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(it) Italy, UCADI, #198 - Trump e la caccia all'immigrato (ca, de, en, pt, tr)[traduzione automatica]
Date
Mon, 11 Aug 2025 08:43:22 +0300
In difficoltà nella politica estera e alla ricerca di risultati, Donald
Trump all'interno del paese ha scatenato la caccia agli immigrati.
Incaricata di svolgere questo compito è l'Immigration and Customs
Enforcement (Ice), l'agenzia federale, nata con l'obiettivo di far
rispettare le leggi sull'immigrazione all'interno del territorio
americano e combattere il crimine transnazionale. ---- È bene ricordare
che la politica migratoria ha costituito il punto di forza della
propaganda elettorale di Donald Trump; le sue critiche a Camala Harris
hanno fatto forza sull'inefficienza della sua politica sulla
immigrazione, per la quale ella aveva avuto la delega. Per questo motivo
le decisioni di Trump in materia erano fortemente attese ,tanto più a
fronte dello sconcerto causato dalle sue iniziative in materia di dazi
che hanno finito per incidere negativamente sull'economia del paese e
soprattutto hanno incentivato la crescita dell'inflazione e rese incerte
le attività economiche a causa della volatilità delle decisioni del
Presidente. Per questo motivo Trump ha deciso di rafforzare la struttura
costruita il 1o marzo 2003, in seguito alla creazione del Department of
Homeland Security (DHS), nato dalla fusione di elementi investigativi e
di controllo interno dell'ex U.S. Customs Service e dell'Immigration and
Naturalization Service.
Questa riorganizzazione è stata sancita dall'Homeland Security Act del
2002. Da allora il DHS ha assunto le funzioni di controllo
dell'immigrazione e delle dogane precedentemente svolte da altre
agenzie. Questo processo ha portato alla fusione di diverse divisioni,
dando vita all'ICE divenuta la principale agenzia investigativa del DHS.
Il compito della struttura, che dispone di oltre 21.000 operatori e di
un budget miliardario è di rafforzare i controlli interni
sull'immigrazione e prevenire minacce alla sicurezza nazionale. La
struttura agisce nelle città, nelle comunità e nei luoghi di lavoro, a
differenza della polizia di frontiera, la Border Patrol, che opera lungo
i confini.
Ma operativamente è l'Enforcement and Removal Operations (ERO), una
direzione dell'ICE, a occuparsi dell'identificazione, dell'arresto,
della detenzione e dell'espulsione di individui che si trovano
illegalmente negli Stati Uniti o che hanno violato le leggi
sull'immigrazione. La missione dell'ERO è proteggere la sicurezza
nazionale e la sicurezza pubblica attraverso l'applicazione delle leggi
sull'immigrazione.
A partire dal 6 giugno l'ERO ha condotto operazioni ad alto impatto
nelle comunità urbane. soprattutto nelle grandi città governate dai
democratici, operazioni coordinate che hanno portato all'arresto di
centinaia di persone, in California, nelle città di San Francisco e Los
Angeles, definite città santuario perché tolleranti nell'accoglienza
degli immigrati. Le retate di questi giorni fanno parte di una strategia
imposta dall'amministrazione Trump, che ha fissato come obiettivo 3.000
arresti al giorno, ben oltre la media precedente di 800-1.500. L'ICE
dunque, si è trovata a dover operare con un ritmo e con modalità
straordinariamente aggressive. Va rilevato che gli interventi si sono
svolti in luoghi simbolo del tessuto urbano: il Fashion District,
magazzini come Home Depot e quartieri popolari come Westlake, Paramount
e Compton. Con agenti in tenuta tattica, veicoli non contrassegnati e
granate stordenti; i blitz - che ricordano quelli per il reclutamento
forzato dei giovani ucraini per il fronte - hanno suscitato un forte
senso di intimidazione, facendo percepire le operazioni più come
incursioni militari che come interventi di polizia.
Gli obiettivi dell'amministrazione Trump
Raccogliendo il malumore di una parte del movimento MAGA che lamentava
l'inerzia dell'amministrazione, facendo leva su Stephen Miller, il
cosiddetto "border czar" Tom Homan, su indicazione di Trump ha imposto
all'agenzia un programma ambizioso con cifre da record, in modo da
esercitare una deterrenza di massa, facendo sentire ogni immigrato
irregolare a rischio di deportazione, anche se alcuni commentatori, ex
progressisti, definiscono tali procedure come rimpatrio., benchè abbiano
spesso come destinazione finale le gabbie di Guantanamo. A mettere in
atto i blitz sono state pattuglie di agenti che operavano con tattiche
militari, senza mandati ben visibili e che agivano con il pretesto di
"indagine su reati". Ad essere colpiti prevalentemente lavoratori arabi,
latini o asiatici, anche se i privi di precedenti penali e senza che vi
fossero accuse concrete o reati specifici da contestare.
Prendendo spunto dalle proteste dei cittadini che hanno cercato di far
fronte collettivamente a questi interventi il 7 giugno Trump a posto
sotto controllo federale la Guardia Nazionale della California e
mobilitato 2000 soldati divenuti poi 4.000 ai quali si aggiungevano 700
marines da impiegare in funzione di ordine pubblico. Si tratta della
prima decisione del genere dopo quella del 1965 di Lyndon Johnson che,
agendo per motivi opposti, dispiegò truppe in Alabama per difendere i
diritti civili.
Facendosi carico del disagio dei cittadini le autorità locali, nella
persona del Governatore della California e della sindaca di Los Angeles,
hanno invocato la legge SB 54 che vieta l'uso di risorse locali per
supportare le operazioni federali in materia di contrasto
all'immigrazione. non mettendo a disposizione le strutture per ospitare
la Guardia Nazionale.
L'amministrazione progressista della città di Grendale, in coerenza con
quanto disposto dalla legge segnalata, ha deciso di recidere il
contratto con l'ICE relativo a detenzioni di breve durata nella prigione
comunale (sei-dodici ore, senza impronte o booking formale) delle
persone sottoposte al fermo, sostenendo che l'accordo era diventato
"divisivo" per la comunità, in contrasto con la SB 54 e con l'identità
civica progressista della città e che pertanto motivi di interesse
pubblico rendevano ineseguibile il contratto. Si segnalano poi casi nei
quali la polizia locale si è schierata a difesa delle scuole per
impedire che venissero arrestati i genitori di alunni che prendevano
parte alla consegna dei diplomi di fine corso, genitori a volte privi di
documenti in regola con il permesso di soggiorno. Le autorità locali
hanno fatto inoltre di tutto per negare supporto all'intervento federale
disposto dal Presidente, contestando il suo potere di intervento nella
gestione dell'ordine pubblico, che a loro avviso, non era stato messo in
pericolo.
I cittadini scendono in piazza
Ad opporsi all'ordine presidenziale non sono state solo le città
californiane, ma il movimento di protesta si è presto diffuso in tutte
le grandi città nelle quali l'ICE è intervenuto. Comunità, famiglie
intere, molti giovani attivisti latini, per i quali le retate
rappresentano non solo un rischio legale, ma anche un attacco
identitario e culturale sono scese in piazza. Blocchi stradali, roghi
(anche di auto a guida autonoma Waymo) e scontri nelle piazze hanno
caratterizzato il primo weekend di proteste, mentre le forze dell'ordine
hanno risposto con lacrimogeni, proiettili di gomma e flash-bang,
denunciando la presenza di "assembramenti illegali".
Le proteste si sono amplificate e generalizzate, prendendo spunto dalla
parata organizzata per il 15 di giugno dal Presidente per celebrare i
duecentocinquantesimo anniversario della fondazione dell'esercito Usa,
peraltro in coincidenza con il suo compleanno. La parata, voluta da
Trump,che sarebbe costata 90 milioni, è stata da lui fortemente voluta
per soddisfare il suo ego, dopo aver assistito alla parata in Francia,
per celebrare lo sbarco in Normandia, organizzata da Macron e
soprattutto invidioso di quella celebrativa per la vittoria nella
"Grande guerra patriottica" organizzata annualmente a Mosca da Punti.
All'iniziativa il paese ha risposto con 1.800 manifestazioni all'insegna
dello slogan "No Kings". In risposta alle poche migliaia di soldati
sfilati davanti al Presidente nelle strade di Washington hanno risposto
milioni di persone scesi in piazza a protestare in tutto il paese, in un
clima non sempre pacifico. Forti tensioni ci sono state nelle
manifestazioni svoltesi a San Francisco e a Los Angeles, ma gli
incidenti più gravi hanno avuto luogo nello Utah, a Salt Lake City,,
dove vi è stato un morto ed alcuni feriti. A Washington sono stati
arrestati 60 manifestanti davanti alla Casa Bianca.
Ma a chiarire quale sia il clima del paese depone quanto avvenuto in
Minnesota dove un uomo travestito da poliziotto ha ucciso la
rappresentante democratica al Parlamento locale e il marito e ferito
altre due politici democratici. Ma i provvedimenti adottati dal
Presidente non sono rimasti senza effetti anche sul piano più
strettamente economico e questo perché l'attacco ai migranti colpisce
quella larga parte di essi che viene utilizzata soprattutto per i lavori
agricoli e per i servizi, mettendo in crisi non solo le attività del
commercio e della distribuzione, ma anche quelle degli agricoltori,
tradizionale bacino elettorale del Presidente.
Non vi è dubbio che gli arresti indiscriminati ed improvvisi, i fermi
illegali, i bliz organizzati nei negozi e nei supermercati, nei centri
commerciali, mantengono i lavoratori lontani dal loro posto di lavoro e
di fatto bloccano le attività economiche, fino al punto che
l'amministrazione è stata costretta a dare indicazioni all'ICE di
ridurre e modulare i suoi interventi al fine di ammorbidire le tensioni
e il disagio sociale. Malgrado ciò comunque la protesta continua e
cresce d'intensità, tanto più rispetto al fatto che il Presidente sembra
voglia impegnare il paese in un'altra guerra, quella contro l'Iran,
scelta che sta suscitando crescenti proteste di piazza.
Tuttavia sembra che il peso della lobby ebraica finirà per prevalere, e
ciò malgrado che nella realtà non vi siano nemmeno le prove certe che
l'Iran stesse procedendo alla costruzione dell'atomica. Si ripropone
perciò lo schema Iraq e il paese rischia di essere coinvolto in una
guerra benché non si abbia nessuna idea sulle conseguenze della scelta
che si profila.
La Redazione
https://www.ucadi.org/2025/06/22/trump-e-la-caccia-allimmigrato/
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