|
A - I n f o s
|
|
a multi-lingual news service by, for, and about anarchists
**
News in all languages
Last 30 posts (Homepage)
Last two
weeks' posts
Our
archives of old posts
The last 100 posts, according
to language
Greek_
中文 Chinese_
Castellano_
Catalan_
Deutsch_
Nederlands_
English_
Francais_
Italiano_
Polski_
Português_
Russkyi_
Suomi_
Svenska_
Türkurkish_
The.Supplement
The First Few Lines of The Last 10 posts in:
Castellano_
Deutsch_
Nederlands_
English_
Français_
Italiano_
Polski_
Português_
Russkyi_
Suomi_
Svenska_
Türkçe_
First few lines of all posts of last 24 hours
Links to indexes of first few lines of all posts
of past 30 days |
of 2002 |
of 2003 |
of 2004 |
of 2005 |
of 2006 |
of 2007 |
of 2008 |
of 2009 |
of 2010 |
of 2011 |
of 2012 |
of 2013 |
of 2014 |
of 2015 |
of 2016 |
of 2017 |
of 2018 |
of 2019 |
of 2020 |
of 2021 |
of 2022 |
of 2023 |
of 2024 |
of 2025
Syndication Of A-Infos - including
RDF - How to Syndicate A-Infos
Subscribe to the a-infos newsgroups
(it) Italy, Umanita Nova #23/25 - Unica rotta la solidarietà (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Sat, 11 Oct 2025 10:16:13 +0300
Nei mesi estivi la vicenda palestinese ha segnato un notevole salto di
qualità. Il governo sionista ha dato alla sua azione genocida un
orizzonte più preciso. Con l'annuncio e poi l'avvio delle operazioni di
occupazione di Gaza City, si sono rese esplicite le intenzioni di
Netanyahu (e di Trump): Gaza va finita di spianare e messa a
disposizione di programmi israelo-americani ancora non del tutto chiari,
mentre i palestinesi della Striscia dovranno "defluire" verso sud e lì
verranno stipati in un grande campo di concentramento di pochi
chilometri quadrati. Ad accogliere gli sfollati - o meglio chi di loro
arriverà vivo - ci saranno "ben" quattro di quei punti di distribuzione
del cibo che in verità, fino ad ora, alle folle stremate hanno servito
più piombo che cibo. Dopo di che - si dice - ad ogni singolo gazawo
verrà offerta la possibilità di un esodo volontario verso altri paesi.
Si parla di un incentivo di 5 mila dollari e un anno di alloggio
garantito a chi se ne va volontariamente. Analisti di vario genere sono
scettici su questo progetto, sia per le forti resistenze che la
popolazione di Gaza City avrà a spostarsi, sia per l'indisponibilità dei
paesi che sono stati indicati come idonei ad ospitare gli esuli di Gaza
(Libia, Etiopia, Indonesia, Sud Sudan, ecc). In aggiunta va considerato
l'eclatante disaccordo del Capo di Stato Maggiore dell'esercito, Eyal
Zamir, che teme perdite troppo gravi nei combattimenti dentro Gaza City
e teme di impantanarsi a tempo indefinito. D'altra parte, a tutte queste
ragioni si oppone, per il momento, la determinazione che sembrano avere
Netanyahu e i suoi ministri fanatico-suprematisti; mentre ancora c'è chi
vorrebbe soppesare rischi e guadagni, già da settimane le devastanti
bombe israeliane radono al suolo aree periferiche della città. Le pur
brevissime pause "umanitarie" sono abolite e il 2 settembre si parlava
già di 60 mila persone in fuga verso sud, cioè, con buona probabilità
verso i nuovi campi di concentramento previsti dal governo sionista e
dal suo alleato statunitense.
È verosimile che Netanyahu sia fiducioso che nel frattempo le bombe e la
fame facciano già una "naturale" selezione delle persone da
concentrazionare. In effetti, alcuni esperti sanitari hanno già detto
che, se fino ad oggi contiamo solo qualche morto al giorno per
denutrizione, potremmo presto passare ad una fase di escalation, in cui
il combinato tra fame, denutrizione, deficit immunitari ed epidemie
potrebbe portare i morti fino all'ipotetica cifra di mezzo milione. Del
resto, le intenzioni del governo israeliano riguardo a Gaza si sono
fatte ormai del tutto chiare: il lavoro cominciato a suo tempo con
l'operazione "Piombo fuso" (2008-2009) va portato rapidamente a
compimento, inseguendo il sogno distopico della "Grande Israele". Quello
stesso sogno distopico che spinge, contemporaneamente, verso
l'accelerazione della pulizia etnica in Cisgiordania, verso una
rinnovata pressione territoriale in Siria, Giordania e Libano e verso il
confronto militare con l'Iran. In queste settimane Netanyahu e i suoi
scalmanati ministri suprematisti discutono spesso di annettere
formalmente un pezzo della Cisgiordania, ma l'annessione formale è di
importanza relativa rispetto a ciò che quotidianamente viene fatto sul
campo da coloni ed esercito: espulsioni di contadini dalle proprie case,
terreni coltivabili dati alle fiamme, ulivi secolari sradicati a
centinaia, arresti arbitrari, torture e assassini di inermi.
Il miraggio della "Grande Israele" fa fare questo ed altro, ma tale
miraggio non è sorretto soltanto dalle pur focose spalle dei 700 mila
coloni, con i loro inqualificabili rappresentanti nel governo (Ben Gvir
Ministro della Sicurezza Nazionale e Bezalel Smotrich ministro delle
Finanze). Lo stesso inferno di Gaza non avrebbe potuto prolungarsi ed
approfondirsi in questo modo se non fosse stato sostenuto anche da
interessi di ben altro peso. Ci dà ampia cognizione di ciò l'ormai noto
Rapporto di Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite
sui territori palestinesi occupati ("Dall'economia dell'occupazione
all'economia del genocidio"). Tale rapporto ricostruisce i grandi affari
che alcuni importanti soggetti economici hanno potuto fare attorno al
genocidio, spesso in continuità con gli affari che alcuni di questi
soggetti già facevano nel contesto dell'occupazione coloniale della
Palestina.
Il Rapporto, che approfondisce otto "settori chiave" dell'economia del
genocidio, indica nel "complesso militar-industriale" "la spina dorsale
dello Stato" israeliano, cioè uno stato che presenta un alto grado di
integrazione tra potere politico, esercito, grande industria ad alta
tecnologia e ricerca scientifica. "Tra il 2022 e il 2024, Israele è
stato l'ottavo esportatore di armi al mondo. Le due più importanti
aziende israeliane produttrici di armi - Ebit Systems" - azienda privata
- "e la statale Israel Aereospace Industries - sono tra i primi 50
produttori di armi a livello globale. Dal 2023, Ebit ha collaborato
strettamente alle operazioni militari israeliane, inserendo personale
chiave nel Ministero della Difesa".
D'altra parte, molto importanti per sostenere l'opera distruttiva a Gaza
sono state anche "le partnership internazionali". "Israele beneficia del
più grande approvvigionamento della difesa mai realizzato, quello per il
jet da combattimento F-35" (in cui è coinvolta anche l'italiana Leonardo
spa). Se si considera che tra il 2023 e il 2024 la spesa militare è
cresciuta del 65%, si può comprendere come l'industria di guerra
israeliana (e statunitense) sia cointeressata al prolungarsi
dell'inferno a Gaza. È molto interessante vedere chi ha coperto il forte
deficit pubblico (6,8%) derivante dal vertiginoso aumento della spesa in
armi. Il governo ha aumentato le emissioni di buoni del tesoro,
usufruendo di un generoso e largo acquisto da parte di "alcune delle più
importanti banche del mondo", e di potentissime società di gestione
patrimoniale statunitensi come Blackrock e Vanguard. Per avere una
minima idea di cosa stiamo parlando, diciamo che queste due società
sommate ad una terza, la State Street, detengono un patrimonio 20
trilioni di dollari, cioè 10 volte l'intero PIL italiano e pari al PIL
americano. La rivista Leadership Management li definisce "i veri padroni
del mondo". Questi veri padroni del mondo hanno ritenuto necessario
tutelare con propri denari il meccanismo affaristico del genocidio dai
rischi di un eccessivo deficit statale.
Tra gli altri sette settori chiave che Francesca Albanese documenta come
fortemente cointeressati al prolungarsi dell'azione genocida in corso, è
interessante segnalare quello della "Sorveglianza e carcerarietà", cioè
prodotti come telecamere a circuito chiuso, sorveglianza con droni,
intelligenza artificiale e altri. Tutti strumenti già utilizzati nella
repressione dei palestinesi prima del 7 ottobre 2023 e ancor più dopo
quella data. A produrre questi strumenti di repressione sono le famose
aziende ad alta tecnologia (start up) di cui Israele è capofila mondiale.
Dunque il miraggio della "Grande Israele", ebrezza espansionistica di
uno Stato intrinsecamente confessionale e militarista, viene oltremodo
alimentato dagli interessi della parte più "moderna" del capitalismo
israeliano, a sua volta intrecciato col grande capitale statunitense. In
questo quadro, si colloca l'evidentissima complicità interessata dei
paesi europei che di fronte al susseguirsi dei tragici eventi in
Palestina balbettano invece che parlare. La UE è notoriamente il primo
partner commerciale di Israele, rappresentando, nel 2024, il 32% del suo
commercio totale, pari a 45 miliardi di euro, di cui 5 miliardi con
l'Italia. Ma a fare grandi affari con Israele sono anche alcuni paesi
del BRICS ed in modo particolare la Cina, a dispetto delle simpatie
nutrite per quei paesi da alcuni ambienti interni al movimento per la
Palestina. Le statistiche dicono che la Cina è il maggior esportatore ed
il terzo importatore verso e da Israele. Particolarmente interessante è
vedere come ha affrontato la questione "Contropiano", rivista della Rete
dei Comunisti, che ha recentemente pubblicato un articolo di Zhang
Sheng, ricercatore universitario di Istanbul, il quale tenta in qualche
modo di "arrampicarsi sugli specchi" per poi dover ammettere che "la
solidarietà politica con la Palestina e i legami economici con Israele
creano una contraddizione nella politica estera cinese, e Pechino si è
semplicemente dichiarata amica di entrambe le parti", oltre a non aver
ancora usato il termine "genocidio".
Ed è proprio la parola "genocidio" che invece si è imposta come parola
discriminante, al di sopra di ogni correttezza linguistica, nel
segnalare la gravità di ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi,
dell'enormità che quasi non riesce ad essere contenuta in nessuna
parola. "Fermare il genocidio" è oggi la parola d'ordine che unisce, in
tutto il mondo, enormi fiumi di persone anche molto diverse tra di loro,
che si riversano nelle piazze, e in qualche caso scoprono o riscoprono
l'impegno sociale diretto, nutrito dall'empatia verso una popolazione su
cui sembra che si stia scaricando tutto il potenziale distruttivo
accumulato nei secoli dall'umanità. Non è stato il 7 ottobre che ha
permesso alla questione palestinese di tornare al centro
dell'attenzione, come sostengono alcuni; al contrario è stato
l'incredibile tempismo del governo iper-sionista, che in pochissimi
giorni ha messo di fronte il mondo intero ad un inferno in terra. Da
questo punto di vista, diviene secondario stabilire se l'azione del 7
ottobre sia stata o meno favorita dai servizi segreti israeliani, perché
in ogni caso tale azione è stata oggettivamente utile a chi
probabilmente voleva già scatenare l'inferno.
Siamo adesso ad un passaggio estremamente critico. Per andare avanti con
l'operazione a Gaza City, Netanyahu ha richiamato 60 mila riservisti, in
una fase in cui il rifiuto di indossare la divisa sta crescendo
notevolmente, sia pure con motivazioni molto variegate. Allo stesso
tempo, Israele è interessata da un ciclo di grandi manifestazioni e
scioperi che chiedono trattative per il rilascio degli ostaggi. Sappiamo
bene che la maggioranza di quei manifestanti non è contraria alla
guerra, ma solo insofferente al suo prolungamento. Non siamo certo
all'implosione interna dello Stato sionista, ma neanche a quella
coesione nazionale a cui punta qualsiasi Stato che si prepara ad una
difficile operazione militare. Sappiamo anche che ai bordi di queste
manifestazioni sta agendo ed un po' crescendo una composita minoranza
anti-sionista ed antimilitarista. Significative le immagini di molti
ragazzi che inequivocabilmente si sono qualificati con cartelli "stop al
genocidio". Altrettanto significativo è vedere uniti nel blocco
anti-sionista cittadini ebrei e cittadini arabi.
In questo contesto tra pochi giorni salperà diretta verso Gaza la Global
Sumud Flotilla, composta da decine di imbarcazioni, centinaia di
attivisti e personalità varie. Come è noto, lo scopo della Flotilla è
portare parecchie tonnellate di cibo per sostenere la popolazione di
Gaza ormai in stato di denutrizione. Il governo israeliano si è
affrettato a dire che tratterà i naviganti solidali al pari dei
"terroristi", cioè carcere duro e forse anche qualcosa di più. Certo a
costoro non manca il ghigno! Tuttavia, non è obiettivamente un passaggio
semplice, vista la presenza a bordo di centinaia di cittadini europei e
di alcune persone note. Dal canto loro i portuali di varie città hanno
annunciato che dai porti "non passerà più un chiodo" se succede una
qualsiasi cosa alla Flotilla. Gli inviti alla mobilitazione diretta, in
prima persona, si stanno moltiplicando. Stiamo dunque pronti. Con la
Global Flotilla nel cuore.
Claudio Strambi
https://umanitanova.org/unica-rotta-la-solidarieta/
________________________________________
A - I n f o s Notiziario Fatto Dagli Anarchici
Per, gli, sugli anarchici
Send news reports to A-infos-it mailing list
A-infos-it@ainfos.ca
Subscribe/Unsubscribe https://ainfos.ca/mailman/listinfo/a-infos-it
Archive http://ainfos.ca/it
- Prev by Date:
(it) France, UCL AL #363 - Ecologia - Les Résistantes 2025: Uno sguardo alla seconda edizione del festival Les Résistantes (ca, de, en, fr, pt, tr)[traduzione automatica]
- Next by Date:
(it) Uk, ACG: Lavoratori dei trasporti londinesi in sciopero (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
A-Infos Information Center