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(it) Italy, FAS, Sicilia Libertaria #461 - PACIFICAZIONE (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Sat, 23 Aug 2025 08:40:13 +0300
Quale strano momento stiamo vivendo, dentro una morsa che stringe e ci
precipita da una parte nell'indifferenza e dall'altra nell'angoscia. E
la reazione a questo stato di cose, che pure c'è, viene confinata
nell'illusorio pacifismo irrealistico e resa invisibile dalla caciara
dei media. Dalla guerra in Ucraina in poi, che ha riportato il conflitto
in Europa dopo i massacri dei Balcani degli anni novanta del Novecento,
è stato tutto uno sprofondare che sta disegnando un modello di relazioni
tra gli stati (e gli imperi) fondato esclusivamente sullo scontro
armato, praticato o minacciato. Nel recente passato la guerra permanente
di George W. Bush all'alba degli anni duemila segnò un passaggio
ulteriore nella direzione del convincimento che i conflitti armati sono
inevitabili e nello stesso tempo rese chiaro che il capitalismo nel suo
continuo espandersi e mutare pelle ha bisogno anche delle guerre: guerre
attive, come le tante che insanguinano vaste aree del mondo, o guerre in
potenza, come quelle a cui ci vogliono fare abituare da qui in avanti.
Eppure quelle guerre degli inizi degli anni Novanta e dei primi anni
Duemila, dalla prima alla seconda guerra del Golfo, che del resto
provocarono la mobilitazione di un vasto movimento pacifista seppure
incapace di incidere sulle scelte dei governanti, non rappresentarono
una vera cesura, un salto in un clima di guerra come sta avvenendo oggi.
In cui una sistematicità pare sovrintendere alla costruzione di questa
dimensione univoca che ruota attorno allo scontro irriducibile
amico-nemico, senza nessun compromesso, spinto fino alla totale
distruzione o alla subalternità. Tutto questo è il frutto di un
trentennio di lavorio politico e culturale che sta per traghettarci da
un rifiuto generico e morale della guerra, memori dell'orrore della
seconda guerra mondiale, alla sua accettazione, alla sua
normalizzazione, al suo essere parte anestetizzata della nostra
quotidianità, squadernataci attraverso immagini brutali che nella loro
ripetitività diventano parte del paesaggio contemporaneo.
In questa direzione il genocidio del popolo palestinese vissuto in presa
diretta nell'impotenza più assoluta da parte di larghe fasce
dell'opinione pubblica mondiale e nella pervicacia più sfacciata e
perversa del governo israeliano e dei suoi complici, i governi americano
e europei, sta diventando ogni giorno che passa un punto di non ritorno
nel modo di concepirci e rappresentarci. In un recente saggio di Franco
Berardi Bifo intitolato Pensare dopo Gaza viene espressa tutta la
gravità del momento ma c'è anche l'appello, forse ultimo, ad
intraprendere una via di riscatto per salvaguardare le possibilità di un
umano sempre più annichilito: "Pensare dopo Gaza significa anzitutto
riconoscere il fallimento irrimediabile dell'universalismo della ragione
e della democrazia, cioè il dissolversi del nucleo stesso della civiltà.
Ma significa anche cercare le vie di fuga dal futuro che ci attende, che
attende coloro che sono nati in questo secolo infame. A coloro che sono
stati generati nella luce tenebrosa del secolo terminale, dobbiamo
questa ultima azione di pensiero, perché possano disertare la storia,
lungo sentieri che al momento non possiamo immaginare".
Ecco sembra proprio che i governi lavorino con determinazione per
sottarci questa possibilità, obliterandoci dentro questo clima di guerra
che infesta oramai tutto. L'aggressione israeliana all'Iran è la
conferma che la guerra si può fare, anzi si deve fare, è l'unico mezzo
per salvare la civiltà dalla barbarie. E le giravolte di Trump non sono
che colore per un'opinione pubblica oramai abituata alla
spettacolarizzazione di tutto, del dolore soprattutto. Così l'ineffabile
presidente americano mentre si presenta come pacificatore, cioè vuole
imporre le sue condizioni a tutti i costi, con le buone o con le
cattive, permette il massacro dei palestinesi e impone agli impavidi
governi europei di proseguire nella corsa agli armamenti che è l'unico
argomento nella loro agenda politica.
Ma tutto questo da solo non si reggerebbe, le imposizioni dei governi
hanno bisogno del consenso, di una narrazione che costruisca l'aura
della giustizia o della necessità alla loro azione. Stampa e mezzi di
comunicazione sono mobilitati a questo scopo: fare accettare la guerra,
darle il volto della regolarità.
Tempo fa mi è capitato di leggere su La Stampa un articolo di Nathalie
Tocci, che appare come una delle più accanite sostenitrici del nuovo
equilibrio mondiale a colpi di bombe e droni, di questo tenore: "Il
primo ministro britannico Keir Starmer annuncia che il Regno Unito si
prepara alla guerra, che Londra investirà in 12 nuovi sottomarini, e che
ogni cittadino dovrà essere pronto a fare la propria parte. Sono parole
che riecheggiano i toni del presidente francese Emmanuel Macron da
diversi mesi, e, più recentemente, del nuovo cancelliere tedesco
Friedrich Merz, che a guida del più grande Paese europeo è pronto ad
assumersi una responsabilità crescente nella difesa del continente. Sono
parole che gli Stati nordici e baltici ripetono da anni, ed è per questo
che spendono in media quasi il 5% del loro Pil in difesa. Sono spese che
non sono imposte dai governi sui cittadini, ma che i cittadini
richiedono ai loro governi, consapevoli che sono necessarie per
proteggere vita e libertà. Sono popolazioni che sanno che questi valori
sono minacciati dalla Russia, e che sono valori troppo grandi per essere
affidati ciecamente agli Stati Uniti, specie ora che c'è Donald Trump
alla Casa Bianca". In queste poche righe sono condensati gli aspetti più
rilevanti della narrazione egemone sulla costruzione del nemico e del
consenso e sulla mistificazione della realtà, altro che fake news, con
l'aggravante che l'articolo si trova all'interno di un giornale
considerato "progressista". Forse questo è un esempio estremo, ma
indicativo di come piano piano, quasi inavvertitamente, stiamo
scivolando dentro un piano inclinato pericoloso per cui già adesso la
guerra è un'opzione, se non l'opzione sola ed unica. La guerra o la sua
minaccia, che nella prospettiva occidentale e capitalistica si equivalgono.
Di fronte ad un tale spiegamento di mezzi e di forze non bastano certo i
pronunciamenti e le manifestazioni di testimonianza, soprattutto da
parte di quelle forze politiche, dal Pd ai 5 stelle e loro accoliti, che
adesso strillano perché all'opposizione mentre quando erano al governo
hanno approvato ogni provvedimento e compiuto ogni azione per
"normalizzare" la guerra. Ma non basta neppure come fa certa stampa di
sinistra lodare, per fare un esempio, il premier spagnolo Sanchez che si
è sottratto all'imposizione dell'aumento delle spese militari fino al 5
% del Pil. Forse con più coerenza, e considerata la possibilità di una
guerra generalizzata, a Sanchez si dovrebbe chiedere di uscire dalla
Nato, ma questo pare non sia minimamente contemplato. Allora tra un
Sanchez, che fa questo gesto ritenuto eclatante, e la Meloni, che
rispolvera il vecchio adagio "se vuoi la pace prepara al guerra", la
differenza dove sta? Sarebbe una domanda interessante da porsi.
Ritorniamo allora alle parole di Berardi Bifo: ai giovani dobbiamo, a
partire da noi (e anche da loro stessi), un'ultima azione di pensiero,
perché possano disertare la storia. Disertare la storia vuol dire
ribaltare totalmente il presente. Accomodamenti e accorgimenti sono solo
complicità: il rifiuto della guerra, delle armi, degli stati e del
capitale deve essere radicale.
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