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(it) Italy, Sicilia Libertaria #462 - Inventare il futuro (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]

Date Mon, 13 Oct 2025 08:30:52 +0300


Quale autunno ci aspetta? Un autunno di ripresa della conflittualità sociale o l'ennesimo autunno del nostro scontento, per parafrasare il titolo del famoso romanzo di John Steinbeck? Se qualche segnale di risveglio è emerso in questi ultimi tempi riguarda l'indignazione, più morale che politica, nei confronti del genocidio in atto del popolo palestinese da parte del governo israeliano. Per il resto persiste certamente, ma si direbbe fisiologica, una microconflittualità diffusa. Il quadro politico istituzionale poi è quanto di più sconfortante si possa immaginare. La destra al governo prosegue nel suo progetto di disegnare una società ordinata e rigidamente sotto controllo: un fascismo al momento soft, adeguato ai tempi dell'effimera libertà del consumatore. Mentre in politica estera fa quello che farebbe qualsiasi governo in carica, cioè l'obbedienza ai diktat statunitensi e soprattutto l'ossequio al capitalismo trionfante. L'opposizione parlamentare vivacchia di pretestuose polemiche che denunciano la condivisione del medesimo orizzonte politico-culturale della destra (se non a parole certamente nei fatti): il culto dell'Impresa, delle sue logiche competitive, dello scientismo e del tecnicismo risolutori di qualsiasi problema. Si direbbe, forse in maniera sbrigativa ma efficace, che destra e sinistra istituzionali facciano il loro mestiere, né più né meno.

Se la politica istituzionale è questa, e non ci aspettiamo nulla di diverso, quali sono le prospettive, i progetti, le intenzioni che guidano l'azione di quell'area minoritaria (forse, frammentata certo) di antagonismo sociale? Perché si ha l'impressione che non sempre riesca a sottrarsi, per usare termini gramsciani, alla preponderante e multiforme egemonia del sistema capitalistico. Qualche esempio può aiutare a spiegarci meglio.

La vicenda dei dazi voluti e imposti da Trump si trascina oramai da qualche tempo ed è al centro del dibattito pubblico. Non vale la pena qui riassumere le varie posizioni, quello che può interessare è che quasi unanimemente si è stigmatizzata la scelta americana contrapponendovi una presunta libertà dei commerci, conquista faticosa delle nazioni progredite, evocando così nello stesso tempo un'astrazione - la libertà - che fa molta presa sul consenso di massa. Pochi invece hanno fatto notare come le scelte trumpiane - strumentali e prodotto di una logica imperiale - finirebbero per denunciare indirettamente le storture del capitalismo, globalizzato o meno, e potrebbero spingerci a riflettere su come dare vita ad un'economia autocentrata e locale e su come attuare modalità di produzione e distribuzione veramente legate ai territori. A cosa serve quindi rinfacciare a Meloni di non essersi saputa opporre a Trump o di trovare la soluzione al problema dell'aumento dei dazi nel finanziare le imprese, cosa del tutto normale nella logica di chi proclama l'intangibilità delle imprese? Del resto sono stati e sono tutti concordi, imprese, governi, parti politiche e sociali, nel costruire un'economia votata all'esportazione - che tra l'altro si regge sulla sfruttamento della manodopera immigrata e locale, soprattutto in agricoltura, fiore all'occhiello delle nostre esportazioni. Forse aiuterebbe di più ragionare su come uscire dalle strettoie delle logiche imposte, soprattutto da parte di chi si dichiara anticapitalista.

Altro esempio riguarda la drammatica situazione palestinese che, dopo quasi due anni, ha portato ad un risveglio delle coscienze, mentre i partiti di opposizione sembra vi vedano, adesso più di prima, un'opportunità di critica antigovernativa. Anche in questo caso, al di là della condanna morale del genocidio, prevalgono le posizioni di chi sceglie uno schieramento di campo: pro Palestina che spesso vuol dire pro Hamas o pro Israele, cioè pro ebrei vittime irrisarcibili della furia nazista. Oppure si ripete meccanicamente lo slogan due popoli due Stati: che potrà pure avere una sua utilità simbolica, ma non tiene conto delle forze oggi in campo, della complessità della situazione e delle multiformi relazioni tra palestinesi e israeliani. Pochi invece hanno fatto osservare come spingere per due stati risponda alla logica del nazionalismo etnico, molto caro alle destre sovraniste o meno, foriero di perpetui scontri e guerre. E ancor meno hanno dato rilievo a tutte quelle esperienze che auspicano l'incontro tra i due popoli e promuovono la diserzione dalla guerra e dal nazionalismo. Non sta certo a noi decidere quali scelte debbano compiere i palestinesi (o gli israeliani), tuttavia per chi in Italia o altrove desidera una reale liberazione dei popoli il sostegno, l'impegno, la lotta devono essere indirizzati a favorire l'incontro e non lo scontro, ad appoggiare quanti si oppongono alle guerre e al militarismo, a sottrarre qui da noi energie alle logiche imperialistiche e guerrafondaie.

Infine un esempio più "banale", quasi di colore e balneare, è il caso di dire, data la sua durata e l'aspetto per certi versi macchiettistico che ha assunto (ce ne occupiamo peraltro con un altro articolo in questo numero). Riguarda la polemica intercorsa tra governo e opposizione sulla presunta crisi del turismo e di quello balneare in particolare. Ora qui non importa entrare nel merito delle posizioni e del dibattito che si è sviluppato anche sulla stampa, conta sottolineare come le posizioni più progressiste hanno messo in evidenza le criticità del turismo, dai prezzi troppo alti per alberghi, ristoranti, ecc, allo sfruttamento dei lavoratori del settore, ai salari troppo bassi che non permettono a buona parte della popolazione di godere delle ferie. Tutto molto giusto, tuttavia una visione più ampia della questione forse avrebbe potuto anche far riflettere sul fatto che il turismo funziona come una qualsiasi industria estrattiva che devasta i territori, li asservisce alle logiche del profitto e si regge su una manodopera ipersfruttata.

Purtroppo la tendenza a rimanere prigionieri, anche involontariamente, di una realtà che appare immodificabile sembra piuttosto diffusa, anche in chi all'opposto dovrebbe denunciare tutte le distorsioni del capitalismo con l'obiettivo di spingere verso il suo superamento. Una fetta, pure importante, della diversificata opposizione sociale oggi in Italia pare invece volersi far carico di trovare soluzioni all'interno del quadro dato. Senza porre, anche soltanto come progettualità o punto di riflessione e discussione, la possibilità di fuoriuscita dal sistema. Allora il compito che ci attende nell'imminenza dell'autunno e nei prossimi mesi non è tanto mimare una conflittualità inesistente o sterile, ma cominciare a ragionare su come mettere in moto tutte quelle energie che si pongono in contrasto irreversibile col sistema dello sfruttamento e della guerra, su come inventare una narrazione, per usare un temine molto in voga, che sottragga consenso al sistema e immagini una società diversa.

Angelo Barberi

https://www.sicilialibertaria.it/2025/09/09/inventare-il-futuro/
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