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(it) Italy, Umanita Nova #23/25 - La nascita della Federazione Anarchica Italiana (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Mon, 6 Oct 2025 07:38:15 +0300
Quando uscirà questo numero di Umanità Nova saranno passati ottanta anni
dalla fondazione della Federazione Anarchica Italiana. Nel 1945, e
precisamente dal 15 al 19 settembre, si riunirono a Carrara realtà
anarchiche (Federazioni, gruppi, circoli) in rappresentanza della
stragrande maggioranza del movimento anarchico di lingua italiana, e
diedero vita alla FAI. Per ricordare questo evento, e soprattutto per
far conoscere i problemi che si trovò ad affrontare la Federazione
all'inizio del suo cammino, abbiamo deciso di pubblicare uno stralcio
tratto dal libro di Gino Cerrito "Il ruolo dell'organizzazione anarchica".
Per quanto riguarda in particolare il movimento anarchico italiano,
bisogna tenere anche conto del fatto che esso aveva sofferto la
dittatura fascista. Durante il ventennio, gli esuli - nonostante le
polemiche dissolventi che caratterizzavano ogni emigrazione politica -
avevano vissuto esperienze indubbiamente utili ma erano rimasti staccati
dalla vita reale del paese, ove intorno al 1945 tornavano nutrendo sogni
spesso lontani dalle obbiettive possibilità del movimento. I rimasti,
sorvegliati, processati, condannati al carcere e al domicilio coatto,
furono talvolta indotti dalla lotta ad inserirsi nelle cellule comuniste
e nei gruppi di «Giustizia e Libertà», vivendo così esperienze
necessariamente autoritarie che ne sottrassero diversi all'anarchismo e
che impoverirono il patrimonio antiautoritario di altri. La
cospirazione, del resto, è un fenomeno di natura autoritaria che lascia
negli individui che la soffrono indiscutibili segni, attenuati solo dal
contatto con i confinati e poi con gli esuli.
La ricostituzione del movimento fu inizialmente opera dei rimasti nel
paese e particolarmente dei confinati. Anche per ciò essa si verificò
con notevole ritardo di fronte a quella degli altri partiti politici.
Com'è noto, uno degli effetti del crollo del regime mussoliniano fu la
liberazione dei prigionieri politici: ebbene gli anarchici, per ordine
superiore, rimasero nelle carceri e nelle isole per parecchi mesi
ancora; e si trovarono liberi verso il settembre 1943 alla spicciolata e
spesso per atti
di forza compiuti collettivamente o individualmente. In tali condizioni
ogni ritrovamento dei compagni per la ricostituzione dei gruppi appariva
difficile.
Nel Sud, i gruppi rinacquero fra enormi difficoltà e con essi comparve,
fin dal 1944, qualche periodico stampato a Napoli. In quel medesimo anno
si tennero diversi convegni locali; e finalmente, nel settembre, i
delegati dei gruppi calabresi, pugliesi e campani si riunirono a Napoli
e giunsero a definire un orientamento anarchico, che risentiva della
preoccupazione di cadere nel revisionismo autoritario dei partiti. I
motivi di questo timore derivavano dalla constatazione della
degenerazione del movimento sindacale, dal disgusto verso lo spirito
gregario coltivato dai regimi di Mussolini e di Stalin, dall'isolamento
in cui molti dei convenuti erano rimasti durante il ventennio, da una
comprensibile reazione contro l'affluenza nel Partito comunista perfino
di anarchici. Tutto ciò produsse una profonda diffidenza nei confronti
di una organizzazione impegnata del tipo di quella del 1920, che i
congressisti giudicavano acriticamente superata. Nei confronti poi del
problema del movimento operaio, il congresso stigmatizzava la
ricostituzione al vertice della C.G.I.L. per opera dei partiti di
governo; e senza tentare neppure di ricostituire una libera
organizzazione operaia (quanti dei congressisti avevano effettivi
contatti con operai e con contadini?), invitava i compagni di Roma a
revocare espressamente la partecipazione anarchica al Consiglio
direttivo della C.G.I.L., che era stata richiesta da Bernardino De
Dominicis già dirigente dell'Unione Sindacale Italiana. Sul medesimo
piano si ponevano, poco dopo, gli anarchici siciliani, che
nell'individualista Paolo Schicchi di Palermo ammiravano un esempio da
imitare.
Sostanzialmente diversa era la posizione degli anarchici nell'Italia
centrale e settentrionale, ove essi parteciparono attivamente alla
Resistenza ed ebbero numerosi caduti. Periodici, numeri unici e
manifesti di propaganda vennero pubblicati saltuariamente a Firenze, a
Genova, a Torino, a Milano, a Ravenna ed altrove; mentre dopo l'aprile
del 1945 ogni città del Centro e del Settentrione ebbe praticamente il
suo organo di stampa.
È chiaro che, già dal 1943-44, queste pubblicazioni erano l'espressione
di gruppi e di federazioni nati con denominazioni diverse. A Roma, per
esempio, ove durante la Resistenza numerosi anarchici erano stati
passati per le armi e tre di essi proprio alle Fosse Ardeatine, nasceva
subito dopo il maggio 1944, per opera di compagni di diverso
orientamento, una Federazione Comunista Libertaria che dopo la
diffusione di qualche numero unico, iniziava nel dicembre la
pubblicazione settimanale di «Umanità Nova». A Firenze, le prime
consistenti conferenze anarchiche si tennero nell'aprile e nel maggio
1943, con la partecipazione di delegati di varie città della Toscana, della
Liguria, dell'Emilia, del Lazio, i quali costituirono la «Federazione
Comunista Anarchica Italiana», animata dal vecchio Pasquale Binazzi di
La Spezia e attiva particolarmente a Livorno, a Firenze ed a Pistoia.
Proprio qui, nel 1939, erano sorti due gruppi giovanili anarchici alcuni
membri dei quali erano finiti nel 1940 innanzi al «Tribunale speciale
per la difesa dello Stato» o alla «Commissione provinciale per
l'assegnazione del confino di polizia». Il 10 settembre 1943, il
compagno Lato Latini tuttavia su posizioni individualiste stampava nella
sua tipografia il n. 343, a. III di «Umanità Nova» Giornale anarchico,
espressione della rinascita di cui abbiamo discorso. Il foglio veniva
poi continuato clandestinamente, per altri 13 numeri, nel corso
dell'estate 1944 e dell'autunno-inverno 1944-45, sotto l'amministrazione
alleata, da Lato Latini, Augusto Boccone ed E. Puzzoli.
A Genova, a Milano, a Torino si tennero durante l'occupazione nazista
varie riunioni interregionali e si decisero iniziative comuni, trasmesse
poi ai compagni delle località che non avevano potuto inviare delegati
con il solito mezzo del venditore ambulante di merci varie e del
personale viaggiante delle ferrovie e delle poste. Talvolta, in alcuni
centri, per necessità locali e per effetto di quelle convinzioni
alleanziste che si erano andate diffondendo durante il ventennio, i
compagni parteciparono come membri di diritto ai «Comitati di
Liberazione Nazionale» e poi, dopo la liberazione, si impegnarono
persino nella ricostruzione delle amministrazioni pubbliche locali,[due
esempi di ciò si ebbero a Balsorano (AQ) e Bucchianico (CH) dove
rispettivamente Bifolchi e Fedeli assunsero la carica di sindaco nel '45
- nota editoriale]con l'illusoria speranza che si andasse incontro ad
una situazione nuova che richiedeva un impegno più «realistico» degli
anarchici. Era la prima volta che in Italia gli anarchici partecipavano,
in quanto tali, e sebbene per poco tempo, all'amministrazione della cosa
pubblica, convinti di non potere sottrarsi a questo «dovere».
Indubbiamente influiva su loro non soltanto la vicenda della guerra
partigiana con i suoi ovvi compromessi, ma anche l'attività del
precedente periodo cospirativo e gli stessi avvenimenti spagnoli di cui
- come si è detto - non c'era stato il tempo di approfondire
adeguatamente i problemi. La confusione ideologica e tattica
caratterizzava in genere tutto il movimento, che nonostante tutto
sembrava realmente unito e la cui situazione generale, all'atto della
liberazione, era in netta fase ascendente al Sud e assai brillante in
tutta l'Italia centrale e settentrionale.
Nella stessa capitale industriale del paese - che era notoriamente la
roccaforte del socialismo legalitario - gruppi numerosi delle correnti
partigiane e dei contingenti operai delle industrie si orientavano verso
l'estremismo anarchico: sicché a Milano l'organizzazione «Comunista
Libertaria» contava parecchie migliaia di aderenti. Ancora più solida
era la posizione dell'anarchismo a Livorno, ad Ancona, a Genova e
particolarmente a Carrara e nella zona del marmo, di cui sono note le
tradizioni libertarie. Sicché, quando nel giugno del 1945 gli anarchici
dell'«Alta Italia» si riunirono a Milano, risultavano rappresentate 14
federazioni e 8 gruppi non federati, per alcune decine di migliaia di
soci, come appunto venne affermato.
Per la maggior parte, quelle organizzazioni avevano sostituito alla
vecchia denominazione di Federazione anarchica, quella di Federazione
comunista-libertaria. I motivi ci sembrano ovvi: in primo luogo gli
anarchici avevano ricostituito le federazioni ed i gruppi durante e
subito dopo il conflitto, sapevano di avere contro di loro grossolani
pregiudizi e avversioni tradizionali; in secondo luogo essi ritenevano
utile definire il loro programma anche nel nome dei gruppi ricostituiti,
mettendolo di fronte a quello autoritario del Partito comunista; infine
non è forse da escludere che a spingerli verso la nuova denominazione
fosse la convinzione della rivoluzione sociale imminente (convinzione
comune allora nel nostro paese) e intanto la necessità di aprire le
porte del movimento alla quantità, che i vecchi compagni si proponevano
di maturare nel tempo. La nuova denominazione si richiamava, è vero, al
programma malatestiano, ma non dava la sensazione del rigore ideologico.
Anzi, per legare al movimento i numerosi giovani affiliati, venuti
all'anarchismo
perché spinti da entusiasmo contingente, da sfiducia nei partiti
politici tradizionali, della cui politica peraltro non conoscevano
perfettamente né i difetti né i pregi eventuali, e dal desiderio di
menar le mani, vennero adottate le tessere ed i distintivi, il che
suscitò scandalo fra gli intransigenti.
L'adozione della legge del numero, che era stata la base della
ricostituzione della Federación Anarquista Iberica del luglio 1937, era
poi accompagnata da altre non meno interessanti e indicative
deliberazioni. Le discussioni e le conclusioni del Convegno rispondevano
perfettamente al carattere che il movimento aveva assunto nel
Settentrione. Si auspicava cioè la costituzione di un'associazione
nazionale anarchica omogenea ed efficace. Del resto il nome stesso
datosi dal movimento del Nord preludeva alla formazione di
un'organizzazione di tendenza, che rilanciava ed irrigidiva i caratteri
di quella costituita a Bologna nel 1920. I convenuti riconoscevano poi
la necessità dell'unità sindacale e della partecipazione degli anarchici
al movimento operaio, onde imprimere alle masse lavoratrici le
«direttive» libertarie. Incaricavano un apposito comitato di prendere
contatti con il Comitato di Liberazione Nazionale «Alta Italia»,
affinché «sia assicurato il diritto ai nostri compagni di entrare in
tutti quei comitati ove il nostro ingresso sia ritenuto necessario ed
utile ai fini del controllo e della preparazione rivoluzionaria». Infine
consigliavano alla stampa anarchica di porsi su un piano di
rinnovamento: discutendo i problemi vitali della società e
trasformandosi da strumento riservato ai già «convinti», in mezzo di
penetrazione nelle masse popolari. Era proprio ciò che faceva la
redazione del settimanale della Federazione comunista
libertaria lombarda guidato da Mario Mantovani. «Il Comunista
Libertario» che dal 1946 diventava «Il Libertario» fu certamente il
periodico più moderno e più aderente ai problemi del momento, quasi per
tutto il periodo della sua pubblicazione cessata nel settembre 1961.
Furono questi i raggruppamenti (non così perfettamente delimitati) che
parteciparono al Iº Congresso anarchico nazionale del dopoguerra,
tenutosi a Carrara nel settembre 1945.
Senonché, la coerenza ideologica degli anarchici dell'Italia del Nord,
cioè dei «comunisti libertari», era inficiata dall'esistenza fra loro di
un gruppo di delegati che si presentavano con l'intenzione di operare
una revisione radicale dell'anarchismo, trasformando il movimento in
partito a base marxista. Per cui coloro che temevano un'organizzazione
«impegnata» come l'inizio di un'offensiva contro la «purezza»
dell'Ideale, trovarono una giustificazione calzante al loro estremo
«puritanesimo». Essi, invero, non erano molti: traevano però la loro
forza dalla saltuaria, incerta e oscillante adesione di tutti coloro
che, pur definendosi comunisti anarchici, nutrivano una profonda e a
volte inconscia avversione per l'organizzazione, che accettavano per le
necessità della lotta e come transazione con i principi.
A Carrara, oltre a numerose individualità ed ai redattori dei periodici
libertari, sono presenti i delegati di 25 federazioni regionali o
provinciali e di 36 gruppi non federati, in rappresentanza di tutte le
regioni d'Italia. Il clima è rivoluzionario e da «fronte unico». Tutti i
congressisti sembrano formalmente d'accordo, almeno nelle conclusioni,
di non rompere quella unità entusiasmante, fatta di abbracci fra vecchi
combattenti e di propositi rivoluzionari. A questo clima, dopo le prime
schermaglie, non resiste neppure il gruppo di revisionisti ai quali
abbiamo fatto cenno. E infatti, il Congresso non approva alcun programma
ideologico, giacché un programma ideologico uniforme significherebbe
indubbiamente frattura; e si ricollega perciò alle più vecchie
iniziative associazionistiche del movimento, che vanno dal lontano
Congresso di Saint-Imier del 1872 a quello di Amsterdam del 1907. Così
il Congresso terrà formalmente unite le tendenze che lo compongono, in
un'associazione che darà agli organizzatori di varia gradazione
l'illusione di avere
creato uno strumento efficiente e funzionale, e che rassicurerà al
contrario gli antiorganizzatori circa il significato di quella
funzionalità. Ciascun gruppo comprende quindi le cose a modo proprio e
si reputa praticamente soddisfatto o quasi dei risultati raggiunti,
salvo marginali eccezioni. E nessuno si chiede perché mai a Carrara si
ritiene necessario imporre a tutto il movimento anarchico italiano una
nuova denominazione, quella di Federazione Anarchica Italiana (F.A.I.);
dato che è chiaro che la F.A.I. si identifica perfettamente con il
movimento nel suo insieme, rappresentando rispettivamente quelle
tendenze e quei gruppi che lottano per l'anarchismo, sulla base di
principi fondamentali formalmente, ma solo formalmente, identici e di
scopi piuttosto comuni. È d'altra parte chiaro che, essendo gli
anarchici contrari alla guida delle maggioranze ed alla subordinazione
delle minoranze, il disaccordo interno continuo e basilare tra le
tendenze non tarderà ad esplodere, e sarà capace di stroncare numerose
iniziative, compromettendo tutta l'azione della Federazione italiana in
campo nazionale ed in campo locale. Salvo il caso che una sostanziale
tolleranza, che dovrebbe essere il frutto di una straordinaria
comprensione della ideologia, non riesca a fondere il tutto in una
«sintesi» che impedisca ai contrasti di ostacolare un'incisiva azione
collettiva.
Da quest'impostazione della F.A.I. - Movimento scaturiscono ovviamente
le norme organizzative; le quali in realtà - con le loro cavillose e
ingenue precisazioni sulle riunioni periodiche degli organismi aderenti
ecc. - obbediscono alle istanze degli organizzatori, mentre con le loro
lacune riguardanti fra l'altro i compiti della Commissione di
Corrispondenza, rispondono all'orientamento degli antiorganizzatori.
Notevole è la differenza di tono tra il Patto dell'U.A.I. del 1920 e le
«direttive» (interessante questo lapsus venuto fuori dalla penna di
Cesare Zaccaria, esponente del «purismo» congressuale) della F.A.I. da
cui traspare la convinzione che l'organizzazione è accettata come male
necessario, piuttosto che come garanzia di libertà. Invece di porre
l'accento sull'obbligo morale del rispetto degli impegni, le «direttive»
ribadiscono in maniera sintomatica il concetto dell'autonomia senza
limiti, o - come avrebbe detto Malatesta - senza quella necessaria
integrazione o garanzia dell'autonomia stessa, che consiste nell'obbligo
morale del rispetto dell'impegno associativo, sentito piuttosto come
diritto. Stando così le cose, è chiaro che le «direttive» non possono
stabilire che le deliberazioni generali dei congressi impegnino
materialmente e moralmente tutta la F.A.I.. Allo stesso Ufficio di
Corrispondenza, ora Consiglio Nazionale, si attribuisce solo il compito
di curare l'organizzazione secondo le deliberazioni congressuali - ma
non si spiega come - e di assicurare il collegamento tra i gruppi;
mentre alle spese si decide di provvedere mediante sottoscrizioni
volontarie, escludendo il criterio di contributi fissi. Il fatto è più
importante di quanto non sembri a prima vista: un'attività politica
sistematica che richieda delle spese regolari e che voglia rimanere
legata a tutta una formazione deve evitare di dipendere da contributi
occasionali di individui e di gruppi. Giacché l'attività politica
abbandonata alla generosità saltuaria di individui o gruppi rischia il
fallimento, almeno come attività continua. Non sarebbe poi impossibile
che essa cadesse sotto il controllo ideologico, più o meno esercitato,
di individui e di gruppi. È d'altra parte chiaro che il contributo fisso
è una specie di costrizione che ripugna a molti anarchici, per i quali gli
impegni si rispettano finché si continua ad essere d'accordo con essi.
In questa convinzione perfettamente legittimata dai principi ai quali si
richiama, e non meno lineare anarchicamente con quell'altra riguardante
l'impegno associativo e l'obbligo morale come garanzia di libertà e come
affermazione di maturazione ideologica, sta la dimostrazione della
necessità della distinzione e della differenziazione delle tendenze del
movimento, cioè dell'impossibilità - almeno attuale - di
un'organizzazione anarchica di «sintesi» e forse della possibilità di
esistenza di una serie di organismi federali fondati sulla rispettiva
identità di convinzioni ideologiche e tattiche, e sull'incontro dei
medesimi in una specie di confederazione che comprenda anche i gruppi
autonomi e che offra la possibilità di incontri periodici per scambi di
opinioni ed accordi eventuali per azioni comuni[...].
Sugli altri problemi il Congresso di Carrara adotta una serie di
deliberazioni di cui talune veramente pertinenti: prende posizione
contro i Comitati di Liberazione Nazionale, considerandoli
manifestazioni autoritarie; costituisce un «Comitato di Difesa
Sindacale» con il compito di coordinare l'azione dei Gruppi di Difesa
Sindacale già inseriti dagli anarchici nella C.G.I.L, con il compito di
trascinare i lavoratori al metodo dell'azione diretta; esclude ogni
accordo permanente con i partiti politici e con le organizzazioni da
essi controllate; ribadisce l'antiparlamentarismo anarchico anche di
fronte alle prossime elezioni della Costituente e al Referendum
istituzionale; afferma la necessità di agitare il problema della libertà
del popolo spagnolo, di lottare contro i miti della Russia-comunista,
dell'Inghilterra-liberale e dell'America-popolo libero.
Gino Cerrito
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