente né gli stupri né il giocare a calcio con la testa mozzata di un nemico!)

Fin qui abbiamo dato per scontato che gli «effetti collaterali» in generale sono percepiti all'esterno, ma anche giustificati da chi li ha provocati, come eventi inaspettati, frutto di circostanze avverse (non intenzionali). In effetti, già abbiamo detto che la linea che separa gli obbiettivi bellici da quelli che non lo sono è poco netta, anche perché è possibile, come succedeva spesso durante la seconda guerra mondiale e attualmente in quella tra Russia e Ucraina, categorizzare gli obbiettivi bellici in primari e secondari, per cui diventa «legittimo», per esempio, bombardare una fabbrica di armi per distruggerne i depositi. In questo caso, bombardare di giorno, quando gli operai civili stanno lavorando, sarebbe perseguibile, non essendone stati previsti gli «effetti collaterali», mentre non lo sarebbe se si facesse di notte! In effetti è proprio quello che succede a Gaza City, anche se non molto spesso, quando l'esercito sionista avvisa gli abitanti palestinesi con un sms di sfollare perché un'ora dopo sarebbe cominciato il bombardamento! A questo punto ci si chiede, mi sembra legittimamente, se vale la pena parlare ancora di «effetti collaterali», non intenzionali, e quale può esserne l'utilità, considerando soprattutto che, quando un esercito occupa un territorio nemico, sono i civili locali a soffrirne il peso e la violenza, anche sessuale, come ha appena denunciato il Segretario Generale dell'ONU. (Continua)

Emanuele Amodio

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