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(it) Italy, FDCA, Cantiere #36 - Memoria - Stragismo fascista: un filo nero dal 1922 al 1980 - Giovanni Salierno (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Sat, 16 Aug 2025 08:50:38 +0300
Esistono punti di somiglianza e continuità tra lo stragismo fascista del
1922, le stragi nazifasciste del 1943-45 e la strategia della tensione
neofascista degli anni '70 che culminò con la strage di Bologna del 2
agosto 1980, della quale quest'anno ricorre il 45° anniversario?
Apparentemente si potrebbe dire che i tre momenti storici siano molto
differenti e non possano avere punti di contatto; approfondendo alcune
dinamiche possiamo invece osservare dei tratti comuni.
Analizzare 60 anni di storia di una nazione in un articolo su una
rivista non è cosa ovviamente fattibile; è invece proponibile dare
alcune chiavi di lettura e poi effettuare un approfondimento su uno dei
tre periodi individuati, in questo caso il primo, quello iniziale, su
cui il dibattito si è nuovamente acceso con l'ingresso nella squadra di
governo di personaggi che, mediante una lettura parziale dei fatti,
intendono effettuare una operazione di revisionismo per giustificare
attuali scelte autoritarie. Un esempio di tali affermazioni è quello del
viceministro agli Affari esteri, Edmondo Cirielli, che il 9 dicembre
2024 alla presentazione del libro di Italo Bocchino Perché l'Italia è di
destra dichiara: «Il tratto distintivo più profondo del fascismo era uno
spirito straordinario di libertà» (1).
Nei tre periodi individuati, lo stragismo si connota per i seguenti
aspetti: diffusione del terrore per scopi strategici mediante uccisione
indiscriminata di persone innocenti; occupazione militare di spazi
fisici con l'intento di ribadire alla popolazione il controllo del
territorio; depistaggio delle indagini da parte di persone dipendenti di
apparati istituzionali dello Stato; sostanziale impunità di molti
esecutori di tali stragi.
Nei prossimi numeri della rivista ci occuperemo dei due periodi
successivi, esaminando, dopo le origini squadriste e terroristiche
del primo fascismo trattate in questo articolo, le stragi nazifasciste
del 1943-45 e la strategia della tensione degli anni 1969-1980.
Il primo periodo stragista: 1922-1923
Per semplicità partiremo nell'analisi con gli eventi successivi alla
Marcia su Roma, quando Mussolini ricevette l'incarico formale dal Re
Vittorio Emanuele III di diventare Primo Ministro e formare il governo.
Una prima ricostruzione di quell'epoca va attribuita a Giacomo
Matteotti, che nel 1924 pubblicò la cronologia degli episodi di violenza
perpetrati dagli uomini del Duce dal novembre 1922 nel libro Un anno di
dominazione fascista. Nell'elencare le centinaia di morti registrate con
una perizia instancabile e lodevole, il deputato socialista non cita
Roma perché parte nel racconto da novembre, ma descrive le altre due
stragi. Non ha la possibilità di individuare alcuni tratti comuni tra
gli eventi.
I tre episodi hanno caratteristiche simili e probabilmente non sono mai
stati studiati assieme. In Parlamento Mussolini presenta questa fase
storica come una pacificazione della guerra civile del biennio
precedente che aveva lasciato sul campo alcune migliaia di morti (2).
Sul territorio nazionale invece le squadracce continuano ad imperversare
uccidendo centinaia di innocenti e occupando i luoghi di riferimento dei
"sovversivi e oppositori": Camere del Lavoro, circoli operai,
cooperative agricole, sedi di partito e redazioni di giornali.
Il punto su cui forse si è fatta la maggior confusione in questi 100
anni, per vari motivi che non intendo analizzare in questo articolo, è
la composizione sociale delle vittime della ferocia nera:
nell'immaginario e sui giornali del tempo i morti erano i
"rossi"colpevoli di omicidi e congiure. In realtà le vittime erano
provenienti da vari strati sociali, di differenti orientamenti politici
e religiosi (pensiamo a Don Minzoni ucciso nel luglio '23 e appartenente
al Partito Popolare che aveva sostenuto il governo). Molte vittime
furono anche prese a caso per strada, per errore di identità o per
delazione. I cosiddetti sovversivi e oppositori perderanno, oltre a
molti militanti, posizioni strategiche in termini di presenza sul
territorio, di rappresentanza istituzionale con lo scioglimento per
dimissioni forzate di molti consigli comunali, e verranno loro sottratti
edifici come le case del Popolo e le Camere del Lavoro. Un parte di
questi riuscirà ad organizzarsi per dare vita ad una primordiale
attività clandestina che esploderà nella partecipazione alla guerra
civile di Spagna e poi all'inizio della Resistenza in Italia nel 1943,
prima con gli scioperi nelle fabbriche del Nord Italia e poi con la
formazione di gruppi partigiani.
Roma, 30 ottobre 1922
Nel quartiere operaio San Lorenzo si scatena una rappresaglia contro la
popolazione. Mussolini è appena giunto in città per ricevere dal Re
Vittorio Emanuele III l'incarico di formare il governo. Le colonne dei
fascisti dovrebbero muoversi sulla città senza colpo ferire.
Dovrebbero... La vicenda della strage di San Lorenzo, troppo trascurata
dalla memoria, è illustrata magistralmente da Gabriele Polo in Assalto a
San Lorenzo (Donzelli Editore, 2024).
L'assalto è un episodio di ferocia inaudita, violenza "giustificata"
dalla conquista di un obiettivo territoriale strategico e simbolico,
violenza motivata dalla vendetta. Questa si scatena sulla popolazione
colpevole di abitare nel quartiere rosso, sede di circoli socialisti,
anarchici e comunisti.
La strage viene compiuta da una colonna proveniente dalla Toscana, un
gruppo che un anno prima era stato respinte dagli Arditi del Popolo del
rione. Quello effettuato il 30 ottobre 1922 fu il quarto attacco
squadrista a San Lorenzo in 16 mesi. A Torino la Camera del Lavoro fu
assaltata 3 volte in 18 mesi di cui la prima il 26 aprile 1921. Le
vittime a Roma furono coraggiosi operai che reagirono all'assalto, ma
furono anche ignari passanti uccisi in strada e una donna, vedova di 38
anni, che cercò di proteggere il figlio.
Questo, a tutti gli effetti, è il primo esempio di strage del fascismo
al potere, rimasto impunito sia dalla magistratura del Regno d'Italia,
sia da quella repubblicana che non aprì alcuna indagine. La Questura di
Roma stilerà un bilancio totale di 17 morti in città nei tre giorni di
fine ottobre.
Gabriele Polo conclude il suo libro con l'elenco delle vittime,
ricordando le circostanze della loro morte e precisando che alcuni di
loro furono sepolti al Verano: sono dati dunque tracciabili e inconfutabili.
Torino. Dalla Marcia su Roma alla strage del dicembre 1922
La sera del 28 ottobre alcune centinaia di guardie rosse armate
sfilarono in via Pietro Micca e accorsero in difesa della Camera del
Lavoro in corso G. Ferraris, mentre i fascisti tennero un comizio in
piazza San Carlo. Nessuna delle due fazioni volle confrontarsi in uno
scontro fisico sul campo. Poche ore dopo, il 30 ottobre, vista la
debolezza delle istituzioni e intuendo la volontà del Re, i camerati
cambiarono strategia: assaltarono e incendiarono la Camera del Lavoro.
Nelle stesse ore un decreto di sequestro portò le forze di Pubblica
Sicurezza a occupare la redazione del giornale operaio "Ordine Nuovo" in
via Arcivescovado. I cavalli di frisia nel cortile e il piccolo arsenale
organizzato contro i possibili assalti delle camicie nere, nulla
poterono contro un ordine ministeriale. I due edifici simbolo del
Biennio Rosso furono così conquistati con la violenza e la complicità
della Monarchia.
Tra il 1° novembre e il 18 dicembre i rappresentati sindacali
chiederanno di recuperare l'agibilità della Camera del Lavoro
compromessa dall'assalto e incendio, mentre i redattori del'"Ordine
Nuovo" reclameranno il dissequestro della sede del giornale per
riprendere le pubblicazioni. Nonostante il blocco, usciranno alcune
straordinarie copie stampate con mezzi di fortuna. Tali numeri sono
tutt'oggi simbolo della forza del movimento operaio e dell'inizio della
clandestinità degli antifascisti a Torino. Mentre in tutto lo stivale
molti giornali a novembre tornarono nuovamente in edicola; l'"Ordine
Nuovo" rimase invece ostaggio della questura. Una nuova serie uscirà
successivamente nel marzo 1924 a Roma dopo che Antonio Gramsci aveva
appena fondato il giornale "l'Unita".
Torino, 18-20 dicembre 1922
Domenica 17 dicembre trascorre con iniziative fasciste in centro città.
Un comizio al teatro Alfieri e poi la parata per le vie centrali. Tra il
migliaio di facinorosi vi sono anche delle rappresentanze
dall'Emilia-Romagna e dalla Liguria. La partecipazione da fuori regione
è indice di provocazioni e prevaricazioni, anche se non è possibile
trovare i documenti per evidenziare una premeditazione ragionata. Va
comunque ricordato che, con anomala coincidenza, il 15 dicembre si tenne
la prima riunione a Roma del Gran Consiglio del Fascismo, riunione in
cui partecipò il quadrumviro torinese De Vecchi e dove vennero decisi
molti cambiamenti attuati nei giorni successivi come la creazione della
Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e il cambio dei questori a
Torino, Cagliari e Bari.
Nel capoluogo sabaudo, nella notte tra il 17 e il 18, una duplice
sparatoria nella Barriera di Nizza tra fascisti e comunisti costò la
vita ai camerati Bazzani e Dresda. Gli squadristi individuarono nel
ferroviere comunista Prato l'autore dei due "omicidi" e nella notte
verranno affissi manifesti di annuncio della rappresaglia. Non vi fu
alcuna prova che Prato sparò ai due fascisti, probabilmente, come
scriverà lui stesso dall'esilio in Russia, il tranviere fu coinvolto
solo nella seconda sparatoria notturna.
Il capo squadrista torinese Brandimarte dichiarò in alcune interviste
nei giorni successivi: «I nostri morti non si piangono, si vendicano...
Noi possediamo l'elenco di oltre 3 000 nomi di sovversivi. Tra questi
ne abbiamo scelti 24 e i loro nomi li abbiamo affidati alle nostre
migliori squadre, perché facessero giustizia. E giustizia è stata
fatta... I cadaveri mancanti saranno restituiti dal Po, seppure li
restituirà, oppure si troveranno nei fossi, nei burroni o nelle macchie
delle colline circostanti Torino» .
Vale la pena ricordare che sull'elenco di Brandimarte uno dei ricercati
speciali era proprio Antonio Gramsci, che essendo in Russia in quel
periodo per incarico del Partito Comunista d'Italia (PCdI) poté
"sfuggire" ad una esecuzione sicura.
La logica di 10 morti per ogni fascista ucciso sarà la medesima delle
rappresaglie compiute dai nazifascisti dopo l'8 settembre 1943. Ad
esempio alle Fosse Ardeatine il numero delle vittime venne deciso in
Germania: 330 prigionieri da giustiziare per 33 soldati uccisi. I
comandanti sul campo applicarono il massimo zelo nella conta e alla fine
le vittime furono 335. Questo numero, il rapporto dieci persone da
uccidere per ogni vittima da vendicare, è un incredibile elemento di
continuità non banale che passa per Torino nel dicembre 1922, ma che
aveva già avuto un prologo nella rappresaglia di Roccastrada (GR) del 24
luglio 1921 (3):10 abitanti uccisi per un camerata morto su un
camioncino. L'autopsia evidenziò che il colpo trafisse la testa della
vittima dalla nuca verso la fronte per cui probabilmente il proiettile
partì per sbaglio da un arma di un compagno a fianco.
Tra le 11 vittime ufficiali della strage di Torino si trovano due nomi
molto conosciuti tra il proletariato torinese: Carlo Berruti,
consigliere comunale del PCdI, e Pietro Ferrero, segretario anarchico
della Fiom del capoluogo.
Il primo venne rapito nell'ufficio delle Ferrovie dello Stato dove
lavorava. Portato alla Casa del Fascio per una identificazione sommaria,
venne infine trasferito nelle campagne di Nichelino dove venne colpito
nelle prime ore del pomeriggio con colpi sparati alle sue spalle.
Berruti è la prima vittima in ordine cronologico.
Ferrero venne ucciso nella tarda serata. Pestato alla mattina
all'interno della Camera del Lavoro, venne rilasciato con ferite lievi.
Trascorse alcune ore in giro per il centro cittadino. Non si sa quale
sia il motivo per cui verso sera si recò nuovamente nei pressi della
Camera del Lavoro dove fu riconosciuto dai fascisti. Portato nuovamente
nell'edificio occupato, venne interrogato ed infine giustiziato. Il
corpo di Ferrero venne lasciato poco lontano sotto la statua del Re
Vittorio Emanuele II. Risulta evidente che questo gesto fu un omaggio al
Re che aveva nominato Mussolini capo del Governo garantendo impunità per
le violenze commesse in quei mesi.
Sei delle altre nove vittime erano operai. In alcune immaginette
commemorative clandestine, i comunisti nel 1923 indicheranno Ferrero,
Berruti e queste sei vittime come i "nostri morti". Le immaginette sono
citate in alcune note di giornali in cui vi sono degli arresti tra
sovversivi per propaganda illegale. Le altre tre vittime non sono
classificabili politicamente. Quintagliè era un collega di Berruti che
stigmatizzò il barbaro omicidio; Mazzolla un esercente della Barriera di
Nizza, forse un segnalatore della polizia, che venne punito dai fascisti
che irruppero nel suo locale alla ricerca del Prato; Pochettino un
artigiano che subì probabilmente la delazione di un dipendente che aveva
licenziato da poco.
Per questo episodio torinese l'inchiesta Gasti-Giunta del gennaio 1923
non porterà ad alcun processo formale dei colpevoli in camicia nera, per
quanto evidenziò gli eccessi di violenza ingiustificabili. I processi
nel dopoguerra lasceranno impuniti i colpevoli. In via definitiva ci
sarà un solo condannato in contumacia, tale Macellari, per un omicidio e
un tentato omicidio. Brandimarte, capo delle squadre della città e
coordinatore delle operazioni dei fascisti nelle ore della strage,
scontò un paio di anni di carcere prima di essere assolto per
insufficienza di prove e poté godere fino alla morte nel 1971 di una
lauta pensione da ufficiale.
Morì in una clinica privata a pochi passi dalla statua del Re dove venne
deposto Ferrero.
La Spezia, 22 gennaio 1923
La strage di Torino diventa un modello e a La Spezia nuovamente le
camicie nere attaccano la popolazione inerme. L'omicidio di un fascista,
Giovanni Lubrano, è occasione per una rappresaglia dai contorni tuttavia
piuttosto oscuri. Probabilmente l'omicidio è premeditato da altri
fascisti per un regolamento interno, ma gli assassini fanno ricadere la
colpa sui "sovversivi". Il numero delle vittime è incerto: 12 i corpi
identificati, ma le cronache dei giornali segnalano altri cadaveri. Un
numero realistico potrebbe toccare i 19 civili uccisi.
Saranno centinaia i lavoratori del capoluogo ligure che lasceranno la
città con le famiglie per riparare in Francia, soprattutto a Marsiglia,
per lavorare nei cantieri navali oltre confine e sfuggire a ritorsioni.
La storia delle fughe verso la Francia è comune anche a Torino e in
tutto il Piemonte all'indomani del dicembre di sangue.
Per capire il senso di onnipotenza e d'immunità garantita dagli organi
dello Stato, vale la pena ricordare le parole di Pietro Nenni su
"Avanti!" del 27 gennaio 1923, quando attaccò il volto repressivo del
governo Mussolini citando La Spezia: «L'uccisione di un fascista da
parte di fascisti è stata vendicata col sistema torinese di dieci per
uno, dieci vite colte così a caso, nel buio della notte, fra gente che
professava un'idea che non ha più il placet del governo e che non ha
nessuna responsabilità, né diretta né indiretta, nel delitto».
Conclusioni
Le rappresaglie di San Lorenzo a Roma, di Torino e de La Spezia non sono
mai state studiate insieme. Potrebbe essere una via di ricerca quella di
analizzare il modus operandi da parte delle squadre fasciste? Matteotti
nel 1923 non aveva la possibilità di correlare i dati e non aveva tutte
le informazioni a disposizione ora. Nonostante ciò il suo libro e le sue
altre inchieste giornalistiche furono causa della sua condanna a morte.
La violenza incontrollata delle squadracce nacque, in questo periodo, da
pulsioni contraddittorie: da una parte la frustrazione per non aver
ancora il completo controllo del territorio; dall'altra l'eccitazione
proveniente dalla garanzia dell'impunità. La magistratura del Regno,
prima di diventare progressivamente dal 1925 organo di trasmissione al
servizio della dittatura, avrebbe potuto scegliere la difesa del diritto
e della libertà. Preferì invece chiudere gli occhi.
Note:
(1) Luciana Cimino, Critiche persino dallo staff di Elon Musk, «Il
Manifesto», 10 dicembre 2024.
(2) Salvemini stima in tremila le vittime degli scontri politici nel
paese nel periodo compreso tra il 1921 e il 1922. Cfr. Gaetano
Salvemini, Le origini del fascismo in Italia. Lezioni di Harvard,
Feltrinelli, Milano, 1966.
(3) La strage di Roccastrada (GR) avviene dopo soli tre giorni dai fatti
di Sarzana (SP), quando una spedizione punitiva di camicie nere
provenienti dalla Toscana e comandate da Dumini fu respinta dai
Carabinieri e dalla popolazione con un bilancio molto pesante di morti
tra gli squadristi e la popolazione. Molto probabilmente l'eccitazione
nel compiere la spedizione a Roccastrada e la volontà di infliggere una
punizione esemplare a La Spezia 18 mesi dopo, partono dalla frustrazione
per la sconfitta di Sarzana.
Nelle immagini: 1. Pietro Ferrero, operaio meccanico alla FIAT,
militante dell'Unione Anarchica Italiana e segretario della FIOM di
Torino, vittima del terrorismo fascista nella strage del 18-20 dicembre
1922; 2. Torino, 18-20 dicembre 1922, i luoghi e i caduti della strage
fascista.
Giovanni Salierno, laureato in Fisica all'Università degli Studi di
Torino, lavora da vent'anni nel settore metalmeccanico nel ramo della
metrologia strumentale. Dal 2010 compie attività di ricerca e promozione
sulla memoria delle stragi fasciste. Ha prodotto documenti e articoli
sugli episodi squadristi del 1922-23 e sulla strage fascista di Torino
del 18-20 dicembre 1922, sulla quale ha realizzato più di cinquanta
appuntamenti divulgativi.
http://alternativalibertaria.fdca.it/
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