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(it) Italy, FAS, Sicilia Libertaria #461 - Referendum - Di lavoro non si vive ma si lotta (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Thu, 28 Aug 2025 09:00:19 +0300
Sui referendum dell'8 e del 9 giugno, i quattro quesiti sul lavoro e il
quinto sulla cittadinanza, si è detto molto. A sinistra, come al solito,
ci si è prodigati in apprezzabili analisi sulla sconfitta - che però
arrivano sempre dopo - e in altrettanto mirabili arrampicate sugli
specchi per non ammettere che con un'affluenza del 30,6%, quasi 20 punti
percentuali in meno rispetto al quorum, non si può che parlare di
disastro. Però qui non intendiamo fare lo sfottò ai "compagni che
sbagliano", ce ne sono stati già di numerosi e, data l'importanza del
tema principale, non ce la sentiamo di infierire ulteriormente. La
domanda a cui proveremo a rispondere è questa: perché se il lavoro è
così centrale nelle esistenze delle persone lo è poi molto di meno
quando si tratta di lottare per migliorarne le condizioni, nel migliore
dei casi, o di votare per far finta di cambiarne qualche aspetto, nel
peggiore dei casi? Partiamo dagli ultimi dati Istat. A giugno le persone
occupate in Italia sono più di 24 milioni, con un tasso di occupazione
che raggiunge il 62,5% e un aumento più accentuato tra i 50-64enni e al
Sud. Al di là dei numeri viviamo in un'era dove il lavoro è l'unico
orizzonte concesso dal capitalismo per vivere, se non lavori non puoi
vivere o al massimo puoi sopravvivere e chi si può permettere di non
lavorare è solo perché gode di una rendita. Si tratta della
materializzazione più concreta del "there is no alternative" di Margaret
Thatcher, la sintesi più estrema e brutale del neoliberismo che ci
portiamo ancora dentro a 40 anni di distanza. Eppure, nonostante questo,
o forse proprio per questo motivo, viviamo il lavoro come una condanna
inevitabile, come qualcosa di naturale, addirittura di appagante. Il
mantra lavorista è ancora dominante, vince e sale di livello chi lecca
il culo al potere, chi sacrifica la propria esistenza per qualche ora di
straordinario non retribuito, chi finge di crederci, chi racconta di
aver fatto delle proprie passioni un mestiere e magari ci crede pure.
Chi non si presta a questi meccanismi viene marginalizzato, messo da
parte, deve accontentarsi di uno stipendio al minimo e se gli va bene
potrà gioire al massimo di saper scansare il lavoro. In Italia, poi,
queste riflessioni più generali si accompagnano a una pervicace opera di
egemonia lavorista sotto diversi fronti. Innanzitutto il sistema
istituzionale ha assecondato le volontà economiche e ha reso il lavoro
in gran parte precario e povero. Con gli stipendi fermi da 30 anni
aumenta sempre di più la quota di persone che, pur lavorando, restano
povere o si impoveriscono - le ultime stime indicano tale quota intorno
al 10,5%, ma probabilmente sono molte di più per quella ritrosia di
matrice catto/borghese a confessarsi povere e bisognose di aiuto. Le
responsabilità in questo senso sono da condividere tra tutti i partiti e
tutti i sindacati (almeno tra i confederali, più complesso il discorso
sui sindacati di base), che quindi poi non possono permettersi di
reputarsi sorpresi dalla propria mancanza di credibilità. Prima il
pacchetto Treu, che introduceva il lavoro interinale; poi la legge
Biagi, che ampliava l'uso degli interinali in tutti i settori; poi il
Jobs Act, che flessibilizzava ulteriormente e cancellava per sempre
l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori contro i licenziamenti senza
giusta causa; e ancora i continui sostegni alle imprese (50 miliardi
solo nel 2025) e la contemporanea sottrazione di buona parte delle
garanzie contrattuali e delle condizioni di welfare; e tanto altro
ancora. Tanto che quando era ancora presidente della Banca Centrale
Europea l'ineffabile Mario Draghi disse che "l'Italia prosegue con le
riforme, c'è il pilota automatico". E quella del pilota automatico resta
un'efficace definizione per sintetizzare l'apparente assenza di
incidenza nel miglioramento delle condizioni lavorative di tutte e
tutti. Si lavora spesso per inerzia, e si finisce per dimenticare il
quotidiano sfruttamento. Fateci caso: sempre più persone odiano il
proprio lavoro o i propri colleghi ma il cosiddetto fenomeno delle
"grandi dimissioni" che ha contrassegnato gli anni del Covid, almeno nei
racconti giornalistici e sociologici, è già rientrato. Un'assenza che è
poi stata ulteriormente foraggiata dal declino industriale degli ultimi
anni: da una parte le grandi aziende scelgono la strada della
finanziarizzazione, abbandonando ogni velleità di investimenti e di
sviluppo e di innovazione; dall'altra la trasformazione delle priorità
lavorative dall'agricoltura e dall'industria ai servizi e al turismo ha
comportato un'ulteriore parcellizzazione delle classi lavoratrici, ormai
schiacciate da un individualismo darwinista dove persino le lotte,
quando sorgono, fanno fatica a uscire dall'angusto recinto della
settorializzazione. Non è un caso che la lotta operaia più forte degli
ultimi anni, quella delle lavoratrici e dei lavoratori dell'ex GKN di
Campi Bisenzio (vicino Firenze), abbia creato un'appartenenza e una
solidarietà diffusa su parole come "convergenza". Se questo è a grandi
linee il riassunto delle condizioni di partenza dei referendum di giugno
non c'è da sorprendersi se a disertare le urne sia stato proprio chi
lavora, e ancor di più le persone sfruttate. Detto di una Cgil che fino
a quando continuerà a perseguire la strada della concertazione come
principale, se non unico, strumento di mobilitazione non riuscirà mai a
togliersi dal guado, resta da capire come moltiplicare ed estendere le
lotte sui posti di lavoro. Certamente c'è da rovesciare la narrazione
dominante sul lavoro, sposata persino dalle persone sfruttate, fatta di
imprenditori come eroi, di giovani che se rifiutano la schiavitù allora
sono viziati, di aiuti statali alle aziende come modus operandi per
creare occupazione. Ma questo non basta. Oltre a rifuggire l'inganno del
voto e la sponda istituzionale - d'altra parte la Costituzione più bella
del mondo non dice già dal 1947 al primo articolo che l'Italia è una
Repubblica fondata sul lavoro? - c'è da diffondere un nuovo modello di
lavoro che all'astrattezza di certe teorie marxiste contrapponga la
concretezza delle pratiche anarchiche. A partire dal rifiuto del lavoro
passando all'autoproduzione e all'autogestione.
https://www.sicilialibertaria.it/
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